Ma no dai. Comunque è vero , quando si parla di amore nella sua accezione distorta scambiato per "possesso" ,tutto viene relativizzato ,e non ci sono epoche o evoluzioni culturali che tengano.Dovrei ri-parlare del senso dell'onore , che in questo caso ha una componente importante, ancorché distorto e quindi mal asservito.
Quando inizia una relazione è auspicabile che due persone si dicano tutto; auspicabile ma non obbligatorio!
La frustrazione del nostro pare abbia origine da un interrogatorio iniziale disatteso nei contenuti da informazioni arrivate da terzi ,successivamente; oppure da confidenze da lei fatte a posteriori , nello svolgersi del rapporto.Il fatto che lei abbia omesso (lui dice mentito) è servito a proteggere la coppia nel periodo iniziale; dopo lui avrebbe dovuto conoscerla per ciò che è ,e che lo attira.Ma il retaggio della "onorabilità" inficiata è stato più forte e qui, c'è poco da fare: sono limiti personali che prescindono da epoche e cultura. Credo proprio si tratti di un fattore genetico; un poco come alcune recenti ricerche attribuiscano le cause del tradimento ad una predisposizione del DNA.
Sì sì, sono rigida, fidati
Io penso che quando si inizia una relazione, si inizia ad interagire.
E la libertà di raccontarsi debba essere nutrita. E non data per scontata.
Il racconto è un percorso e una libera scelta. Ed è una scelta che si "merita".
Nel senso che l'altro racconta tanto più ha dimostrazione del fatto che quel che racconta sarà tenuto con cura.
Se questo non avvenisse, per come la vedo io, l'altro non starebbe raccontando, ma starebbe vomitando...usando l'ascoltatore come una sorta di latrina dei ricordi. E delle emozioni.
Io non mi fido di chi si racconta troppo e tutto insieme.
Partire dal presupposto che interagire porti con sè obblighi, secondo me falla già in partenza lo spazio di libertà di espressione di ognuno.
Adesso...inizio a sentirmi vecchia, ma ero vecchia pure da giovane però.
Ho sempre considerato quel che l'altro racconta un dono.
Un qualcosa che anche nelle relazioni 1,2,3 bagno merita cura e rispetto.
E in questo c'è secondo me la pazienza e il piacere della scoperta.
Anche di se stessi.
Che credo che scoprirsi mano a mano nella propria apertura all'ascolto sia una cosa proprio bella. E tenera.
E scoprire come risuonano dentro i racconti dell'altro, fossero anche soltanto piccoli squarci su una vita.
E a volte scoprire anche che non risuonano, e allora ci si saluta.
E una questione di assonanze. E ritmo.
Tutto il resto non ha nulla a che vedere con la relazione, e ha molto a che vedere con le ansie personali. Con le urgenze. Con le paure. Con i pregiudizi e con la capacità critica.
Che di solito vengono nascoste nel grande contenitore dell'amore.
Io capisco molto poco l'onorabilità che non è propria.
E capisco ancor meno il proprio onore ferito dalle azioni di qualcuno che non sia se stessi.
Lo capisco solo nel caso in cui nell'interazione con l'altro non ci si sta assumendo la propria responsabilità della interazione stessa. E allora si finisce a cercare il proprio nell'altro.
Come se poi fosse possibile trovarsi in qualcun altro.
Se accade di solito è un gran casino...
Fra l'altro, non so bene come possa essere, ma se provo ad immaginare che il mio onore possa discendere da qualcuno che non sono io, mi sentirei parecchio destabilizzata e insicura. E molto esposta anche.
Perchè per quanto cela si possa raccontare, l'altro è l'altro. E' una persona diversa. E, salvo in caso di malfunzionamento, non è sovrapponibile a noi. Di conseguenza sarebbe far dipendere un qualcosa di mio da una variabile indipendente e incontrollabile. Una specie di suicidio del senso di autoefficacia. Per come me lo immagino eh.
Il mio onore e la mia onorabilità, o non, è sempre nella mia percezione dipeso da me e dalle mie azioni.
E sotto la mia responsabilità.
A volte anche troppo.
