Classici e Poesie

spleen

utente ?
UNGARETTI : "San Martino del Carso"

[SIZE=+1] San Martino del Carso Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato.


[/SIZE]
 

Foglia

utente viva e vegeta
Cantami o Diva del Pelide Achille l'ira funesta, che infiniti lutti causò agli Achei.... :)
 

Brunetta

Utente di lunga data
Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...

[FONT=&quot]Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.[/FONT]
[FONT=&quot]Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande[/FONT]
 

Divì

Utente senza meta
Pianto antico

[FONT=&quot]L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,[/FONT]
[FONT=&quot]nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.[/FONT]
[FONT=&quot]Tu, fior de la mia pianta
percossa e inaridita
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,[/FONT]
[FONT=&quot]sei nella terra fredda
sei nella terra negra
nè il sol più ti rallegra
nè ti risveglia amor.[/FONT]
 

Divì

Utente senza meta
L'ultima ora di Venezia - Armando Fusimato

E' fosco l'aere, il cielo e' muto,
ed io sul tacito veron seduto,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!

Fra i rotti nugoli dell'occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l'aria bruna
l'ultimo gemito della laguna.

Passa una gondola della città.
"Ehi, dalla gondola, qual novità ?"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!"

No, no, non splendere su tanti guai,
sole d'Italia, non splender mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! l'ultima ora e' venuta;
illustre martire, tu sei perduta...
Il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!

Ma non le ignivome palle roventi,
ne' i mille fulmini su te stridenti,
troncaro ai liberi tuoi di' lo stame...
Viva Venezia!
Muore di fame!

Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L'ira nemica la sua risuscita
virtude antica;

ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
Sul ponte sventola bandiera bianca!

Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché e' ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!

Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio core,
come l'imagine del primo amore.

Ma il vento sibila,
ma l'onda e' scura,
ma tutta in tenebre
e' la natura:
le corde stridono,
la voce manca...

Sul ponte sventola
bandiera bianca!

PS la recitavo con grande enfasi.....
 

Brunetta

Utente di lunga data
Cecilia (da "I Promessi Sposi"di Alessandro Manzoni")
Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de'volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così».
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l'inaspettata ricompensa, s'affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l'ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola».
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.

 

Foglia

utente viva e vegeta
C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di antico. Io vivo altrove e sento che sono intorno nate le viole.....


E ancora:

Ed ecco sul tronco si rompono gemme. Un verde più nuovo dell'erba, che il cuore ristora....
 

Foglia

utente viva e vegeta
Cecilia (da "I Promessi Sposi"di Alessandro Manzoni")
Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de'volti non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due ch'esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d'intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così».
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l'inaspettata ricompensa, s'affacendò a far un po' di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l'ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch'io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola».
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.

Trova un passo allegro di Manzoni, adesso. Tipo Don Abbondio coi bravi. Perché sennò mi metto a piangere per le prossime tre ore :eek:
Bellissimo Manzoni, comunque.
 

Divì

Utente senza meta
La mia sera - Giovanni Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.
 
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Brunetta

Utente di lunga data
Che buona idea che ho avuto! :angelo:
 

spleen

utente ?
............ Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro...............

Machiavelli, dalla lettera a Francesco Vettori.
 
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spleen

utente ?
.....Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

.....

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».



Paolo e Francesca:

Dante - Inferno- Canto V°
 

Marjanna

Utente di lunga data
Il fiore sul tetto

Il fiore sul tetto di Ada Negri

Ieri non c'era. Or vive, tra due vecchi
embrici. Se per poco io m'arrischiassi
sovra il muretto del terrazzo, cogliere
lo potrei. Non ardisco. E' troppo bello
così: troppo mi piace, erto sul gambo,
dalle muffe dei tegoli sgorgante
senza una fronda, ma col serto d'oro
di un reuccio di fiaba. E' un fior magato.
Il suo germe, quassù, lo portò il vento.
Il suo nome lo cantano le stelle.
Nulla sa delle selve e dei giardini
sparsi pel mondo; sta, fra tetti e cielo,
felice: al mondo unico fior si crede,
ed io l'amo per questo...
 

