Persa/Ritrovata
Utente di lunga data
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30/1/2008 (7:32) - IL CASO
Tempi duri per i nati nel '64
Gli scienziati: a 44 anni il periodo più triste della vita
MARIA CHIARA BONAZZI
LONDRA
Classe 1964, resisti. Sei nel gomito della curva a U della felicità vitale, che secondo una fin troppo zelante équipe scientifica anglo-americana coincide con il picco della depressione a tutte le latitudini. Accoppiati oppure single, con figli oppure no, ricchi oppure poveri, maschi oppure femmine, non importa: intorno ai 44 anni di età l’infelicità media si acuisce, punto e basta, per cui tanto vale aspettare con gioia l’avvento di menopausa, vene varicose e vecchiaia. Specie se, come sembra, a settant’anni recuperiamo lo sguardo limpido dei venti.
Forse a 44 anni di età non si apprezza ancora l’ebbrezza di essere sopravvissuti. Quella viene dopo. E’ vero, c’è chi non ne può più degli studi epidemiologici, quelli che spesso fanno ridere o infuriare, ma sta di fatto che una ricerca congiunta dell’Università inglese di Warwick e del Dartmouth College statunitense ha stabilito che la crisi di mezza età esiste, e scocca in anticipo sui cinquant’anni, età questa durante la quale (precarietà professionale e divorzi permettendo) il quadro psicoemotivo migliora. Il campione analizzato è comunque per lo meno impressionante. I dati relativi a due milioni di persone in 70 Paesi in indicano che la curva della depressione lungo l’arco vitale insiste con la sua U proprio sui fatidici 44. E’ questo l’affossamento più seccante, per non dire potenzialmente pericoloso, che accomuna le popolazioni più distanti per geografia e cultura, dall’Australia all’Italia, dal Nicaragua all’Azerbaijan.
Quel che è peggio, chi si affossa nell’incavo statisticamente dimostrato della depressione a quest’età tende a rimanervi anni. L’unico Paese che si stacca dal coro, seppure a modo suo, sono gli Stati Uniti, dove le donne sperimentano la maggiore infelicità a quarant’anni e gli uomini a cinquanta. Uno degli autori dello studio, Andrew Oswald, professore all’Università di Warwick, commenta: «Alcune persone soffrono più di altre ma secondo i nostri dati esiste un ampio effetto medio. Accade indipendentemente dai sessi, dall’esistenza o meno di una vita di coppia, dal livello di benessere, dall’essere genitori oppure no».
E questa pernicioso gomito della U, scomodamente piantato nelle costole dei quarantaquattrenni di mezzo mondo, si può sapere da dove salta fuori? «Secondo i nostri dati ha l’apparenza di qualcosa che risiede profondamente negli esseri umani - dice il professor Oswald -. Per l’individuo medio, nel mondo moderno, l’affossamento in termini di felicità e salute mentale non è qualcosa che emerge d’improvviso, in un anno solo. Avviene invece lentamente. Soltanto a cinquant’anni la maggior parte della gente emerge da questo periodo di flessione. Ma è incoraggiante scoprire che a settant’anni, se si è ancora in forma, dal punto di vista della salute mentale si sta bene come a vent’anni».
Lo studio pone nel titolo l’interrogativo: «Is Well Being U-Shaped Over The Life Cycle?», e cioè: «Lo star bene descrive una U all’interno del ciclo vitale?» e sarà prossimamente pubblicato sulla rivista «Social Science & Medicine». Se si può trarre qualche conforto da questa coperta di Linus epidemiologica, forse non guasta rendersi conto, sempre secondo il professor Oswald, «che queste sensazioni sono completamente normali nella mezza età. Saperlo forse può aiutare a sopravvivere meglio a questa fase».
Ma forse davvero la chiave della felicità risiede nel ridimensionamento realistico dei propri desideri: «E’ possibile - conclude Oswald - che gli individui debbano adattarsi a riconoscere le proprie forze e debolezze, e che nella mezza età si ritrovino costretti a smorzare le proprie aspirazioni irrealizzabili». Imparare la virtù della riconoscenza per quello che si ha è un processo doloroso spesso basato sul confronto con il fato dei nostri coetanei che sono già morti: quello che Oswald, usando un’espressione inglese, definisce come «contare le grazie ricevute». Già che c’è, per il proprio bene, tanto vale che la classe 1964 cominci pure la conta.
