Di una relazione di coppia

Nicky

Utente di lunga data
La paura del conflitto, di ferire l'altro, che induce a non parlare, o di essee feriti, che porta a nkn ascoltare e a chiudersi nelle proprie convinzioni.
La sensazione che la comunicazione sia inutile e allarghi il conflitto invece di contribuire a superarlo.
La differenza di stili di comunicazione, che, non essendo solo verbale, a volte richiede una sensibilità e attitudine simile.
Sul piano pratico, comunicare in modo confuso, emotivo, senza esprimere chiaramente le proprie richieste, rivangando il passato o usando asserzioni assolute, indiscutibili. E la mancanza di domande, che spegne la comunicazione, fa capite che l'altro non ha interesse ad andare avanti, a confrontarsi.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Ufficiale o meno che sia, quali ritenete siano gli elementi che più contribuiscono a creare un muro comunicativo?

Ci si ricordi il monito di @perplesso, si rimanga in tema ricordandosi di aprire una propria discussione nel caso si desideri parlare di scarpe e mutande.
Ne ho 3 per te, tutte lenzuolate. Iniziamo dal primo. I sottintesi.

In famiglia, nel lavoro, nelle coppie, nelle amicizie, ovunque. Il muro nasce lì: nelle cose che ti scocciano poco, ti destabilizzano poco, ti danno fastidio poco. Talmente poco che non le dici. Poi passano i mesi e quel “poco” diventa arredamento, odore di chiuso, rancore sotto il battiscopa.

La gente pensa che i muri comunicativi nascano dai grandi conflitti. No. Quelli almeno fanno rumore. I muri veri li costruisci quando non pianti i chiodi mentre dovresti. Quando lasci correre perché hai da fare, perché hai un obiettivo, perché ti senti forte, perché “tanto ce la faccio”, perché sei convinto che la motivazione basti a compensare gomme da pioggia montate nel deserto.

Poi ti svegli anni dopo e scopri che non hai un problema. Hai una struttura.

Spazi, tempi, soldi, figli, sesso, gestione dell’ansia altrui. Soprattutto quella. Noi uomini abbiamo questa tara del grande paladino: spalle larghe, mascella serrata, “ci penso io”, “tranquilla”, “i tuoi fantasmi li scaccio io”. E intanto ci accolliamo insicurezze che non sono nostre, paure che non abbiamo generato, aspettative che non abbiamo mai promesso. Dopo un po’ non sei più un compagno. Sei un reparto manutenzione emotiva. Che per quella materiale mica sarebbe un problema, li basta farsi il culo, che ci vuole?

Un sacco di donne, poi, sono state rovinate da un femminismo sbagliato: invece di liberarle, le ha messe in gara per diventare maschi di seconda mano. Sempre in lotta, sempre in debito, sempre a dimostrare qualcosa, con mezzo fiato in meno e la femminilità trattata come un difetto da correggere. E tu magari stai lì, a fare il moderno, il comprensivo, quello che non vuole sembrare il cavernicolo. Altro sottinteso. Altra muffa.

Il punto serio è uno: i paletti vanno detti quando costano.

Prima di fare mia figlia io dissi a mia moglie una cosa durissima, una di quelle che ti fanno passare per stronzo anche se stai solo mettendo il tavolo in piano: io non sono disposto a costruire la mia vita intorno all’accudimento di un figlio gravemente compromesso. Se dagli esami fosse emersa una situazione incompatibile con la famiglia che avevamo in mente, per me la gravidanza si interrompeva. Fine.

La mia famiglia è fatta di medici. La mia ex moglie è medico. Sapevamo benissimo cosa significasse amniocentesi, rischio compreso. Non era una frase da bar, era un paletto. O quella era la linea comune, oppure lei poteva andare a costruire una famiglia con un altro più adatto a quella vita.

Queste cose si dicono prima. Non dopo, quando ormai c’è il passeggino in corridoio e il martirio sul comodino.

Il muro comunicativo nasce quando non dici all’altro dove ti perde.