spleen

utente ?
E quella volta una domenica d'ottobre già l'autunno ci moriva addosso, io fumavo sigarette amare, tu come uno specchio rotto riflettevi quell'immagine sbiadita del ricordo del frammento di un brandello del profumo di quell'angolo d'estate, e mi dicesti "Voglio vivere la vita come un alito di vento nell'aurora che inseguita dalla notte già racchiude le speranze di un domani tutto mio, che mi appartenga, e come donna accarezzare nuovi scampoli d'assenza"; io dicevo "Sì, capisco, vuoi gli scampoli d'assenza" ma pensavo -PUTTANA- Così pensasti, decidesti, mi annunciasti "Quest'estate vado in Grecia con Giovanna, mi preparo a accarezzare nuovi scampoli d'assenza"; io ti dissi "Scusa cara, cosa cazzo ti prepari per l'estate, siamo a ottobre, è quantomeno prematuro". Tu piangesti tutta notte, ed al mattino ti svegliasti, gli occhi pesti, ripiangesti, mi dicesti "Siamo onesti, vuoi che resti, per tarpare le mie ali ed impedirmi di volare, e come donna accarezzare nuovi scampoli d'assenza?" Io ti dissi "No, prudenza, non potrei vederti senza quei tuoi scampoli d'assenza; io rispetto le tue scelte." Questo dissi, ma pensavo dentro me che tu e Giovanna in Grecia ci andavate solo per sentirvi -PUTTANA- Poi sei tornata dalla Grecia, io fingevo che non mi importava niente, ti chiedevo le notizie più banali, tipo "Chissa quanta gente avrai trovato, che bordello di turisti", tu negavi ed affermavi "No no no no no no no no, no no no no no no no no, eravamo solamente io e Giovanna sopra a un'isola deserta, insomma, tipo, c'hai presente, due chilometri di spiaggia tutta vuota, dormivamo in un capanno in riva al mare ed ogni sera i pescatori ci portavano del pesce e facevamo le grigliate sulla spiaggia fino all'alba, cantavamo a squarciagola le canzoni di Battisti, tanto l'isola è deserta" mi dicevi, e io pensavo -Ma che cazzo, tutti quelli che ritornan dalla Grecia sono stati sopra un'isola deserta, tipo, c'ho presente, due chilometri di spiaggia vuota, coll' capanne e i pescatori-, ma contando tutti quelli che mi dicono 'sta cosa io mi chiedo quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia, poi 'sti pescatori greci non potrebbero pescare in alto mare ed impiccarsi con le reti senza andare a importunare le ragazze come te che normalmente sono brave, ma travolte dagli eventi non disdegnano di fare la -'TTANA- E adesso, e adesso tu mi chiedi come mai sono così pallido e patito, mentre tu sei tanto sana; la risposta è fra le righe di quest'aria che ti canto, che nel mentre che tu stavi sopra l'isola deserta strafogandoti di cozze -cozze...- con Giovanna e i pescatori, io da solo chiuso in casa non potevo fare a mento di pensare a te lontana già da qualche settimana e comporti una canzana praticando una gimkana che mi ha fatto alfin capire che tu fosti, sarai sempre, e non è illusione vana ... Il mio amore, sì, il mio amore, nonostante qualche dissapore, come una libellula selvaggia, io sorvolerei, però dimmi cos'hai fatto con il greco sulla spiaggia. Senza fiato, senza bronco, tu sei ritornata, ma ti stronco, se ti lascio in faccia i segni del saldatore, so che capirai, io non ti serberò rancore...
 

