Messaggiare con un EX

Brunetta

Utente di lunga data
Non lo metto in dubbio.. D'altra parte quando studiarono il fenomeno fecero proprio degli esperimenti per vedere se si poteva indurre tale "impotenza" e trovarono che effettivamente su 100 individui messi alla prova circa un terzo non la sviluppava, continuava a non rassegnarsi, il che portò a pensare che a parità di esperienza negativa conta molto la personalità, e l'esperienza passata. Non c'è nulla di automatico in sostanza, dipende moltissimo dai significati che si danno alle cose e alle esperienze
Dipende dalle esperienze pregresse che rendono comunque rassegnati.
 

ipazia

utente nonconvergente ᴸᴹᴬᴼ 💀
Una necessità di scavare anche in chi si apre spontaneamente alla condivisione. Quasi come a non credere che è tutto lì e che io basto. (Bastare non so se è il termine corretto. Ci devo pensare. Forse il termine giusto è scelta).
La sensazione è quella di capire ma non sentire che l altro c è..
Mi ha colpito quello che scrivi, soprattutto il primo grassetto.

Mi ha fatto pensare a un piccolo paradosso della comunicazione. A volte, nel tentativo di capire se l'altro ci vuole bene, se ci sceglie davvero o se c'è realmente, stiamo usando il linguaggio per ottenere una prova di qualcosa che il linguaggio non può fornire in forma "pura", senza alterare ciò che sta misurando.

I sentimenti, infatti, non sono direttamente osservabili: li conosciamo attraverso la continuità dei comportamenti, dei gesti e della presenza nel tempo. Quando però chiediamo una conferma esplicita ("Mi vuoi bene?", "Ci sei davvero?", "Mi scegli?"), trasformiamo quella manifestazione spontanea in una risposta sotto verifica.

E qui nasce il paradosso: la domanda cerca una prova, ma proprio il fatto di chiederla rende quella prova meno convincente.

È un'idea che richiama molto Paul Watzlawick: nella comunicazione il modo in cui definiamo una relazione entra a far parte della relazione stessa. Per questo una richiesta di conferma non si limita a raccogliere un'informazione, ma modifica anche il contesto in cui quella risposta viene prodotta e interpretata.

Se l'altro risponde "sì", può sempre insinuarsi il dubbio: lo dice perché lo sente davvero o perché gliel'ho chiesto, perché vuole rassicurarmi o teme di ferirmi? Se risponde "no", ovviamente la relazione viene negata. Così anche un "sì" perfettamente sincero perde, ai nostri occhi, parte del suo valore di conferma, non perché sia falso, ma perché la richiesta stessa introduce il sospetto che la risposta sia influenzata dalla situazione.

È quasi un problema epistemico: il tentativo di ottenere una prova modifica le condizioni in cui quella prova viene prodotta. Si cerca una certezza, ma il modo stesso in cui la si cerca impedisce che quella certezza possa presentarsi come una prova definitiva.

Ed è qui che la tua frase finale, il secondo grassetto, mi sembra particolarmente significativa.

Forse perché, quando la relazione viene continuamente sottoposta a verifica, l'attenzione si sposta dall'esperienza alla dimostrazione.
Razionalmente posso capire tutto quello che l'altro mi dice e riconoscere la coerenza dei suoi comportamenti, ma emotivamente continuo a cercare una prova definitiva che, per sua natura, non può esistere.

La presenza dell'altro non è qualcosa che si dimostra una volta per tutte: è qualcosa che si riconosce e si sperimenta nel tempo.

Paradossalmente, più cerchiamo di trasformare quella presenza in una certezza dimostrabile attraverso le parole, più rischiamo di perdere il contatto con il modo in cui quella presenza si manifesta davvero.

È che così ti incastri da sola: diventa quasi una "tentata soluzione", per usare un'espressione di Watzlawick. Il problema viene mantenuto proprio dalla soluzione che si continua ad applicare.

"Se riuscissi ad avere una conferma più forte, finalmente sentirei che l'altro c'è." Ma se ogni conferma viene poi svalutata perché richiesta, non esisterà mai una conferma sufficiente.

