La rubrica "Cuori allo Specchio" di Massimo Gramellini si trova ogni fine settimana in questo forum, dove vengono pubblicati tutti i vostri messaggi.
Amo il bacio che non ho dato
VERDEPROVA
Quest’estate vi chiedo di raccontare storie d’amore (presenti o passate) legate a una canzone.
C’è una canzone all’inizio e una alla fine, è sempre così. A 18 anni stavo appoggiata al muro di una vecchia cascina, era inverno, le nebbie sulla campagna brinata. La galaverna. Mi cantavo sottovoce: «ricordi, sbocciavan le viole con le nostre parole - amore non ci lasceremo mai - mai e poi mai - Vorrei dirti ora le stesse cose - ma come fan presto amore ad appassire le rose - così per noi l’amore che strappa i capelli è perduto ormai - non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza».
Strano sentirsi dentro a quell’età una canzone così rassegnata, l’età in cui tanto sarebbe cominciato, la canzone dell’amore perduto. Le parole continuano: «e quando ti troverai in mano - quei fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano - li rimpiangerai - ma sarà la prima che incontri per strada - che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato - per un amore nuovo». Nei miei libri ci sono ancora i fiori di quegli anni, petali di rose e primule. Ora, le carezze non sono svogliate ma, forse davvero per baci immaginari, si coprirebbe d’oro un amore nuovo.
Non so se saranno trenta righe, certo gli anni passati sono più di trenta e la canzone che mi canto adesso è L’amore conta: «io e te ne abbiam vista qualcuna - vissuta qualcuna - ed abbiamo capito per bene il termine insieme - mentre il sole alle spalle pian piano va giù e quel sole vorresti non essere tu - Quante briciole restano dietro di noi…».
Le canzoni cominciano, le prime note ci restano dentro e restano un sogno che teniamo stretto, che se cerchiamo di non sentire ci girano dentro come un lieve o greve tormento. Ma quando finiscono il silenzio è un peso insopportabile.
Risposta
A prima vista non sembrerebbe una lettera estiva. Odora d’autunno e di inverno. Ma chi sa guardare sotto le foglie secche e al di là della brina, sentirà esplodere sotto la quiete malinconica delle tue parole la forza della natura.
Ti sei scelta le canzoni stupende di due poeti: Fabrizio De André e Luciano Ligabue. Nei loro testi e nelle tue riflessioni è racchiuso il senso delle migliaia di lettere che arrivano ogni anno a rubriche come questa. L’emozione e il sentimento. La difficoltà di tener viva la prima e di far crescere il secondo. Ci si lascia per la delusione di aver visto svanire la fiamma iniziale e si va a riaccenderla da un’altra parte, salvo imbattersi nella dolorosa scoperta che il ciclo si ripete, secondo un copione già scritto. Primo atto: gli approcci, gli abbracci, i progetti. Secondo atto: gli sbadigli, i tradimenti, i sensi di colpa. A quel punto scende il sipario e certe volte nemmeno quello: si resta sul palco a recitare una trama stanca, in attesa di colpi di scena che non arrivano mai.
Tutto parte da una verità che facciamo fatica ad accettare: la passione («l’amore che strappa i capelli») dura poco. E tutto parte da una bugia che facciamo fatica a rinnegare: la passione non è il traguardo finale dell’amore. È soltanto la spinta che mette in movimento la slitta su cui ogni coppia è seduta. Ma perché la slitta arrivi a valle senza sfracellarsi è necessario che lungo il percorso i due atleti sincronizzino i movimenti e abbiano «capito per bene il termine insieme», senza girarsi di continuo a rimpiangere le «briciole che restano dietro di noi». Il «bacio mai dato» di De André sembra sempre il più bello, ma se lo avessimo dato, anch’esso dopo qualche tempo si sarebbe tramutato in briciole.
La spinta della passione finisce, prima o poi. A quel punto ciò che permette alla coppia di non perdere velocità e di non limitarsi a «qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza» è la forza del progetto comune. Come canta Ligabue, «ci si sceglie per farselo un po’ in compagnia - questo viaggio in cui non si ripassa dal via». La pista è piena di buche: si sbanda, ci si stacca, si ha la sensazione di essersi persi, ed «è un peccato per quelle promesse oneste ma grosse» («amore non ci lasceremo mai, mai e poi mai») che all’improvviso sembrano finte, dettate solo dagli ormoni che danzavano ancora impetuosi, nel momento in cui le pronunciammo.
Eppure, se i due Io avranno saputo diventare un Noi, resisteranno a tutto, anche alla morte apparente dei sogni assoluti della giovinezza. E li faranno risorgere in modo nuovo, perché non esiste un solo modo di amarsi e la passione evolve nel corso della vita, si infila lungo sentieri sconosciuti, perde violenza, ma acquista profondità. Come conclude Ligabue, «l'amore conta: - conosci un altro modo per fregar la morte?».
Io francamente no. Infatti la parola «Amore» deriva dal sanscrito A-mor, che significa: oltre la morte.
P.S. Le canzoni finiscono, Verdeprova, ma il silenzio può non essere sempre un peso insopportabile. Se la musica è il linguaggio degli angeli, il silenzio è quello degli dei. Basta saperlo ascoltare.
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Basterebbe capirlo almeno in due...