Io sono stato lasciato da diverse fidanzate proprio per questo: quando arrivava il momento del discorso serio, invece di fare il vago negoziavo punto su punto. Casa, figli, soldi, libertà, sesso, priorità, margini. Risultato: alcune si sono autoeliminate. Benissimo. Ho avuto quasi solo donne eccezionali, perché le altre non hanno superato il cancello.

Ogni volta che è finita male, sono andato a stare meglio.

Però costa. Vuol dire passare per stronzo più del necessario. Vuol dire scoprire che quelli che ti apprezzano davvero sono pochi, perché la maggior parte della gente non vuole vivere la vita: vuole raccontarsela. Vuole lo storytelling, la cornice, la frase bella, la coppia che sembra reggere, il compromesso chiamato maturità.

Per questo finisco a scrivere certe cose qui in anonimo. Perché fuori conosco un botto di gente, ma con pochi posso essere così. Con la bionda ho impostato un rapporto duro, pulito, meravigliosamente corretto proprio perché ci tengo. E infatti le ho fatto conoscere solo una frazione delle persone che conosco: quelle davanti a cui posso essere me stesso, senza indorare la pillola e senza dover menare solo perché il ruolo lo pretende.

Il muro comunicativo numero 1 è il sottinteso che hai lasciato invecchiare.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
@Pincopallino, il secondo punto che ti incula è quella sensazione di investire 100 per ottenere 1.

Nei rapporti lunghi succede spesso così: all’inizio dai senza contare. Dai perché vuoi sembrare migliore, più largo, più generoso, più giusto. Sei ancora nella fase scenografica, quella in cui se l’altro ti dà 100 tu rispondi 1000, poi un milione, poi dieci milioni. Tutto slancio, tutto fuoco, tutto “io sono diverso dagli altri”.

Peccato che non sia amore, e manco innamoramento. È doping.

Una relazione dovrebbe avere una contabilità viva: do, guardo cosa torna, aggiusto, sposto, riduco, rilancio. Non il bilancino del morto dentro, ma neppure il martirio col sorriso. Invece veniamo educati esattamente al contrario: amare significa dare senza misura, sopportare, restare, non chiedere troppo, non sembrare egoisti, non fare i conti. Una pedagogia sentimentale da catechismo e film di Natale, dove chi resiste vale di più solo perché si sta consumando.

Così all’inizio butti dentro tutto: tempo, energie, soldi, pazienza, perdoni, presenza, adattamenti, pezzi di te. Poi passano gli anni e cominci a vedere solo quello che non torna. Il buco. Il ritorno mancato. La montagna che non si sposta. La fatica che non produce più desiderio, né gratitudine, né allegria, né pelle.

E lì nasce il rancore.

Ti senti truffato, anche se nessuno ti ha truffato davvero. Hai costruito una partita senza regole e poi ti incazzi perché il banco non paga. Hai dato troppo quando non volevi contare, e inizi a contare quando ormai hai dato troppo.

È da lì che spesso entra il tradimento. L’amante, tante volte, non è il grande amore. È il primo dividendo dopo anni di capitale bruciato.

Poi certo, può diventare casino, disastro, vigliaccheria, gestione miserabile. Quello dipende dalla qualità umana, e la madre degli stronzi è sempre incinta. Ma la spinta nasce lì: dalla sensazione di stare in una coppia dove continui a versare e non prelevi mai.

Alla fine ti ritrovi come il giocatore di poker che continua a perdere e rilancia perché deve rifarsi. Resti non perché stai bene, ma perché hai investito. Hai messo anni, figli, casa, faccia, abitudini, ruolo. Alzarti vorrebbe dire ammettere la perdita.

E molti preferiscono campare male piuttosto che contabilizzare il fallimento.

Così resti al tavolo, con le tasche vuote e la dignità ancora puntata sul piatto. Oppure guardi fuori.

E quando guardi fuori, spesso non stai cercando un altro amore, ma una vita che torni a rendere.
 