È interessante anche da un punto di vista psicologico. Si sposta il criterio di verità: invece di affidarsi all'esperienza complessiva della relazione — i comportamenti, la continuità, la scelta nel tempo — si cerca una certezza assoluta attraverso una dichiarazione, delle prove.

Ma quella certezza assoluta, per la natura stessa delle relazioni umane, non è ottenibile. Anche se oggi avessi una prova perfetta della sincerità dell'altro, quella prova non potrebbe garantire il domani. Le relazioni sono processi, non stati permanenti: nessuna dichiarazione può eliminare l'incertezza che accompagna il tempo.

Forse il punto è proprio questo: la fiducia non nasce dall'eliminazione dell'incertezza, ma dalla capacità di tollerarla. Se l'obiettivo diventa cancellare ogni dubbio attraverso continue verifiche, ogni risposta sarà inevitabilmente insufficiente e il bisogno di conferme finirà per autoalimentarsi.

La ricerca continua di prove sposta progressivamente il baricentro dal vivere la relazione all'analizzarla. L'attenzione diventa sempre più cognitiva e sempre meno esperienziale. Ed è proprio questo, secondo me, uno degli elementi che finisce per narcotizzare il sentire.
 

ipazia

utente nonconvergente ᴸᴹᴬᴼ 💀
Mi ha colpito quello che scrivi, soprattutto il primo grassetto.

Mi ha fatto pensare a un piccolo paradosso della comunicazione. A volte, nel tentativo di capire se l'altro ci vuole bene, se ci sceglie davvero o se c'è realmente, stiamo usando il linguaggio per ottenere una prova di qualcosa che il linguaggio non può fornire in forma "pura", senza alterare ciò che sta misurando.

I sentimenti, infatti, non sono direttamente osservabili: li conosciamo attraverso la continuità dei comportamenti, dei gesti e della presenza nel tempo. Quando però chiediamo una conferma esplicita ("Mi vuoi bene?", "Ci sei davvero?", "Mi scegli?"), trasformiamo quella manifestazione spontanea in una risposta sotto verifica.

E qui nasce il paradosso: la domanda cerca una prova, ma proprio il fatto di chiederla rende quella prova meno convincente.

È un'idea che richiama molto Paul Watzlawick: nella comunicazione il modo in cui definiamo una relazione entra a far parte della relazione stessa. Per questo una richiesta di conferma non si limita a raccogliere un'informazione, ma modifica anche il contesto in cui quella risposta viene prodotta e interpretata.

Se l'altro risponde "sì", può sempre insinuarsi il dubbio: lo dice perché lo sente davvero o perché gliel'ho chiesto, perché vuole rassicurarmi o teme di ferirmi? Se risponde "no", ovviamente la relazione viene negata. Così anche un "sì" perfettamente sincero perde, ai nostri occhi, parte del suo valore di conferma, non perché sia falso, ma perché la richiesta stessa introduce il sospetto che la risposta sia influenzata dalla situazione.

È quasi un problema epistemico: il tentativo di ottenere una prova modifica le condizioni in cui quella prova viene prodotta. Si cerca una certezza, ma il modo stesso in cui la si cerca impedisce che quella certezza possa presentarsi come una prova definitiva.

Ed è qui che la tua frase finale, il secondo grassetto, mi sembra particolarmente significativa.

Forse perché, quando la relazione viene continuamente sottoposta a verifica, l'attenzione si sposta dall'esperienza alla dimostrazione.
Razionalmente posso capire tutto quello che l'altro mi dice e riconoscere la coerenza dei suoi comportamenti, ma emotivamente continuo a cercare una prova definitiva che, per sua natura, non può esistere.

La presenza dell'altro non è qualcosa che si dimostra una volta per tutte: è qualcosa che si riconosce e si sperimenta nel tempo.

Paradossalmente, più cerchiamo di trasformare quella presenza in una certezza dimostrabile attraverso le parole, più rischiamo di perdere il contatto con il modo in cui quella presenza si manifesta davvero.

