..spero tu sia paziente...
Sì, ma c'è un inghippo:
non è detto che il 'meglio per te' coincida con il 'meglio per me'.
E allora che succede?
L'inghippo non è il meglio per ognuno.
O l'alleanza di coppia che attraverso la ricerca del meglio di e per ognuno, diventa terreno per un benessere condiviso.
Se la coppia è, e se non lo è non è una coppia, il prodotto del benessere/malessere di chi rende viva la coppia, serve che entrambi com-partecipino con il loro individuale benessere/malessere.
E che lo mettano in condivisione a nutrire lo spazio comune in cui quei due Uno si incontrano.
Conoscendosi. Discutendo. Toccandosi. Avvicinandosi. Allontanandosi. Sfiorandosi.
La coppia non esiste come entità astratta.
Non è un qualcosa di esterno ai due Uno.
E non è neanche il contenitore dei due Uno.
E' un percorso in fieri.
Condiviso.
Discusso.
Deciso.
Rivisto.
Messo costantemente in discussione. Per poterne aver Cura.
Attraverso la comunicazione e il confronto. E lo scontro anche.
Ognuno, con se stesso, mette sulla propria personale bilancia, davanti al proprio specchio interiore, piacere e dolore che ricava da quell'incontrarsi quotidiano. E decide, di volta in volta, se ne vale la pena. Oppure no.
Io credo, Diletta, che l'inghippo che trovi sia nel grassetto che ho segnato nel tuo post.
Coincidenza.
La coincidenza, nella migliore delle ipotesi è ideale.
Nella peggiore è dipendenza reciproca.
Non è umanamente possibile coincidere con un altro essere umano.
Se lo fosse, fra l'altro, si perderebbe la ricchezza dell'incontrare il diverso da me. L'altro.
Si perderebbe il senso stesso dell'incontrare l'altro, perchè se fossimo coincidenti, sarebbe molto più economico e funzionale incontrarsi con se stessi.
Quando si finisce a cercare la coincidenza si sta cercando se stessi nell'altro.
E, lo dico per esperienza, è un grosso, grossissimo problema.
Che nell'altro non ci si trova mai.
Ma a quel punto non si può neanche andare via.
Perchè in quella ricerca, la più grossa perdita è quella di se stessi.
Il legame è diventato un legaccio. Per svariate questioni. Da economiche a affettive.
Se la questione sta nell'affetto...è un casino.
Se mi cerco nell'altro, vesso, mi accontento, sono disposta a rinunce e accomodamenti pur di permanere.
Perchè perdere l'altro è perdere anche me.
Questa roba qui, è una delle forme della dipendenza.
Qualcuno prova anche a chiamarla amore...alcuni amore malato...
Essere costantemente nell'altro, reciprocamente, si chiama, tecnicamente fusionalità.
Che altro non è che disgregazione del proprio sè. Lenta.
Ma inesorabile.
Il risultato è che il proprio sè è inimmaginabile senza la presenza dell'altro.
E l'altro diventa tollerabile anche nell'intollerabilità.
E allora rabbia, delusione, avvitamenti, dubbi, ma non ci si smuove.
E si oscilla fra la ricerca di coincidenza e l'impossibilità di coincidere pienamente.
In un costante senso di insoddisfazione..oscillante...sottile...che resta lì, come un sottofondo.
Un dolore sordo, che a volte si abbassa di volume, ma non lascia mai del tutto liberi di semplicemente stare bene. Leggeri e sereni.
E si sposta nella coppia la ricerca di soluzione. Di nuovo si chiede all'altro.
Spesso richieste impossibili. E le risposte sono altrettanto impossibili.
Perchè questa è una dinamica e si gioca in due.
SE anche soltanto uno la interrompe, salta il banco.
Ed emergono le questioni individuali.
Il bivio è se seguire le proprie questioni individuali chiedendole a se stessi e esprimendole all'altro, o ritornare a chiedere all'altro.
Usando la coppia come contenitore. Di entrambi.
E non invece come è, espressione delle individualità di ognuno.
Nelle differenze. E nelle somiglianze. Che soltanto attraverso la circolarità fra differenza e somiglianza ci si muove verso l'individuazione ognuno di sè.
Ed è in quel processo che si crea la possibilità di moltiplicarlee le une per le altre, rendendole spinta per ciascuno ad essere migliore, per se stesso.
Per poter portare nello spazio comune, la coppia, il Dono di sè.
Del proprio impegno ad essere il miglior se stesso possibile,
anche, e conseguentemente al piacere di godersi in se stessi, per il piacere di poter Donare all'altro il piacere della propria presenza e poter godere del piacere che l'altro ne ricava. In termini bidirezionali. Ovviamente.
Non si può coincidere. E' una utopia. Materia di idealisti e poeti.
Che usano la coincidenza come simbolo della tensione all'incontrarsi e toccarsi senza mai poterlo fare del tutto.
Tensione che genera curiosità, ricerca, apertura alla conoscenza dell'altro, in conseguenza alla curiosità, alla ricerca, all'apertura a sè, di sè, per sè, con sè.
Solo poi si può emanare da sè...
Perchè non si può Donare ciò di cui non si ha Cura. E la Cura è rispetto dell'essenza profonda di se stessi.
Ed è nel rispetto di sè, che si trova il rispetto dell'altro. Non nei principi. Negli ideali.
