Di una relazione di coppia

Pincopallino

Utente di lunga data
L' argomento sulla formazione del muro comunicativo è stato trattato da diversi punti di vista, ne convengo.

Però, si chiude il confronto senza affrontare quali siano gli effetti della creazione e del consolidamento di quel muro all' interno della coppia.

Forse basta concludere che la coppia che ha costruito, nel tempo, quel "muro" ha semplicemente preso coscienza di non essere più coppia ma due individualità condividenti uno stesso tetto.

E a quel punto, uno dei partner ha deciso che che sia meglio che ciascuno viva in una propria casa.

Può deludere, ma trovo che sia una scelta da rispettare.
Anche senza corna, ovviamente.
 

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Bisogna anche ricordare che in effetti non si può non comunicare.
Il muro comunicativo non è un vuoto, non è un'assenza. Al contrario, è una forma di comunicazione eclatante, ad alto volume e a volte violenta. Quel silenzio, quel distacco da autodifesa e/o rassegnazione e/o distanza, sta comunicando costantemente qualcosa. Sta dicendo: "Non mi fido più" o "Non hai più accesso a me", o, in definitiva, '
"Le trattative sono chiuse". E il punto è che il muro è spesso un messaggio unilaterale che non ammette repliche, e proprio perché privo di parole costringe l'altro ad interpretare, o a venire a chiedere pareri a 4 stronzi su un forum. E sotto quel muro, quasi sempre, l'altro leggerà orgoglio o disprezzo dove in realtà magari c'erano solo paura o stanchezza. Il muro comunica tutto, ma non risolve niente, anche perché, forse non c'è più niente da risolvere.
Tirare su il muro è il carico da 11 sulla situazione che se aveva il 3% di possibilità di risolversi, diventa definitivamente irrisolvibile.
 
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Aomas

Utente
Ne ho 3 per te, tutte lenzuolate. Iniziamo dal primo. I sottintesi.

In famiglia, nel lavoro, nelle coppie, nelle amicizie, ovunque. Il muro nasce lì: nelle cose che ti scocciano poco, ti destabilizzano poco, ti danno fastidio poco. Talmente poco che non le dici. Poi passano i mesi e quel “poco” diventa arredamento, odore di chiuso, rancore sotto il battiscopa.

La gente pensa che i muri comunicativi nascano dai grandi conflitti. No. Quelli almeno fanno rumore. I muri veri li costruisci quando non pianti i chiodi mentre dovresti. Quando lasci correre perché hai da fare, perché hai un obiettivo, perché ti senti forte, perché “tanto ce la faccio”, perché sei convinto che la motivazione basti a compensare gomme da pioggia montate nel deserto.

Poi ti svegli anni dopo e scopri che non hai un problema. Hai una struttura.

Spazi, tempi, soldi, figli, sesso, gestione dell’ansia altrui. Soprattutto quella. Noi uomini abbiamo questa tara del grande paladino: spalle larghe, mascella serrata, “ci penso io”, “tranquilla”, “i tuoi fantasmi li scaccio io”. E intanto ci accolliamo insicurezze che non sono nostre, paure che non abbiamo generato, aspettative che non abbiamo mai promesso. Dopo un po’ non sei più un compagno. Sei un reparto manutenzione emotiva. Che per quella materiale mica sarebbe un problema, li basta farsi il culo, che ci vuole?

Un sacco di donne, poi, sono state rovinate da un femminismo sbagliato: invece di liberarle, le ha messe in gara per diventare maschi di seconda mano. Sempre in lotta, sempre in debito, sempre a dimostrare qualcosa, con mezzo fiato in meno e la femminilità trattata come un difetto da correggere. E tu magari stai lì, a fare il moderno, il comprensivo, quello che non vuole sembrare il cavernicolo. Altro sottinteso. Altra muffa.

Il punto serio è uno: i paletti vanno detti quando costano.

Prima di fare mia figlia io dissi a mia moglie una cosa durissima, una di quelle che ti fanno passare per stronzo anche se stai solo mettendo il tavolo in piano: io non sono disposto a costruire la mia vita intorno all’accudimento di un figlio gravemente compromesso. Se dagli esami fosse emersa una situazione incompatibile con la famiglia che avevamo in mente, per me la gravidanza si interrompeva. Fine.

La mia famiglia è fatta di medici. La mia ex moglie è medico. Sapevamo benissimo cosa significasse amniocentesi, rischio compreso. Non era una frase da bar, era un paletto. O quella era la linea comune, oppure lei poteva andare a costruire una famiglia con un altro più adatto a quella vita.

Queste cose si dicono prima. Non dopo, quando ormai c’è il passeggino in corridoio e il martirio sul comodino.

Il muro comunicativo nasce quando non dici all’altro dove ti perde.

Io sono stato lasciato da diverse fidanzate proprio per questo: quando arrivava il momento del discorso serio, invece di fare il vago negoziavo punto su punto. Casa, figli, soldi, libertà, sesso, priorità, margini. Risultato: alcune si sono autoeliminate. Benissimo. Ho avuto quasi solo donne eccezionali, perché le altre non hanno superato il cancello.

Ogni volta che è finita male, sono andato a stare meglio.

Però costa. Vuol dire passare per stronzo più del necessario. Vuol dire scoprire che quelli che ti apprezzano davvero sono pochi, perché la maggior parte della gente non vuole vivere la vita: vuole raccontarsela. Vuole lo storytelling, la cornice, la frase bella, la coppia che sembra reggere, il compromesso chiamato maturità.

Per questo finisco a scrivere certe cose qui in anonimo. Perché fuori conosco un botto di gente, ma con pochi posso essere così. Con la bionda ho impostato un rapporto duro, pulito, meravigliosamente corretto proprio perché ci tengo. E infatti le ho fatto conoscere solo una frazione delle persone che conosco: quelle davanti a cui posso essere me stesso, senza indorare la pillola e senza dover menare solo perché il ruolo lo pretende.

Il muro comunicativo numero 1 è il sottinteso che hai lasciato invecchiare.
Non avrei saputo raccontarla meglio....grande...molto vero 😅
 
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