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Old pippo1976
Guest
La mia gamofobia
Buondì, ho inserito la parola "gamofobia" su google e sono approdato al vostro forum. Mi presento: sono un uomo, ho 32 anni e... soffro di gamofobia.
Premesso che la gamofobia, come tutte le x-fobie, è la descrizione empirica di una sindrome, che ben poco ci dice delle vere motivazioni e dei disagi profondi che ne stanno alla base (ed è ovviamente ciò che conta), da un punto di vista del fenomeno io sono scivolato in depressione proprio di fronte alla "minaccia" del matrimonio. Già, perché per il gamofobico il matrimonio è una minaccia che porta terrore e sconquasso. Una paura irrazionale che toglie il fiato, distrugge la vita. E non si tratta del matrimonio con questa o quella persona, fino alla persona "giusta" che dissiperà ogni remora (e magari vissero felici e contenti, evviva). E' il solo concetto, addirittura il solo parlarne in modo astratto, che genera terrore profondo, la sensazione di essere braccati a morte, senza dove scappare. Leggo che qui molti parlano di progettualità condivisa, valori da realizzare insieme eccetera. Ma se parliamo della vera fobia, questa non ha *nulla* ha che vedere con i valori. Chi ha paura dell'altezza (mi pare si chiami batofobia) non odia mica i grattacieli! Nella mia famiglia e nelle famiglie io ho sempre avuto riferimenti importanti e credo sinceramente nei valori della famiglia. Ma quando "è il mio turno", scatta l'imprevedibile!
Ho avuto diverse relazioni con ragazze diversissime tra loro, alcune piacevoli e abbastanza durature. La mia relazione attuale dura, tra alti e bassi, da sette anni. Ma non c'è nulla da fare. Quando si arriva all'ipotesi (dico solo all'ipotesi) coniugale, partono i sintomi da manicomio: sudorazione esagerata, senso di nausea, vertigini, un nodo alla gola che sale come un pugno dallo stomaco e vuole scoppiare in pianto, e poi tanta tanta voglia di scappare, ma al tempo stesso il trovarsi pietrificati che è tipico di un terrore atavico: quello dell'animale braccato che non ha più dove nascondersi (scusatemi se mi ripeto). E questo inferno dura giorni interi.
Purtroppo oggi il termine fobia è logorato dall'uso comune. Ma le fobie, quelle vere, sono i tabu, anche qui ovviamente nel senso originario e più forte: una resistenza, un veto, di fronte a cui nemmeno la morte sembra un'opzione eccessiva.
Detto questo, spero di avere testimoniato che la gamofobia esiste e per quanto ho vissuto, nulla a ha che fare con il maschietto (o anche la femminuccia, immagino) comodo e furbetto, che non vuole perdere i vantaggi della sua indipendenza perché non ha fretta di crescere.
Nel mio caso sono in analisi da circa un anno. Quel poco che è finora emerso porta a concludere che la fobia in parola è il remoto effetto collaterale della lunga ombra di un trauma che negli anni si è espresso attraverso una catena di comportamenti e rappresentazioni di "salvataggio". In pratica, il matrimonio minaccia le compensazioni faticosamente costruite a cui negli anni ho ancorato un accettabile benessere, e che mi ha salvato dalla depressione a partire dagli anni dell'adolescenza. Il modello è quello, fin troppo solito, della carenza affettiva. Dopo un'infanzia infernale (ma "felice" secondo i canoni materiali) trascorsa ad elemosinare ciò che mia madre non mi poteva dare, e complice la latitanza totale di mio padre, ho scoperto nell’adolescenza che potevo trovare “in bustina” ciò che non mi era stato somministrato da piccolo. Attraverso la seduzione e il sesso era possibile procurarsi l’amore e l’affetto delle coetanee, e il calore femminile che mai avevo conosciuto. E’ così incominciato un lungo periodo di innamoramenti folli e simultanei, relazioni intrecciate che andavano dalla scappatella all’intesa platonica, alla relazione più o meno lunga, alla scopata per sfida, con tradimenti continui, multipli, sovrapposti, compresenza di figure femminili salvifiche che si alternavano entrando e uscendo di scena in momenti diversi. Sullo sfondo c’era sempre una relazione “seria”, una sorta di porto sicuro a cui tornavo dopo ogni avventura e da cui progettavo e realizzavo fughe di ogni genere. Onestamente, non ero infelice. E’ stato un periodo convulso e rumoroso dove l’esaltazione dei nuovi amori conviveva con le delusioni cocenti, che pure però mi davano la possibilità di proiettare la mia infelicità fuori dalla mia testa, verso una felicità che credevo possibile ma temporaneamente “fuori servizio”.
