Io non ho mai bloccato perché da una parte mi sembra di dare troppa importanza, non voglio passare per quella che ha paura di affrontare una conversazione, anzi no, una volta sola ho bloccato, poi l'ho trovato in giro, ci siamo presi un caffè e ci siamo chiariti.
Dipende dalle situazioni, se uno sente di non farcela a gestire la cosa è sicuramente meglio bloccare che poi passare da pazze isteriche ma è un gesto che per me è difficile da fare.
È esattamente questa la crepa logica dove poi si infilano le blatte.
Bloccare non significa “gli sto dando importanza”. Significa togliere accesso. Punto. È una serratura, non una poesia. Non è che se chiudi il cancello al venditore di Folletto gli stai riconoscendo centralità nella tua vita: stai solo evitando che ti entri in salotto con le scarpe sporche.
Questa idea che bloccare sia una specie di dichiarazione di paura è una cazzata prodotta dalla tecnologia e dalla vanità. Perché ormai ogni gesto minimo sembra un comunicato stampa: se rispondi, allora ci tieni; se non rispondi, allora soffri; se blocchi, allora hai paura; se non blocchi, allora sei superiore. Ma superiore a cosa, esattamente? Alla tua stessa igiene mentale?
Il comportamento sano, soprattutto femminile, dovrebbe essere l’opposto: muri alti con chi non è alla tua altezza, porte aperte con chi vuoi far entrare. Non il portoncino socchiuso per dimostrare che sei matura, centrata, superiore, dialogante e tutte quelle altre parole da brochure della donna risolta.
Il punto non è “affrontare una conversazione”. Il punto è capire se quella conversazione merita ancora spazio nella tua vita. Perché non tutto va affrontato. Alcune cose vanno semplicemente escluse.
E infatti la tecnologia ha bruciato il cervello alla gente proprio lì: ha trasformato l’accesso in diritto. Siccome uno può scriverti, allora tu devi gestire, spiegare, chiarire, mostrarti equilibrata, non passare per isterica. Ma col cazzo.
A volte bloccare non è fragilità. È selezione. E la selezione è una delle poche forme residue di salute mentale.