È che così ti incastri da sola: diventa quasi una "tentata soluzione", per usare un'espressione di Watzlawick. Il problema viene mantenuto proprio dalla soluzione che si continua ad applicare.

"Se riuscissi ad avere una conferma più forte, finalmente sentirei che l'altro c'è." Ma se ogni conferma viene poi svalutata perché richiesta, non esisterà mai una conferma sufficiente.

È interessante anche da un punto di vista psicologico. Si sposta il criterio di verità: invece di affidarsi all'esperienza complessiva della relazione — i comportamenti, la continuità, la scelta nel tempo — si cerca una certezza assoluta attraverso una dichiarazione, delle prove.

Ma quella certezza assoluta, per la natura stessa delle relazioni umane, non è ottenibile. Anche se oggi avessi una prova perfetta della sincerità dell'altro, quella prova non potrebbe garantire il domani. Le relazioni sono processi, non stati permanenti: nessuna dichiarazione può eliminare l'incertezza che accompagna il tempo.

Forse il punto è proprio questo: la fiducia non nasce dall'eliminazione dell'incertezza, ma dalla capacità di tollerarla. Se l'obiettivo diventa cancellare ogni dubbio attraverso continue verifiche, ogni risposta sarà inevitabilmente insufficiente e il bisogno di conferme finirà per autoalimentarsi.

La ricerca continua di prove sposta progressivamente il baricentro dal vivere la relazione all'analizzarla. L'attenzione diventa sempre più cognitiva e sempre meno esperienziale. Ed è proprio questo, secondo me, uno degli elementi che finisce per narcotizzare il sentire.
Sintetizzando al massimo, credo che una relazione sia l'azzardo più alto che possiamo assumerci. Non esiste alcuna garanzia rispetto al dolore che potremmo provare, perché l'altro resta sempre altro e il tempo rende ogni certezza provvisoria.

Dopo aver girato attorno a questa questione per anni, mi sono accorta che continuavo a pormi la domanda sbagliata. Cercavo una certezza sull'altro, quando l'unica cosa su cui potevo davvero interrogarmi era: io cosa sento?

Da lì, lasciare che l'altro accada. Non nel senso di subirlo passivamente, ma di permettergli di manifestarsi per ciò che è, senza porre limiti preventivi o condizioni a priori.

Questo, però, richiede una certa spietatezza. Non verso l'altro, ma verso le proprie illusioni. Significa non arretrare sui propri desideri e sulle proprie condizioni per paura di perdere la relazione; non confondere il rispetto con il compiacimento o con il continuo accomodarsi; e soprattutto mostrarsi il più interamente possibile.

Penso che la fiducia non consista nell'essere certi dell'altro, ma nel decidere di esserci comunque, sapendo che nessuna relazione può offrire garanzie assolute.

L'unica certezza che posso costruire è la coerenza con ciò che sento e con il modo in cui scelgo di abitare quel legame. Il resto appartiene inevitabilmente alla libertà dell'altro e al tempo.

Ed è proprio qui che entra in gioco la questione del controllo: più una relazione viene costruita attraverso richieste di verifica, condizioni e bisogno di garanzie, più si ottiene forse prevedibilità, ma meno si accede a ciò che l'altro è realmente.
Il controllo aumenta la sicurezza apparente, ma riduce lo spazio in cui l'altro può manifestarsi nella sua verità. Al contrario, è proprio la libertà dell'altro — il non essere continuamente vincolato a dimostrare o confermare — che rende possibile riconoscerlo davvero nel tempo.
 

Nicky

Utente di lunga data
Invece è pieno di traditori che amano i coniugi o di traditi che sono amati :D
Quindi no, l'amore non credo che sia la discriminante
Ma nessun tradito si sente amato (per quel che leggo, è un'esperienza che non ho vissuto, almeno coscientemente). Questo qualcosa significa, credo.
 