Brunetta

Utente di lunga data
È
E quella volta una domenica d'ottobre già l'autunno ci moriva addosso, io fumavo sigarette amare, tu come uno specchio rotto riflettevi quell'immagine sbiadita del ricordo del frammento di un brandello del profumo di quell'angolo d'estate, e mi dicesti "Voglio vivere la vita come un alito di vento nell'aurora che inseguita dalla notte già racchiude le speranze di un domani tutto mio, che mi appartenga, e come donna accarezzare nuovi scampoli d'assenza"; io dicevo "Sì, capisco, vuoi gli scampoli d'assenza" ma pensavo -PUTTANA- Così pensasti, decidesti, mi annunciasti "Quest'estate vado in Grecia con Giovanna, mi preparo a accarezzare nuovi scampoli d'assenza"; io ti dissi "Scusa cara, cosa cazzo ti prepari per l'estate, siamo a ottobre, è quantomeno prematuro". Tu piangesti tutta notte, ed al mattino ti svegliasti, gli occhi pesti, ripiangesti, mi dicesti "Siamo onesti, vuoi che resti, per tarpare le mie ali ed impedirmi di volare, e come donna accarezzare nuovi scampoli d'assenza?" Io ti dissi "No, prudenza, non potrei vederti senza quei tuoi scampoli d'assenza; io rispetto le tue scelte." Questo dissi, ma pensavo dentro me che tu e Giovanna in Grecia ci andavate solo per sentirvi -PUTTANA- Poi sei tornata dalla Grecia, io fingevo che non mi importava niente, ti chiedevo le notizie più banali, tipo "Chissa quanta gente avrai trovato, che bordello di turisti", tu negavi ed affermavi "No no no no no no no no, no no no no no no no no, eravamo solamente io e Giovanna sopra a un'isola deserta, insomma, tipo, c'hai presente, due chilometri di spiaggia tutta vuota, dormivamo in un capanno in riva al mare ed ogni sera i pescatori ci portavano del pesce e facevamo le grigliate sulla spiaggia fino all'alba, cantavamo a squarciagola le canzoni di Battisti, tanto l'isola è deserta" mi dicevi, e io pensavo -Ma che cazzo, tutti quelli che ritornan dalla Grecia sono stati sopra un'isola deserta, tipo, c'ho presente, due chilometri di spiaggia vuota, coll' capanne e i pescatori-, ma contando tutti quelli che mi dicono 'sta cosa io mi chiedo quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia, poi 'sti pescatori greci non potrebbero pescare in alto mare ed impiccarsi con le reti senza andare a importunare le ragazze come te che normalmente sono brave, ma travolte dagli eventi non disdegnano di fare la -'TTANA- E adesso, e adesso tu mi chiedi come mai sono così pallido e patito, mentre tu sei tanto sana; la risposta è fra le righe di quest'aria che ti canto, che nel mentre che tu stavi sopra l'isola deserta strafogandoti di cozze -cozze...- con Giovanna e i pescatori, io da solo chiuso in casa non potevo fare a mento di pensare a te lontana già da qualche settimana e comporti una canzana praticando una gimkana che mi ha fatto alfin capire che tu fosti, sarai sempre, e non è illusione vana ... Il mio amore, sì, il mio amore, nonostante qualche dissapore, come una libellula selvaggia, io sorvolerei, però dimmi cos'hai fatto con il greco sulla spiaggia. Senza fiato, senza bronco, tu sei ritornata, ma ti stronco, se ti lascio in faccia i segni del saldatore, so che capirai, io non ti serberò rancore...
È un classico :mexican:
 

spleen

utente ?
Call me Ishmael. Some years ago- never mind how long precisely- having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off- then, I account it high time to get to sea as soon as I can.____ Melville - Moby Dick - Incipit.
 

Orbis Tertius

Utente di lunga data
A SILVIA

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

La rileggevo qualche sera fa: la potenza degli ultimi versi (quelli in grassetto) è eccezionale.
 
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