CIRCE74

Moderator
Staff Forum
Provare a farsi capire, mi piace questa nuova dimensione emersa.
Non confonderemo il provare a farsi capire con l’imposizione di un nuovo sentire?
No, sai che c'è? È che tutti noi abbiamo dei limiti, ci sono argomenti dove dialogando si possono trovare dei compromessi ma anche delle divergenze che vuoi anche per incompatibilità di carattere sono difficili da affrontare e lì nasce il muro.
Altra cosa che può rendere difficile un dialogo è il mettere se stessi troppo al centro, questa cosa l'ho fatta io sbagliando troppe volte, adesso cerco di capire che si può essere semplicemente diversi, da questo nuovo modo di rapportarmi ho trovato giovamento, riesco ad approcciarmi in modo più costruttivo.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
quindi appare come un difetto comunicativo?
Secondo me per lo più sono modalità di funzionamento e di reazione, un po' innate e un po' apprese crescendo, in famiglia, a scuola, nelle prime esperienze ecc ecc. Non sono necessariamente un difetto, a meno che non compromettano la vita di relazione in età adulta, cosa purtroppo molto probabile. In pratica The Wall dei Pink Floyd, che ora mi vado a riascoltare
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
@Pincopallino questa e mi taccio.
Il terzo punto, quello che resta sempre a pascolare in mezzo alla stanza mentre tutti fingono di non vederlo, è il sesso.

Le persone sessualmente non evolvono. Affinano. Sbloccano qualcosa, si educano meglio, imparano a nominare quello che vogliono, magari smettono di vergognarsi di due fantasie messe in croce. Ma il materiale di base resta quello.

Non prendi un ciocco di legno e lo trasformi nella Moana Pozzi della tua vita perché prima ha avuto uomini brutti, cattivi e incapaci. Questa è un’altra favola educativa con cui siamo cresciuti: il Pigmalione erotico, quello che prende la vergine, la redime, la libera, la apre al mondo e alla fine si ritrova una dea del sesso devota e riconoscente.

Cazzata.

Bisogna imparare a lavorare coi materiali giusti. Chi nasce tondo non muore quadrato. Se sei brava a fare le torte, non rompere il cazzo: fai le torte. Se ti ecciti solo quando ti tengono in tre e la stanza sembra un comitato tecnico, non andare a cercarti il ragioniere bravo bambino con la polo stirata e il mutuo prudente. Perché poi il piano B te lo costruisci comunque, e magari gli dai pure la colpa perché “non ti ha capita”.

Se vuoi costruire una coppia vera, il punto di partenza è una brutalità semplice: devi essere sincero all’inizio. In fase di selezione. Su quello che ti piace, su quello che vuoi, su quello che ti aspetti, su quello che proprio non puoi vivere senza trasformarti in un mobile triste.

Sembra banale, ma qui dentro c’è gente che sulla forza del sesso nelle decisioni umane viaggia ancora con la candela e la mappa dell’oratorio. Pensano che il sesso sia un accessorio, una stanza laterale, una cosa che poi si aggiusta. No. Il sesso sposta scelte, cambia le gerarchie, apre porte, chiude matrimoni, regge amanti, crea dipendenze, fa saltare piani scritti benissimo. E non parlo solo di @Brunetta sia chiaro.

Una buona intesa sessuale non si costruisce dal nulla. Si costruisce su basi vive. Su persone che hanno già fatto un percorso di liberazione, possibilmente scaricando le loro macerie addosso a qualcun altro prima di arrivare da te. Perché va bene essere generosi, ma fare da discarica formativa al trauma erotico altrui anche no.

La donna ideale, da questo punto di vista, non è quella “pura”, non è quella “rotta”, non è quella che ha visto solo disgraziati o solo bravi ragazzi da missionaria con ricevuta fiscale. È quella che ha attraversato abbastanza esperienze da sapere cosa sceglie. Variegate, non seriali. Qualcuno che l’ha scottata e l’ha pagata per tutti, come succede a quasi tutti almeno una volta. Qualcuno che le ha mostrato altre possibilità. Qualcuno con cui ha capito cosa non vuole. Qualcuno con cui ha capito cosa le manca.

