Nobody
Utente di lunga data
Memorie di un ratto
di Andrzej Zaniewski
La gaia scienza, Longanesi, 1994
Titolo originale: Szczur
Traduzione dal polacco di Luca Bernardini
Un po’ fuori della città, negli edifici di mattoni che sorgono lungo il fiume, gli uomini allevano i maiali. Tanti maiali enormi. […] Il profumo della carne di maiale mi riempie le narici. […] Mi scelgo il maiale più grosso, pesante, quasi immobile, gli salgo da dietro sulla groppa, squarcio a morsi la pelle, mangio. […] Mi aggrappo con gli unghielli al suo dorso e affondo i miei morsi nel suo lardo saporito, pulsante e sanguinolento. Caldo sangue cola giù lungo la pelle.
Vita difficile, quella del ratto. Nella cantina di una panetteria, un ratto nasce al buio, circondato da odori grevi e caldi che impara a riconoscere e a distinguere da quelli, ostili, delle altre famiglie di ratti. Impara a procacciarsi il cibo, e a uccidere: uccidere, se occorre, anche i ratti più piccoli, i più deboli, quelli che non ce l’avrebbero fatta in ogni caso. Impara, poi, ad evitare le trappole e le esche avvelenate, che contrassegna con i propri escrementi. Impara, quasi subito, a riprodursi, e più volte ingraviderà la femmina che era stata sua madre e che morirà murata nella propria tana, dopo aver ucciso i tre rattini rimasti con lei e averne bevuto il sangue, i denti consumati fino alle gengive nell’inutile sforzo di rodere il mattone che la imprigiona.
Fogne, cantine, sotterranei, gallerie, pozzi, pattumiere, discariche, magazzini, dispense, pollai, porcili, stalle, treni, navi: questi i luoghi della storia del ratto. Un ratto esule, che vive al limitare tra il mondo degli uomini e quello dei ratti domestici, stanziali. Una nave lo porta ai tropici, dove conosce i serpenti, gli insetti velenosi e i ragni. Tornato al porto dove si era imbarcato, trova la città in fiamme per i bombardamenti, e uomini affamati che gli danno la caccia per mangiarlo, perché ormai non ci sono più né cani né gatti, sono stati mangiati tutti. In un laboratorio, incontra ratti bianchi gonfi di grossi tumori neri: nonostante il cibo abbondante nelle loro gabbie dimagriscono, perdono il pelo e muoiono. Vecchio e allo stremo delle forze, accecato dagli uomini con un ferro rovente, trova la morte sgozzato da un giovane ratto, nuovo padrone del nido da cui era stato cacciato e a cui era ritornato sentendo la fine vicina.
Zaniewski prende le mosse dalla tradizione mitteleuropea che ha generato il gatto Murr di E.T.A. Hoffmann, il cane Sharik di Bulgakov, e i vari animali della fattoria di Orwell. Se ne distacca, però, in due modi. In primo luogo, non rifugge dai minuti dettagli materiali del mondo del ratto: al di sotto della letterarietà della scrittura, che avvicina e allontana il punto di vista alternando prima e seconda (e occasionalmente terza) persona, è evidente il compiacimento dell’autore nel descrivere con dovizia di particolari il pericolo, la paura, il terrore quotidiano nella vita del protagonista. In secondo luogo, non è la satira sociale che interessa a Zaniewski. Non c’è parodia, né riso amaro. Non è la storia di un uomo in guisa di ratto: è la storia di un ratto.
O no? Alla fine del romanzo, uno scritto dell’autore, che l’editore italiano ha saggiamente voluto come postfazione (ma era una prefazione nelle edizioni tedesca e americana), ci informa di qualcosa che, forse, non vogliamo sentirci dire:
Memorie di un ratto non è solamente un libro sugli animali, anche se un simile modo di interpretarlo potrebbe essere plausibile. Al contrario, si tratta di un racconto sulle leggi che governano la società, sulle nostre mitologie, sulle verità e sulle menzogne, sull’amore e sulla speranza, sulla solitudine e sulla nostalgia. […] Pertanto ti prego, egregio lettore, di non dimenticare che, descrivendo in modo particolareggiato e naturalistico la vita del ratto, pensavo a te.
