Continuo ad avere "troppa vita" tra le mani, non va sempre bene, ma è un problema che affronto volentieri dopo tutti i casini che ho superato. Sto facendo un lavoro che mi piace, le poche pause che riesco a concedermi non sono affatto male, il mio forse-compagno partecipa alla ricostruzione della coppia con un entusiasmo confortante, e se guardo indietro all'estate ormai passata da un pezzo mi sento serena. Ho reagito ad un torpore che non riuscivo a scrollarmi di dosso, stavo sguazzando nelle cose lasciate in sospeso e non ne potevo più. Ci pensavo la notte, a tutto quello che avevo rimandato e a cui forse avrei ancora rinunciato per mancanza di volontà o di energie, non era da me.
Prima di non averne più la possibilità sono partita. Da sola. Rientravo a casa giusto il tempo di sostenere i colloqui programmati, sceglievo la meta successiva, mi assicuravo che lui non si stesse disperando per la mia lontananza, e poi via con lo zaino in spalla. Ho assistito a concerti con dei vecchi amici, ho ballato e bevuto con nuovi conoscenti, mi sono lanciata da colline e montagne in sella alla mia bici. Fremevo per correre, mi mancava gareggiare, scoprire percorsi, addormentarmi in tenda ammaccata e dolorante, armeggiare per intere mattinate con telaio e corone fregandomene della stanchezza. Nelle tante ore in treno mi sono abituata di nuovo a leggere, e la pila pericolante di libri finiti sul mio comodino mi ha dato il coraggio di affrontare la camera verde ancora una volta. Svuotati gli scatoloni, montate le librerie, riempiti gli scaffali, tra un viaggio e l'altro ho ripreso ad aggiungere insieme al mio lui i tasselli mancanti di una stanza che avrei voluto vivere in maniera diversa. E abbiamo riscoperto il sesso. A piccoli passi, siamo andati oltre i blocchi incontrati di volta in volta, miei e suoi. Mi tormentavano persino i troppi chili persi ed ora in parte recuperati, quando lui mi metteva le mani sulla schiena era come se le sue dita sfregassero direttamente sulle mie ossa, non riuscivo a godermi il contatto con il suo corpo nemmeno a mente libera. Ma adesso va infinitamente meglio, mi guardo allo specchio e gioco tra le coperte senza più sentirmi uno scheletro a disagio.
Intanto lui ha lavorato quotidianamente a fianco della sua ex amante. Con tutto il tempo del mondo a disposizione, l'altra ha cercato di prendere parte ad ogni suo progetto, si è spesa senza sosta per ricordargli la teoria delle "parentesi che nulla tolgono al resto", e ha affermato insistentemente che tra di loro potrebbe esserci ancora "un'amicizia speciale", se solo lui non si facesse condizionare da me, perché ciò che hanno vissuto "non si può cancellare". Uno sfogo esasperato del mio forse-compagno, interminabili minuti di balbettio ansioso, rabbia che la facocera si è fatta rimbalzare addosso e parole appesantite dal senso di colpa di cui avrei fatto volentieri a meno. Qualcosa che fino a poche settimane fa mi aveva a malapena accennato, come promesso. Non mi è piaciuto per niente questo strappo alla regola, mi ha fatto l'effetto di un pugno nello stomaco, mi ha ricordato quanto il pensiero di loro due nello stesso ufficio mi infastidisca.
Eppure ho ascoltato. È stato un brutto episodio, l'ho preso come tale ed è passato dopo una serata di silenzi e discussioni dimenticabili. Da mesi si abbandona sempre meno passivamente allo sconforto, mi sostiene concretamente, non a chiacchiere, ora che proprio non riesco più a dedicarmi come prima ad un "noi" bisognoso di cure, nelle sue tante buone giornate si è dimostrato propositivo e pieno di energie, affettuoso senza il timore di dire o fare qualcosa di sbagliato, più che mai desideroso di tornare fare a cose insieme, vecchie o nuove che siano. Non ci speravo quasi più e mi sembra un buon punto da cui continuare.