Se una è sempre stata solo con i “malesseri”, come li chiamano adesso i ragazzini, non è sfortuna statistica. È gusto, struttura, fame orientata male. Le piace quella roba lì, anche quando la fa soffrire. Se invece è sempre stata solo con pezzi di pane, maschi educati, prevedibili, rassicuranti, sessualmente amministrativi, difficilmente reggerà lo shock di un uomo libero sul serio.

Vale anche per gli uomini, ovviamente. Uno che ha sempre scelto madonnine da comodino non diventa improvvisamente capace di reggere una donna con il sangue acceso. La desidera, magari. La sogna. Poi, quando arriva, gli prende la tachicardia morale.

Il sesso è selezione. È materiale. È compatibilità profonda, molto più di tante chiacchiere sulla comunicazione, sui valori, sulla progettualità e su tutta quella cancelleria sentimentale che la gente usa per non guardare il corpo.

Serve una persona che sappia sceglierti anche come amante. Non solo come compagno, padre, madre, presenza, progetto, sicurezza, campo base.

Perché se a letto non ti sceglie davvero, prima o poi fuori qualcuno quel posto lo occupa. E a quel punto non è il destino cinico e baro.

È solo la contabilità del corpo che presenta il conto.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Il muro comunicativo nasce dalla stanchezza di provare a farsi capire da una persona che non ha interesse ad ascoltare.
Non ha più interesse a ad ascoltare?
Non ha interesse a farsi ascoltare?
Fammecapì che dietro sta cosa ci sono i mondi.
 

CIRCE74

Moderator
Staff Forum
Non ha più interesse a ad ascoltare?
Non ha interesse a farsi ascoltare?
Fammecapì che dietro sta cosa ci sono i mondi.
Non su tutto, ci sono determinati argomenti che non riusciamo ad affrontare in maniera costruttiva, penso che esistono in tutte le coppie.
Non so se ti è mai capitato, te provi ad affrontare un argomento e ti vengono sempre rifilate le solite risposte che non risolvono, non affrontano, a quel punto le prime volte ci riprovi, con le buone, poi con le cattive, quando vedi che la cosa non si sblocca lasci da parte perché ad una certa non hai più voglia...sono gli argomenti che incrinano, le zavorre che pesano e che non fanno andare avanti tranquillamente la coppia, quelle che quando capita il momento "no" riaffiorano sempre.
 

Skorpio

Utente di lunga data
Ufficiale o meno che sia, quali ritenete siano gli elementi che più contribuiscono a creare un muro comunicativo?

Ci si ricordi il monito di @perplesso, si rimanga in tema ricordandosi di aprire una propria discussione nel caso si desideri parlare di scarpe e mutande.
Per me è percepire nell'altro una rigidità strutturale, una incapacità a scardinarsi da un proprio credo, a metterlo in discussione, su uno o più specifici argomenti

Un po' quello che dice Circe

Su quegli specifici argomenti nasce il muro comunicativo, che può estendersi da uno o più argomenti fino a formare un clima generale di non comunicazione
 

cipolino

Utente di lunga data
Te sei sprecata :LOL:
Considera il forum tradimento.net e, in particolare, il thread


https://tradimento.net/threads/di-una-relazione-di-coppia.30157/


Espandi il concetto "Le differenze che diventano incolmabili" con un registro stilistico simile a quello usato dall'utente arcistufo sia nel thread che in tutto il forum



Le differenze che diventano incolmabili non sono quelle che vedi al primo giro.
Quelle, anzi, sono quasi comode.
Tu sei così, io sono cosà. Tu ami il mare, io la montagna. Tu vuoi uscire, io voglio stare sul divano. Tu parli, io mi chiudo. Robetta da depliant prematrimoniale, materiale per farci due battute con gli amici e sentirsi pure maturi perché “eh, gli opposti si attraggono”.