Poi è arrivata l’età del “bisogna mettere la testa a posto”. I sensi di colpa si facevano violenti, e la persona che ancora oggi, e nonostante l’impossibile che le ho fatto passare, mi sta vicino, desiderava qualcosa che era intrinsecamente destinato a distruggere il terreno stesso su cui avevo appoggiato la vita. Dopo quindici anni mi sono chiesto se era possibile liberarsi dalla schiavitù di questa “medicina”. Già, perché l’amore in bustina funziona solo nello scarto tra l’innamoramento e la scoperta che l’amata non può essere né una mamma né tantomeno una dea (la dea che ogni bimbo vede nella sua mamma). Quando scoprivo che la persona amata era una persona fatta della povera materia umana di cui tutti siam fatti, era già ora di levare le tende. La medicina è usa-e-getta. C’era bisogno di carne fresca, possibilmente giovane (le adolescenti sono tanto idealiste!) per rattoppare una ferita che prima o poi ingoia tutti i cerotti e riprende a sanguinare sempre più copiosa.
E così mi sono bloccato. Dietro di me, un sistema collaudato ma con le gambe un po’ troppo corte, che vorrei tanto superare. Davanti a me, il muro di una convivenza coniugale che rimando in preda alla fobia - e perché no, ai sensi di colpa perché gli uomini indecisi sono ovviamente dei “poco di buono”, dei “furbi” da mollare finché si è in tempo.
Mi scuso per avere scritto tantissimo - e sì, lo ammetto, ho scritto soprattutto per me. Spero comunque di avere portato un contributo utile alla discussione.
Buondì, ho inserito la parola "gamofobia" su google e sono approdato al vostro forum. Mi presento: sono un uomo, ho 32 anni e... soffro di gamofobia.
Premesso che la gamofobia, come tutte le x-fobie, è la descrizione empirica di una sindrome, che ben poco ci dice delle vere motivazioni e dei disagi profondi che ne stanno alla base (ed è ovviamente ciò che conta), da un punto di vista del fenomeno io sono scivolato in depressione proprio di fronte alla "minaccia" del matrimonio. Già, perché per il gamofobico il matrimonio è una minaccia che porta terrore e sconquasso. Una paura irrazionale che toglie il fiato, distrugge la vita. E non si tratta del matrimonio con questa o quella persona, fino alla persona "giusta" che dissiperà ogni remora (e magari vissero felici e contenti, evviva). E' il solo concetto, addirittura il solo parlarne in modo astratto, che genera terrore profondo, la sensazione di essere braccati a morte, senza dove scappare. Leggo che qui molti parlano di progettualità condivisa, valori da realizzare insieme eccetera. Ma se parliamo della vera fobia, questa non ha *nulla* ha che vedere con i valori. Chi ha paura dell'altezza (mi pare si chiami batofobia) non odia mica i grattacieli! Nella mia famiglia e nelle famiglie io ho sempre avuto riferimenti importanti e credo sinceramente nei valori della famiglia. Ma quando "è il mio turno", scatta l'imprevedibile!
Ho avuto diverse relazioni con ragazze diversissime tra loro, alcune piacevoli e abbastanza durature. La mia relazione attuale dura, tra alti e bassi, da sette anni. Ma non c'è nulla da fare. Quando si arriva all'ipotesi (dico solo all'ipotesi) coniugale, partono i sintomi da manicomio: sudorazione esagerata, senso di nausea, vertigini, un nodo alla gola che sale come un pugno dallo stomaco e vuole scoppiare in pianto, e poi tanta tanta voglia di scappare, ma al tempo stesso il trovarsi pietrificati che è tipico di un terrore atavico: quello dell'animale braccato che non ha più dove nascondersi (scusatemi se mi ripeto). E questo inferno dura giorni interi.
