Zia, tu sai che nel momento in cui la coppia smette di essere un rifugio, non ha più senso essere in due vero?
Sempre partendo dal presupposto che bisogna imparare a stare da soli per poter stare in due, comunque la coppia nasce per fare casa. Casa non come zucchero filato emotivo, ma come luogo in cui puoi tornare quando fuori c’è rumore, giudizio, fatica, e ti serve un posto dove abbassare la guardia.
Se quel posto smette di esistere, se stare insieme diventa un lavoro permanente di negoziazione, vivisezione, prove di forza e “vediamo quanto reggi”, allora stai costruendo un tribunale.
La coppia regge quando ha due cose insieme: verità e riparo. La verità senza riparo è macelleria (e te lo dico riconoscendo che è il mio difetto peggiore); il riparo senza verità è una recita. E se mi dici che l’essenza è “morire a se stessi” ogni volta, io ti dico che sì, si cambia, si cresce, si rompe e si ricuce. Ma non si può vivere in una demolizione continua sperando che, per magia, resti in piedi anche il tetto.
Il tetto è la fiducia. Se quella cosa non c’è più, chiamala come vuoi: progetto, paradigma, nuovo inizio. Ma non chiamarla coppia. Perché una coppia che non è rifugio non è “evoluta”. È semplicemente due persone che si fanno compagnia mentre si perdono.
Sono pienamente d'accordo con te.
E aggiungo basandomi sulle mie esperienze personali, di maschi ne ho avuti parecchi e per parecchi non intendo 5, 6, 10, 20.
Parecchi è letterale.
Ho sperimentato le diverse forme della macelleria senza rifugio, o col rifugio posticcio degli immaginari proiettati nel futuro o dei simulacri, e ho approfondito fino all'osso non solo il non aver rifugio ma proprio il non accesso a quella porticina interiore che permette anche solo di considerare l'ipotesi che l'altro possa essere un rifugio. Che esista l'opzione.
E mi sono divertita, fra le altre cose. Rifarei tutto senza cambiare una virgola. Questo per chiarire che non sto parlando di cicatrici o questioni che mi discutono internamente. Se non avessi sperimentato e parecchio non penso che sarei capace adesso di vivere la Casa.
Il paradigma che abbiamo impostato con G. non starebbe su senza fiducia. La fiducia che deriva dalla Cura sperimentata in ogni attimo.
Quando c'è Cura, non c'è macelleria, c'è Dono e Offerta con l'attenzione a buttar giù i costrutti che mettono i vincoli.
Ho buttato lì, collateralmente, la questione di una safeword relazionale e di quanto questo paradigma implica nelle nostra comunicazione sessuale.
La Casa è dove esiste una sessualità - non il sesso o le pratiche - che tengono su il sistema.
Nella nostra sessualità c'è un certo tipo di considerazione del Dolore e di sublimazione del Dolore. Mi riferisco principalmente al Dolore emotivo, ma non escludo del tutto quello fisico che ha un suo perchè



(e questo è l'altro motivo per cui dicevo a @ParmaLetaleche non possiamo essere considerati come standard).
Quando sei intenzionalmente, e lo sottolineo,
intenzionalmente, diretto nella sublimazione il dolore viene riletto, cambia di significato come si ricolloca l'intensità dell'esperienza comunicativa anche oltre il momento preciso in cui si va a giocare nella sublimazione.
Senza questa rilettura che ho necessariamente semplificato escludendo le dinamiche del potere che sono necessarie affinchè possa davvero accadere e il tutto non si risolva in semplicemente sessione momentanea, concordo con te è pura macelleria, che può avere un suo piacere - ma mi ha stufata, già fatto -.
Ma con questa rilettura applicata...questa che ho con G. è la Casa più sicura, accogliente, calda, amorevole che io abbia sperimentato nella mia intera esistenza.
Su una cosa non concordo, la fiducia non è il tetto, è il collante di ogni singolo componente la Casa, mobilia e quadri compresi. Ma la Fiducia da sola non è comunque sufficiente senza la Cura e l'Offerta. (con quello che implicano in termini di potere relazionale giocato circolarmente).