Cazzata parziale.
Gli opposti si attraggono finché nessuno deve pagarne il mutuo emotivo.

Il problema non è la differenza. Il problema è quando quella differenza pretende di diventare organizzazione della vita. Quando non è più colore, carattere, sfumatura, ma sistema operativo. Lì smette di essere simpatica. Lì non sei più davanti a “mia moglie è diversa da me” o “mio marito funziona in un altro modo”. Sei davanti a due persone che stanno tentando di abitare la stessa casa usando due mappe diverse, due lingue diverse e, spesso, due idee opposte di cosa significhi amare.

Uno pensa che amare voglia dire esserci sempre.
L’altro pensa che amare voglia dire non rompere i coglioni.
Uno traduce il silenzio come rispetto.
L’altro lo vive come abbandono.
Uno ha bisogno di parlare per rimettere in ordine il mondo.
L’altro ha bisogno di tacere per non tirare una sedia.

E all’inizio va anche bene, perché c’è la fase eroica. Quella in cui tutti sono comprensivi, larghi, evoluti, illuminati. “No ma io lo capisco”. “No ma lei è fatta così”. “No ma con il tempo troviamo un equilibrio”.

Sì. Come no.
Con il tempo trovi anche l’umidità dietro l’armadio.
Perché se quella differenza non la nomini subito, non resta ferma lì buona buona. Cresce. Fa figli. Si prende spazio. Diventa procedura. Diventa aspettativa. Diventa pretesa. E poi diventa accusa.

Non mi ascolti.
Mi soffochi.
Non ci sei mai.
Mi controlli.
Sei freddo.
Sei pesante.
Sei infantile.
Sei anaffettiva.
Sei cambiato.

No, tesoro: magari eri già così. Solo che prima faceva folklore.
La coppia spesso non salta perché le persone cambiano. Salta perché a un certo punto smettono di riuscire a raccontarsi che certe differenze siano gestibili. Prima le chiami carattere. Poi le chiami limiti. Poi le chiami mancanze. Alla fine le chiami col nome vero: incompatibilità.

E lì arriva la parte brutta, quella che nessuno vuole dire perché rovina il quadretto: non tutte le differenze sono arricchimento. Alcune sono solo fatica. Alcune ti consumano. Alcune ti costringono a diventare la versione più meschina di te stesso, quella che controlla, misura, rinfaccia, si indurisce, fa il ragioniere delle attenzioni e il becchino del desiderio.

La differenza diventa incolmabile quando per stare insieme uno dei due deve tradirsi ogni giorno un pezzetto.
Non parlo del compromesso normale. Quello serve. Se non vuoi compromessi, non vuoi una relazione, vuoi un monolocale con specchio grande. Parlo di quando il compromesso diventa amputazione. Quando per non litigare devi smettere di chiedere. Quando per non ferire devi smettere di dire. Quando per non perdere l’altro perdi te stesso, però con educazione, magari pure col sorriso da persona risolta.

E poi ci si stupisce se uno guarda fuori.
Non sempre fuori c’è l’amore. A volte fuori c’è semplicemente ossigeno. C’è qualcuno che non ti obbliga a tradurre ogni frase. Qualcuno con cui non devi mettere il casco prima di dire una cosa banale. Qualcuno che non ti fa sentire sbagliato nel tuo modo base di stare al mondo.

Questo non assolve nessuno.
Però spiega molto.

Le differenze diventano incolmabili quando non sono più differenze tra due persone, ma debiti permanenti. Quando tu sei sempre quello che deve capire. Sempre quello che deve aspettare. Sempre quello che deve abbassare il volume. Sempre quello che deve alzarlo. Sempre quello che deve iniziare. Sempre quello che deve smettere.