di Andrzej Zaniewski
La gaia scienza, Longanesi, 1994
Titolo originale: Szczur
Traduzione dal polacco di Luca Bernardini
Un po’ fuori della città, negli edifici di mattoni che sorgono lungo il fiume, gli uomini allevano i maiali. Tanti maiali enormi. […] Il profumo della carne di maiale mi riempie le narici. […] Mi scelgo il maiale più grosso, pesante, quasi immobile, gli salgo da dietro sulla groppa, squarcio a morsi la pelle, mangio. […] Mi aggrappo con gli unghielli al suo dorso e affondo i miei morsi nel suo lardo saporito, pulsante e sanguinolento. Caldo sangue cola giù lungo la pelle.
Vita difficile, quella del ratto. Nella cantina di una panetteria, un ratto nasce al buio, circondato da odori grevi e caldi che impara a riconoscere e a distinguere da quelli, ostili, delle altre famiglie di ratti. Impara a procacciarsi il cibo, e a uccidere: uccidere, se occorre, anche i ratti più piccoli, i più deboli, quelli che non ce l’avrebbero fatta in ogni caso. Impara, poi, ad evitare le trappole e le esche avvelenate, che contrassegna con i propri escrementi. Impara, quasi subito, a riprodursi, e più volte ingraviderà la femmina che era stata sua madre e che morirà murata nella propria tana, dopo aver ucciso i tre rattini rimasti con lei e averne bevuto il sangue, i denti consumati fino alle gengive nell’inutile sforzo di rodere il mattone che la imprigiona.
Fogne, cantine, sotterranei, gallerie, pozzi, pattumiere, discariche, magazzini, dispense, pollai, porcili, stalle, treni, navi: questi i luoghi della storia del ratto. Un ratto esule, che vive al limitare tra il mondo degli uomini e quello dei ratti domestici, stanziali. Una nave lo porta ai tropici, dove conosce i serpenti, gli insetti velenosi e i ragni. Tornato al porto dove si era imbarcato, trova la città in fiamme per i bombardamenti, e uomini affamati che gli danno la caccia per mangiarlo, perché ormai non ci sono più né cani né gatti, sono stati mangiati tutti. In un laboratorio, incontra ratti bianchi gonfi di grossi tumori neri: nonostante il cibo abbondante nelle loro gabbie dimagriscono, perdono il pelo e muoiono. Vecchio e allo stremo delle forze, accecato dagli uomini con un ferro rovente, trova la morte sgozzato da un giovane ratto, nuovo padrone del nido da cui era stato cacciato e a cui era ritornato sentendo la fine vicina.
Zaniewski prende le mosse dalla tradizione mitteleuropea che ha generato il gatto Murr di E.T.A. Hoffmann, il cane Sharik di Bulgakov, e i vari animali della fattoria di Orwell. Se ne distacca, però, in due modi. In primo luogo, non rifugge dai minuti dettagli materiali del mondo del ratto: al di sotto della letterarietà della scrittura, che avvicina e allontana il punto di vista alternando prima e seconda (e occasionalmente terza) persona, è evidente il compiacimento dell’autore nel descrivere con dovizia di particolari il pericolo, la paura, il terrore quotidiano nella vita del protagonista. In secondo luogo, non è la satira sociale che interessa a Zaniewski. Non c’è parodia, né riso amaro. Non è la storia di un uomo in guisa di ratto: è la storia di un ratto.
O no? Alla fine del romanzo, uno scritto dell’autore, che l’editore italiano ha saggiamente voluto come postfazione (ma era una prefazione nelle edizioni tedesca e americana), ci informa di qualcosa che, forse, non vogliamo sentirci dire:
Memorie di un ratto non è solamente un libro sugli animali, anche se un simile modo di interpretarlo potrebbe essere plausibile. Al contrario, si tratta di un racconto sulle leggi che governano la società, sulle nostre mitologie, sulle verità e sulle menzogne, sull’amore e sulla speranza, sulla solitudine e sulla nostalgia. […] Pertanto ti prego, egregio lettore, di non dimenticare che, descrivendo in modo particolareggiato e naturalistico la vita del ratto, pensavo a te.