È esattamente questa la crepa logica dove poi si infilano le blatte.
Bloccare non significa “gli sto dando importanza”. Significa togliere accesso. Punto. È una serratura, non una poesia. Non è che se chiudi il cancello al venditore di Folletto gli stai riconoscendo centralità nella tua vita: stai solo evitando che ti entri in salotto con le scarpe sporche.
Questa idea che bloccare sia una specie di dichiarazione di paura è una cazzata prodotta dalla tecnologia e dalla vanità. Perché ormai ogni gesto minimo sembra un comunicato stampa: se rispondi, allora ci tieni; se non rispondi, allora soffri; se blocchi, allora hai paura; se non blocchi, allora sei superiore. Ma superiore a cosa, esattamente? Alla tua stessa igiene mentale?
Il comportamento sano, soprattutto femminile, dovrebbe essere l’opposto: muri alti con chi non è alla tua altezza, porte aperte con chi vuoi far entrare. Non il portoncino socchiuso per dimostrare che sei matura, centrata, superiore, dialogante e tutte quelle altre parole da brochure della donna risolta.
Il punto non è “affrontare una conversazione”. Il punto è capire se quella conversazione merita ancora spazio nella tua vita. Perché non tutto va affrontato. Alcune cose vanno semplicemente escluse.
E infatti la tecnologia ha bruciato il cervello alla gente proprio lì: ha trasformato l’accesso in diritto. Siccome uno può scriverti, allora tu devi gestire, spiegare, chiarire, mostrarti equilibrata, non passare per isterica. Ma col cazzo.
A volte bloccare non è fragilità. È selezione. E la selezione è una delle poche forme residue di salute mentale.