A quel punto non è più coppia. È logistica del risentimento.
E il muro comunicativo nasce lì: non quando mancano le parole, ma quando entrambi hanno già capito che parlare non cambia niente. Parli, e l’altro ti rimette nella stessa casella. Spieghi, e l’altro sente solo l’ennesima pretesa. Ti difendi, e passi per aggressivo. Ti ritiri, e passi per assente.

Alla fine non vuoi più essere capito.
Vuoi solo non dover spiegare più.
E quando una coppia arriva lì, le differenze non sono più da colmare. Sono già diventate confini.
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Butto dentro un ingrediente nella discussione.

quanto può influire l’invidia sulla comunicazione in coppia?
 

Pincopallino

Utente di lunga data
Considera il forum tradimento.net e, in particolare, il thread


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Espandi il concetto "Le differenze che diventano incolmabili" con un registro stilistico simile a quello usato dall'utente arcistufo sia nel thread che in tutto il forum



Le differenze che diventano incolmabili non sono quelle che vedi al primo giro.
Quelle, anzi, sono quasi comode.
Tu sei così, io sono cosà. Tu ami il mare, io la montagna. Tu vuoi uscire, io voglio stare sul divano. Tu parli, io mi chiudo. Robetta da depliant prematrimoniale, materiale per farci due battute con gli amici e sentirsi pure maturi perché “eh, gli opposti si attraggono”.

Cazzata parziale.
Gli opposti si attraggono finché nessuno deve pagarne il mutuo emotivo.

Il problema non è la differenza. Il problema è quando quella differenza pretende di diventare organizzazione della vita. Quando non è più colore, carattere, sfumatura, ma sistema operativo. Lì smette di essere simpatica. Lì non sei più davanti a “mia moglie è diversa da me” o “mio marito funziona in un altro modo”. Sei davanti a due persone che stanno tentando di abitare la stessa casa usando due mappe diverse, due lingue diverse e, spesso, due idee opposte di cosa significhi amare.

Uno pensa che amare voglia dire esserci sempre.
L’altro pensa che amare voglia dire non rompere i coglioni.
Uno traduce il silenzio come rispetto.
L’altro lo vive come abbandono.
Uno ha bisogno di parlare per rimettere in ordine il mondo.
L’altro ha bisogno di tacere per non tirare una sedia.

E all’inizio va anche bene, perché c’è la fase eroica. Quella in cui tutti sono comprensivi, larghi, evoluti, illuminati. “No ma io lo capisco”. “No ma lei è fatta così”. “No ma con il tempo troviamo un equilibrio”.

Sì. Come no.
Con il tempo trovi anche l’umidità dietro l’armadio.
Perché se quella differenza non la nomini subito, non resta ferma lì buona buona. Cresce. Fa figli. Si prende spazio. Diventa procedura. Diventa aspettativa. Diventa pretesa. E poi diventa accusa.

Non mi ascolti.
Mi soffochi.
Non ci sei mai.
Mi controlli.
Sei freddo.
Sei pesante.
Sei infantile.
Sei anaffettiva.
Sei cambiato.

No, tesoro: magari eri già così. Solo che prima faceva folklore.
La coppia spesso non salta perché le persone cambiano. Salta perché a un certo punto smettono di riuscire a raccontarsi che certe differenze siano gestibili. Prima le chiami carattere. Poi le chiami limiti. Poi le chiami mancanze. Alla fine le chiami col nome vero: incompatibilità.

E lì arriva la parte brutta, quella che nessuno vuole dire perché rovina il quadretto: non tutte le differenze sono arricchimento. Alcune sono solo fatica. Alcune ti consumano. Alcune ti costringono a diventare la versione più meschina di te stesso, quella che controlla, misura, rinfaccia, si indurisce, fa il ragioniere delle attenzioni e il becchino del desiderio.

La differenza diventa incolmabile quando per stare insieme uno dei due deve tradirsi ogni giorno un pezzetto.
Non parlo del compromesso normale. Quello serve. Se non vuoi compromessi, non vuoi una relazione, vuoi un monolocale con specchio grande. Parlo di quando il compromesso diventa amputazione. Quando per non litigare devi smettere di chiedere. Quando per non ferire devi smettere di dire. Quando per non perdere l’altro perdi te stesso, però con educazione, magari pure col sorriso da persona risolta.

