Va detto che il mercato di oggetti che sembrano giocattoli ma sono destinati a un pubblico adulto, anche di collezionisti, è fiorente ed esiste da anni.
Anche le "Barbie da collezione" non sono mai state dirette alle bambine, così come gli innumerevoli e costosi modellini di auto, fino agli art toy oggi in voga, Kaws, Bearbrick, Kidrobot etc.
D'altronde anche i fumetti, teoricamente associati un tempo ai bambini, sono oggi prodotti per adulti.
Ma infatti è chiarissimo.
La generazione che oggi spende è quella cresciuta davanti alla televisione, mollata lì mentre i genitori facevano altro. Parliamo grosso modo di chi oggi ha tra i 40 e i 55 anni. Quelli sotto hanno avuto Internet, quelli ancora dopo telefoni e tablet. Ma quella fascia lì è stata nutrita a cartoni, pubblicità e immaginario pop senza filtro.
Oggi quella roba se la ricompra.
Solo che la paga mille volte tanto e la chiama “collezionismo”.
Io, per dirti, regalo spesso quadri a tema LEGO o Disney per arredare studi e uffici. Roba fatta bene, oggettivamente bella. Siccome il gallerista è amico mio li pago tra i 200 e i 300 euro, ma online stanno tranquillamente sui 2000.
E la gente impazzisce.
Perché non sta comprando un oggetto. Sta comprando un pezzo di sé stesso rimasto indietro.
Poi c’è anche un altro livello, più sottile e più interessante: l’arredo come filtro.
Come ti presenti dice già chi sei.
E soprattutto seleziona chi hai davanti.
Se uno entra e capisce subito il linguaggio, siete già allineati.
Se non lo capisce, si crea quello scollamento leggero che ti segnala tutto prima ancora che apra bocca.
Io, per esempio, in studio ho il busto del Duce a sinistra e Che Guevara a destra, uno di fronte all’altro.
Quando entra qualcuno che non mi conosce, le facce che fa nei primi tre secondi mi raccontano più di lui di mezz’ora di sproloquio sui suoi problemi legali.
Perché alla fine la gente parla.
Ma reagisce molto prima.