Purtroppo oggi il termine fobia è logorato dall'uso comune. Ma le fobie, quelle vere, sono i tabu, anche qui ovviamente nel senso originario e più forte: una resistenza, un veto, di fronte a cui nemmeno la morte sembra un'opzione eccessiva.
Detto questo, spero di avere testimoniato che la gamofobia esiste e per quanto ho vissuto, nulla a ha che fare con il maschietto (o anche la femminuccia, immagino) comodo e furbetto, che non vuole perdere i vantaggi della sua indipendenza perché non ha fretta di crescere.
Nel mio caso sono in analisi da circa un anno. Quel poco che è finora emerso porta a concludere che la fobia in parola è il remoto effetto collaterale della lunga ombra di un trauma che negli anni si è espresso attraverso una catena di comportamenti e rappresentazioni di "salvataggio". In pratica, il matrimonio minaccia le compensazioni faticosamente costruite a cui negli anni ho ancorato un accettabile benessere, e che mi ha salvato dalla depressione a partire dagli anni dell'adolescenza. Il modello è quello, fin troppo solito, della carenza affettiva. Dopo un'infanzia infernale (ma "felice" secondo i canoni materiali) trascorsa ad elemosinare ciò che mia madre non mi poteva dare, e complice la latitanza totale di mio padre, ho scoperto nell’adolescenza che potevo trovare “in bustina” ciò che non mi era stato somministrato da piccolo. Attraverso la seduzione e il sesso era possibile procurarsi l’amore e l’affetto delle coetanee, e il calore femminile che mai avevo conosciuto. E’ così incominciato un lungo periodo di innamoramenti folli e simultanei, relazioni intrecciate che andavano dalla scappatella all’intesa platonica, alla relazione più o meno lunga, alla scopata per sfida, con tradimenti continui, multipli, sovrapposti, compresenza di figure femminili salvifiche che si alternavano entrando e uscendo di scena in momenti diversi. Sullo sfondo c’era sempre una relazione “seria”, una sorta di porto sicuro a cui tornavo dopo ogni avventura e da cui progettavo e realizzavo fughe di ogni genere. Onestamente, non ero infelice. E’ stato un periodo convulso e rumoroso dove l’esaltazione dei nuovi amori conviveva con le delusioni cocenti, che pure però mi davano la possibilità di proiettare la mia infelicità fuori dalla mia testa, verso una felicità che credevo possibile ma temporaneamente “fuori servizio”.
Poi è arrivata l’età del “bisogna mettere la testa a posto”. I sensi di colpa si facevano violenti, e la persona che ancora oggi, e nonostante l’impossibile che le ho fatto passare, mi sta vicino, desiderava qualcosa che era intrinsecamente destinato a distruggere il terreno stesso su cui avevo appoggiato la vita. Dopo quindici anni mi sono chiesto se era possibile liberarsi dalla schiavitù di questa “medicina”. Già, perché l’amore in bustina funziona solo nello scarto tra l’innamoramento e la scoperta che l’amata non può essere né una mamma né tantomeno una dea (la dea che ogni bimbo vede nella sua mamma). Quando scoprivo che la persona amata era una persona fatta della povera materia umana di cui tutti siam fatti, era già ora di levare le tende. La medicina è usa-e-getta. C’era bisogno di carne fresca, possibilmente giovane (le adolescenti sono tanto idealiste!) per rattoppare una ferita che prima o poi ingoia tutti i cerotti e riprende a sanguinare sempre più copiosa.
E così mi sono bloccato. Dietro di me, un sistema collaudato ma con le gambe un po’ troppo corte, che vorrei tanto superare. Davanti a me, il muro di una convivenza coniugale che rimando in preda alla fobia - e perché no, ai sensi di colpa perché gli uomini indecisi sono ovviamente dei “poco di buono”, dei “furbi” da mollare finché si è in tempo.
Mi scuso per avere scritto tantissimo - e sì, lo ammetto, ho scritto soprattutto per me. Spero comunque di avere portato un contributo utile alla discussione.