E poi ci si stupisce se uno guarda fuori.
Non sempre fuori c’è l’amore. A volte fuori c’è semplicemente ossigeno. C’è qualcuno che non ti obbliga a tradurre ogni frase. Qualcuno con cui non devi mettere il casco prima di dire una cosa banale. Qualcuno che non ti fa sentire sbagliato nel tuo modo base di stare al mondo.

Questo non assolve nessuno.
Però spiega molto.

Le differenze diventano incolmabili quando non sono più differenze tra due persone, ma debiti permanenti. Quando tu sei sempre quello che deve capire. Sempre quello che deve aspettare. Sempre quello che deve abbassare il volume. Sempre quello che deve alzarlo. Sempre quello che deve iniziare. Sempre quello che deve smettere.

A quel punto non è più coppia. È logistica del risentimento.
E il muro comunicativo nasce lì: non quando mancano le parole, ma quando entrambi hanno già capito che parlare non cambia niente. Parli, e l’altro ti rimette nella stessa casella. Spieghi, e l’altro sente solo l’ennesima pretesa. Ti difendi, e passi per aggressivo. Ti ritiri, e passi per assente.

Alla fine non vuoi più essere capito.
Vuoi solo non dover spiegare più.
E quando una coppia arriva lì, le differenze non sono più da colmare. Sono già diventate confini.
E nascono le ripicche, gli svilimenti, le sottovalutazioni, e, un eventuale successo di uno dei due diventa un argomento da nascondere.
Per non venire mortificati.

Sul “non mi ascolti” e’ sopravvivenza.
Il nostro cervello spegne la sensibilità sugli stessi segnali ripetuti più volte.
Questo può essere dovuto a sovraccarico emotivo, fuga dal conflitto, o abitudine al non ascolto, perdita di curiosita.
 
Ultima modifica:

Martina Bianchi

Hallowed be thy name
Butto dentro un ingrediente nella discussione.

quanto può influire l’invidia sulla comunicazione in coppia?
Se si prova invidia per l'altro penso che il problema sia piuttosto importante. Come si può dire di amare una persona se non si è contenti per i suoi successi o per la sua felicità? Penso che l'invidia vada molto in contrasto con l'amore
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Considera il forum tradimento.net e, in particolare, il thread


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Espandi il concetto "Le differenze che diventano incolmabili" con un registro stilistico simile a quello usato dall'utente arcistufo sia nel thread che in tutto il forum



Le differenze che diventano incolmabili non sono quelle che vedi al primo giro.
Quelle, anzi, sono quasi comode.
Tu sei così, io sono cosà. Tu ami il mare, io la montagna. Tu vuoi uscire, io voglio stare sul divano. Tu parli, io mi chiudo. Robetta da depliant prematrimoniale, materiale per farci due battute con gli amici e sentirsi pure maturi perché “eh, gli opposti si attraggono”.

Cazzata parziale.
Gli opposti si attraggono finché nessuno deve pagarne il mutuo emotivo.

Il problema non è la differenza. Il problema è quando quella differenza pretende di diventare organizzazione della vita. Quando non è più colore, carattere, sfumatura, ma sistema operativo. Lì smette di essere simpatica. Lì non sei più davanti a “mia moglie è diversa da me” o “mio marito funziona in un altro modo”. Sei davanti a due persone che stanno tentando di abitare la stessa casa usando due mappe diverse, due lingue diverse e, spesso, due idee opposte di cosa significhi amare.

Uno pensa che amare voglia dire esserci sempre.
L’altro pensa che amare voglia dire non rompere i coglioni.
Uno traduce il silenzio come rispetto.
L’altro lo vive come abbandono.
Uno ha bisogno di parlare per rimettere in ordine il mondo.
L’altro ha bisogno di tacere per non tirare una sedia.

