ParmaLetale
Utente cornasubente per diritto divino
Credo sia normale che in ogni relazione vi sia una quota parte di strumentalità, quanta parte dipende molto da come ci poniamo. Siamo noi, spesso, a educare l'altro a usarci come uno strumento: proponendoci fin da subito come quelli che capiscono sempre, che ci sono sempre o che risolvono mancanze, finiamo per vendere la nostra utilità invece della nostra identità. Se ci rendiamo indispensabili per la funzione che svolgiamo, non possiamo poi stupirci se l'altro si ""innamora"" della funzione e non della persona. Il confine della strumentalità lo tracciamo noi nel momento in cui smettiamo di essere soluzioni e iniziamo a pretendere di essere, semplicemente, """noi stessi""", con tutti i nostri vuoti e le nostre inutilità.Sicuramente.
Ma a nessuna donna nella realtà racconterei ciò che mi permetto di dire solo qui.
Tenendo conto tra l'altro che le stesse donne raccontano a me esattamente questa cosa di sé, per cui ho la percezione di essere stato sempre ugualmente la via d'uscita - o la eventuale possibilità di uscita - da una gabbia non più dorata.
Cosa che non mi pesa, poiché ho piena coscienza che il ruolo dell'amante ha evidenti limiti per definizione. E che non può definire me stesso attraverso questi confini.
Non mi aspetto che una donna pienamente soddisfatta del contesto in cui vive venga da me, anzi, esserlo è proprio un indicatore del fatto che tenderà a conservare ciò che ha costruito senza affrontare e gestire rischi. È il motivo per cui ho ottenuto uno dei vari no.
Posso piacere ma se chi mi apprezza non ha alcuna intenzione di accettare il rischio di perdere ciò che ha, stabilità compresa, molto più facilmente rinuncerà a una storia rispetto a chi invece ha un bisogno.
Dispiace, ma il motore efficace o non efficace che ho colto sempre è proprio la mancanza, non l'aggiunta.
E mi sta bene, poiché non cerco una consacrazione del mio io, ma uno spazio nel cuore di una donna.
Uno spazio che in lei come in me si è svuotato.
E se """essere te stesso""" significa essere naturalmente d'aiuto, non è una condanna, basta fare il cosiddetto test della "sana inutilità": si prova a non stare benissimo, o a essere un po' stanchi, a non trovare subito risposte, a essere quello che "non ha ossigeno". In quel momento emerge la "verità": chi ti vuole davvero si siederà accanto a te nel buio, chi ti usa strumentalmente inizierà a guardarsi intorno spazientito perché "il servizio è interrotto".