30/1/2008 (7:32) - IL CASO
Tempi duri per i nati nel '64
Gli scienziati: a 44 anni il periodo più triste della vita
MARIA CHIARA BONAZZI
LONDRA
Classe 1964, resisti. Sei nel gomito della curva a U della felicità vitale, che secondo una fin troppo zelante équipe scientifica anglo-americana coincide con il picco della depressione a tutte le latitudini. Accoppiati oppure single, con figli oppure no, ricchi oppure poveri, maschi oppure femmine, non importa: intorno ai 44 anni di età l’infelicità media si acuisce, punto e basta, per cui tanto vale aspettare con gioia l’avvento di menopausa, vene varicose e vecchiaia. Specie se, come sembra, a settant’anni recuperiamo lo sguardo limpido dei venti.
Forse a 44 anni di età non si apprezza ancora l’ebbrezza di essere sopravvissuti. Quella viene dopo. E’ vero, c’è chi non ne può più degli studi epidemiologici, quelli che spesso fanno ridere o infuriare, ma sta di fatto che una ricerca congiunta dell’Università inglese di Warwick e del Dartmouth College statunitense ha stabilito che la crisi di mezza età esiste, e scocca in anticipo sui cinquant’anni, età questa durante la quale (precarietà professionale e divorzi permettendo) il quadro psicoemotivo migliora. Il campione analizzato è comunque per lo meno impressionante. I dati relativi a due milioni di persone in 70 Paesi in indicano che la curva della depressione lungo l’arco vitale insiste con la sua U proprio sui fatidici 44. E’ questo l’affossamento più seccante, per non dire potenzialmente pericoloso, che accomuna le popolazioni più distanti per geografia e cultura, dall’Australia all’Italia, dal Nicaragua all’Azerbaijan.
Quel che è peggio, chi si affossa nell’incavo statisticamente dimostrato della depressione a quest’età tende a rimanervi anni. L’unico Paese che si stacca dal coro, seppure a modo suo, sono gli Stati Uniti, dove le donne sperimentano la maggiore infelicità a quarant’anni e gli uomini a cinquanta. Uno degli autori dello studio, Andrew Oswald, professore all’Università di Warwick, commenta: «Alcune persone soffrono più di altre ma secondo i nostri dati esiste un ampio effetto medio. Accade indipendentemente dai sessi, dall’esistenza o meno di una vita di coppia, dal livello di benessere, dall’essere genitori oppure no».
E questa pernicioso gomito della U, scomodamente piantato nelle costole dei quarantaquattrenni di mezzo mondo, si può sapere da dove salta fuori? «Secondo i nostri dati ha l’apparenza di qualcosa che risiede profondamente negli esseri umani - dice il professor Oswald -. Per l’individuo medio, nel mondo moderno, l’affossamento in termini di felicità e salute mentale non è qualcosa che emerge d’improvviso, in un anno solo. Avviene invece lentamente. Soltanto a cinquant’anni la maggior parte della gente emerge da questo periodo di flessione. Ma è incoraggiante scoprire che a settant’anni, se si è ancora in forma, dal punto di vista della salute mentale si sta bene come a vent’anni».
Lo studio pone nel titolo l’interrogativo: «Is Well Being U-Shaped Over The Life Cycle?», e cioè: «Lo star bene descrive una U all’interno del ciclo vitale?» e sarà prossimamente pubblicato sulla rivista «Social Science & Medicine». Se si può trarre qualche conforto da questa coperta di Linus epidemiologica, forse non guasta rendersi conto, sempre secondo il professor Oswald, «che queste sensazioni sono completamente normali nella mezza età. Saperlo forse può aiutare a sopravvivere meglio a questa fase».
Ma forse davvero la chiave della felicità risiede nel ridimensionamento realistico dei propri desideri: «E’ possibile - conclude Oswald - che gli individui debbano adattarsi a riconoscere le proprie forze e debolezze, e che nella mezza età si ritrovino costretti a smorzare le proprie aspirazioni irrealizzabili». Imparare la virtù della riconoscenza per quello che si ha è un processo doloroso spesso basato sul confronto con il fato dei nostri coetanei che sono già morti: quello che Oswald, usando un’espressione inglese, definisce come «contare le grazie ricevute». Già che c’è, per il proprio bene, tanto vale che la classe 1964 cominci pure la conta.