E all’inizio va anche bene, perché c’è la fase eroica. Quella in cui tutti sono comprensivi, larghi, evoluti, illuminati. “No ma io lo capisco”. “No ma lei è fatta così”. “No ma con il tempo troviamo un equilibrio”.

Sì. Come no.
Con il tempo trovi anche l’umidità dietro l’armadio.
Perché se quella differenza non la nomini subito, non resta ferma lì buona buona. Cresce. Fa figli. Si prende spazio. Diventa procedura. Diventa aspettativa. Diventa pretesa. E poi diventa accusa.

Non mi ascolti.
Mi soffochi.
Non ci sei mai.
Mi controlli.
Sei freddo.
Sei pesante.
Sei infantile.
Sei anaffettiva.
Sei cambiato.

No, tesoro: magari eri già così. Solo che prima faceva folklore.
La coppia spesso non salta perché le persone cambiano. Salta perché a un certo punto smettono di riuscire a raccontarsi che certe differenze siano gestibili. Prima le chiami carattere. Poi le chiami limiti. Poi le chiami mancanze. Alla fine le chiami col nome vero: incompatibilità.

E lì arriva la parte brutta, quella che nessuno vuole dire perché rovina il quadretto: non tutte le differenze sono arricchimento. Alcune sono solo fatica. Alcune ti consumano. Alcune ti costringono a diventare la versione più meschina di te stesso, quella che controlla, misura, rinfaccia, si indurisce, fa il ragioniere delle attenzioni e il becchino del desiderio.

La differenza diventa incolmabile quando per stare insieme uno dei due deve tradirsi ogni giorno un pezzetto.
Non parlo del compromesso normale. Quello serve. Se non vuoi compromessi, non vuoi una relazione, vuoi un monolocale con specchio grande. Parlo di quando il compromesso diventa amputazione. Quando per non litigare devi smettere di chiedere. Quando per non ferire devi smettere di dire. Quando per non perdere l’altro perdi te stesso, però con educazione, magari pure col sorriso da persona risolta.

E poi ci si stupisce se uno guarda fuori.
Non sempre fuori c’è l’amore. A volte fuori c’è semplicemente ossigeno. C’è qualcuno che non ti obbliga a tradurre ogni frase. Qualcuno con cui non devi mettere il casco prima di dire una cosa banale. Qualcuno che non ti fa sentire sbagliato nel tuo modo base di stare al mondo.

Questo non assolve nessuno.
Però spiega molto.

Le differenze diventano incolmabili quando non sono più differenze tra due persone, ma debiti permanenti. Quando tu sei sempre quello che deve capire. Sempre quello che deve aspettare. Sempre quello che deve abbassare il volume. Sempre quello che deve alzarlo. Sempre quello che deve iniziare. Sempre quello che deve smettere.

A quel punto non è più coppia. È logistica del risentimento.
E il muro comunicativo nasce lì: non quando mancano le parole, ma quando entrambi hanno già capito che parlare non cambia niente. Parli, e l’altro ti rimette nella stessa casella. Spieghi, e l’altro sente solo l’ennesima pretesa. Ti difendi, e passi per aggressivo. Ti ritiri, e passi per assente.

Alla fine non vuoi più essere capito.
Vuoi solo non dover spiegare più.
E quando una coppia arriva lì, le differenze non sono più da colmare. Sono già diventate confini.
Non c'è modo più sbagliato di usare l'intelligenza artificiale. Non gli devi far dire quello che vuole lui. Gli devi far riordinare quello che hai in testa tu.
Se lo fai andare a braccio produce solo banalità
 

Martina Bianchi

Hallowed be thy name
Non c'è modo più sbagliato di usare l'intelligenza artificiale. Non gli devi far dire quello che vuole lui. Gli devi far riordinare quello che hai in testa tu.
Se lo fai andare a braccio produce solo banalità
Le differenze sono incolmabili quando quello che si chiama compromesso non è di fatto un punto di incontro, e di conseguenza scontenta entrambi.
 
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