Se la Mia Vita è Degna, se riconosco il Dono a me della Vita, è la sacralità della Vita stessa che celebro nel mio vivere.
E non sto parlando di credo religiosi. Parlo del semplice e animale rispetto della Vita. Crudele anche. Quello Naturale, per cui spesso una Vita muore per un'altra Vita. (mica per sacrificio eh...semplicemente violentemente uccis* e sbranat*).
Io sono piuttosto convinta che semplicemente in una coppia si tenti quotidianamente di trovare l'incastro che metta entrambi nella condizione di non mancare di rispetto a se stessi.
Se il mio compagno rinunciasse a questioni importanti per lui, perchè mi ama...lo manderei a fare in culo.
Dolorante e profondamente delusa. Ma me ne andrei.
Perchè in quella rinuncia fatta PER me (o PER la coppia) ci sarebbe una profonda mancanza di rispetto, stabilità e presenza a se stesso.
La menzogna, fra l'altro scaturisce esattamente dal non voler rinunciare a sè ma non avere le palle di mettersi in gioco dichiarandolo chiaramente. Non essere abbastanza stabili da affermare Sè. Serenamente e in responsabilità anche delle conseguenze.
E il Donarsi che poi tenterebbe nel Nostro spazio comune sarebbe monco. Finto. Incompleto. Traballante. Recriminatorio. Triste.
Salvo i picchi salvifici di entusiasmo di ripresa dell'ideale...fino alla volta dopo.
Tutto finirebbe semplicemente per essere menzogna.
E mancherebbe di rispetto a me.
Perchè mi darebbe in mano un sè monco. Mancante.
Portatore di Morte. E non di Vita.
Dicendomi senza dirmelo che la mia Cura vale così poco da poterle dare parti monche.
PEr me, una situazione di questo genere, sarebbe intollerabile e offensiva. Triste. Mortifera.
E finirei per considerare lui un minus habens, un essere inferiore...meglio andare. Per me.
E anche per lui...che poi in quella situazione tendo a diventare veramente sadica.
E a godere dell'umiliazione dell'altro.
E del mio potere.
Farebbe male a me. Ne uscirei proprio male. Ai miei occhi.
Colei che distrugge senza creare.
L'inghippo che vedo io, diletta,
è esattamente
la coincidenza.
Il meglio per uno, non coincide praticamente mai con il meglio per l'altro.
Per fortuna. Non si crescerebbe. Si rimarrebbe cristallizzati nel tempo e nello spazio degli immaginari.
Si può tentare di incastrarsi.
Scegliendo ognuno per se stesso la via più ricca...e mettendosi alla prova nel confronto con l'altro.
E quel confronto non è mai di certa riuscita. C'è da cercarci dentro. Con calma. E cercando di pulirsi dalle aspettative per poter ascoltare con l'animo vuoto. O il più possibile vuoto.
Io so che a certe cose di me, certi miei bisogni, certe mie esigenze, non posso rinunciare.
Per niente e nessuno al mondo. Conosco quella parte di me senza cui morirei. E scelgo me. Senza il minimo dubbio.
Preferisco il dolore della perdita dell'altro a quello della perdita di me.
E così ho fatto. Affettivamente. Economicamente. Pago dazio dei miei errori. E va ben così.
Lo rifarei. E se mi trovassi nella condizione, lo rifarei anche adesso.
E nei patti di coppia, nel patto costituente la coppia io l'ho messo ben in chiaro.
Esempio concreto molto sciocco?
Ho chiarito che per me l'opzione del terzo/terza nella coppia non solo non è escluso a priori.
Ma un mio immaginario è rendere reale l'immaginario.
Succederà? Non succederà? Non lo so.
Ed è esattamente il desiderio unito a quel "non so" che ho messo nei patti costituenti.
SE dall'altra parte la questione fosse impensabile, non potrebbe semplicemente essere la mia controparte nella coppia.
Sta fingendo per compiacermi?
Beh..sua responsabilità quando ci farà i conti.
Sta fingendo in attesa che io cambi?
Più che chiarirgli che io sono come mi presento e su chi sono non mento, non posso fare.
A lui, e a me, per le sue questioni, la responsabilità della decisione di stare o meno.
Quello che però si è valutato, non è stata la coincidenza..ma la possibiltà di incastro.
Perchè è negli incastri che hanno spazio i compromessi.
Nella coincidenza c'è guerra, lotta e battaglia per l'affermazione di sè.
Anche quando l'affermazione di sè diventa nei fatti la propria negazione.
La questione veramente fondamentale, secondo me, è che quando si muore i conti non li fa la coppia. Non li fa l'altro.
Ognuno li fa solo con se stesso.
Di mio, il mio più grande desiderio è non abbassare lo sguardo davanti alla me che sta andando a morire.
E non abbassare lo sguardo per me significa non tradirmi.
Morire pensando di avere sprecato la Vita, rabbiose, scostanti..come ho visto certa gente morire...non lo auguro al peggior nemico. E quei momenti in cui ho visto quei modi di morire sono forse gli unici nella mia Vita in cui mi sono augurata che esistesse un aldilà in cui trovare pace. Per loro.
Per quanto mi riguarda...credo sia semplicemente una stronzata rimandare all'aldilà il benessere che posso dare a me stessa nell'aldiqua. E di cui ho concretezza. E diretto piacere.