Quelli del barbiere a volte erano incollati, sembravano di cartone.. Che schifo
A proposito di giornaletti incollati
Una delle scene più belle della mia adolescenza mi capitò in vacanza "studio" , primo liceo.
Scuola di suore. Ovviamente non ci mandarono nella perfida Albione, troppo protestante, troppo pericolosa, troppo “poi questi tornano a casa convertiti ai Sex Pistols”. Ci spedirono in Irlanda, nota roccaforte del cattolicesimo da cartolina, dove noi quindicenni apostolici romani eravamo convinti che non esistesse materiale da pippe disponibile in libera vendita. Oddio, che all'epoca i preservativi Irlanda li vendessero solo dietro licenza medica era vero.
Quindi partimmo organizzati.
Valigie piene di Le Ore e Cronaca Vera, in mezzo ai maglioni. Un contrabbando editoriale da caserma jugoslava. Io, per fortuna, nello stesso college incrociai subito una comitiva di milanesi di terza media, che erano più svegli di noi del liceo, e mi distrassi parecchio dal problema logistico. Ma questa è un’altra linea narrativa, e il racconto della mia prima threesome con due ragazzine delle medie in bocca a una papera cinquantenne è proprio brutta roba
Il capolavoro lo fece uno dei grandi paraculi del nostro gruppo, credo terzo liceo, uno di quelli che a sedici anni aveva già capito metà del mondo. Aveva schiavizzato le bigotte sottomesse della mia classe e si faceva fare regolarmente il bucato.
Una sera, genialata: vasca da bagno piena, panni del tipo dentro, acqua lasciata aperta dalle sottomesse che gli andavano a fare il bucato a domicilio. Risultato: appartamento allagato.
Con la moquette.
A quel punto interviene uno dei miei più cari amici, già palesemente destinato a ingegneria, e propone la soluzione scientifica: finestre chiuse, riscaldamento al massimo, condizionatore in modalità deumidificatore. Luglio. Irlanda. Moquette bagnata. Adolescenza. Ormoni. Bucato marcio.
Dopo due giorni l’appartamento sembrava il remake low budget di Anaconda, ma ambientato in una palestra comunale dopo il torneo under 16.
Io, che ho sempre avuto un certo istinto di conservazione, faccio fagotto e vado a dormire dalle milanesi. Il paraculo responsabile del disastro si rifugia dalle sue sottone al terzo piano. Gli altri restano nella palude, probabilmente sviluppando anticorpi oggi utili contro agenti biologici vietati dalla Convenzione di Ginevra.
Dopo altri quattro giorni di tanfo profondo, probabilmente allertata dalle lamentele del campus e forse anche da qualche forma di vita nata sotto il battiscopa, piomba la professoressa d’inglese.
Alta un metro e un cazzo, quarantacinque chili di cattiveria, passo militare, taglio da maresciallo confuso, entra nell’appartamento come il sergente Hartman in gita scolastica.
Ispezione totale.
Si inculò a passo di carica tutti i residenti e pure l’amico che dormiva nella stanza delle ragazze, perché erano della nostra scuola. Io mi salvai per una meravigliosa logica ministeriale:
se facevo casino con milanesi non appartenenti all’istituto, non era competenza sua. Testuale, più o meno.
Il climax arrivò quando la professoressa nana vide sotto un letto un giornaletto zozzo. Uno di quelli patinati malissimo, carta lucida da edicola di periferia, rimasto lì a fermentare nella moquette umida. Ormai non era più un giornale. Era un organismo. Presumibilmente il glucosio adolescenziale aveva fatto da fertilizzante e la muffa irlandese gli aveva dato la cittadinanza.
Uno provò pure ad avvertirla:
“Professoressa, io non lo raccoglierei se fossi lei…”
Troppo tardi.
Lo prese.
Silenzio.
Poi un urlo che ancora oggi, quando ci rivediamo alle rimpatriate, qualcuno imita al terzo bicchiere:
“che è sta robaaaAAAAH! L’ANNO PROSSIMO VI BOCCIO A TUTTIIII!”
Avevamo creato direttamente il primo ecosistema erotico-micotico della Repubblica d’Irlanda.