Klavier

Utente di lunga data
Ma nessun tradito si sente amato (per quel che leggo, è un'esperienza che non ho vissuto, almeno coscientemente). Questo qualcosa significa, credo.
Non abbastanza 🥺
Lui parla del traditore che pur amando tradisce. Quindi il tradito è amato dal traditore. Il tradito purtroppo mette in dubbio questo amore quando scopre il successo
 

hammer

Utente di lunga data
No, però se uno è ex, magari sbaglio, ma lo vedo come qualcosa di "archiviato", comunque non una minaccia. Invece uno nuovo, sconosciuto, che comincia a messaggiare quotidianamente con compagna/moglie, e poi decidono pure di vedersi di nascosto dalla moglie di lui... io non sono un tipo da scenate, però quando torna a casa non so se trova la stessa serratura, se la casa è intestata a me.
Come sei estremo! :rolleyes: Non capisco come potresti mettere in discussione una relazione che dura da decenni per una simile sciocchezzuola. :rolleyes:
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
E' come se dicesse "quella parte di me promiscua non è mai morta, è lì, dentro me, e fa parte di me, e la sto ricercando".
Quindi mi stai dicendo in termini semplici che una donna che per 26 anni ti ha detto di non avere voglia di cazzo in generale ma solo del tuo non ti ha mentito tutto il tempo?
Io mi vorrei il problema se ha mentito soltanto a te o anche a se stessa...
 

Ginevra65

Moderatrice del cazzo
Staff Forum
Lo abbiamo fatto diventare brutto noi, questo. Si pensa alla voglia come un desiderio che implichi per forza qualcosa di condiviso con qualcun altro che non sia il proprio partner ma che sia piuttosto a discapito del partner. Se ho piacere di vedere una persona e te ne rendo partecipe, ti sto facendo male o sto condividendo qualcosa con te che ho piacere di fare io come entità distinta dal noi ma consapevole del noi?
E perché associamo la parola piacere solo a qualcosa che ci esclude senza renderci conto che automaticamente facendo così precludiamo un piacere che fa bene all'altro, anche se si tratta solo di rivivere un ricordo?
Io penso che a volte si ha così tanta paura del passato di qualcuno a tal punto che ci si dimentica del presente e del fatto che accanto ci si è scelti, ci si è arrivati, dopo un percorso che però c è stato prima, senza di noi.
E bisogna averne secondo me altrettanto rispetto.
Non siamo stati noi a renderlo brutto ma il non sentirsi a proprio agio da parte di @Warlock .
Lui ha sentito qualcosa nella modalità di comunicazione che non era normale.
Se hai piacere di vedere qualcuno lo si dice ma se l'altro si sente a disagio forse quel piacere non lo ha mai visto per nessun altro.
Per come la vedo io non è paura del passato ma timore che il presente non sia più quello che si voleva.
Anche un collega attuale avrebbe suscitato la stessa incertezza se il messaggiare fosse stato assiduo.
E il cambiamento che fa paura
 

Rebecca89

Sentire libera
Non siamo stati noi a renderlo brutto ma il non sentirsi a proprio agio da parte di @Warlock .
Lui ha sentito qualcosa nella modalità di comunicazione che non era normale.
Se hai piacere di vedere qualcuno lo si dice ma se l'altro si sente a disagio forse quel piacere non lo ha mai visto per nessun altro.
Per come la vedo io non è paura del passato ma timore che il presente non sia più quello che si voleva.
Anche un collega attuale avrebbe suscitato la stessa incertezza se il messaggiare fosse stato assiduo.
E il cambiamento che fa paura
Le paure ci sono per essere superate.
I cambiamenti ci sono per essere affrontati.
Altrimenti si vive in una scatola di Pan di zucchero fatta di menzogne per paura di.
Reazioni, conseguenze, esposizioni.
Il timore è naturale. Ma non può questo soffocare l' altro.
Se Warlock in tutti i suoi timori ha scelto di fidarsi, è perché da quegli stessi timori non ha voluto farsi schiacciare.
Nel bene e nel male.

E se invece della paura che il presente non sia quello che si voleva, ci sia la consapevolezza che si è nel presente giusto?

Mi ricorda la frase che ho postato e letto qualche tempo fa.

"Provaci.
E se va male?
E se invece va bene?"

Ma quanti veramente la vivono in questo ordine qui e non al contrario?
 
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