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LE RICETTE CONTRO LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE ALL'ESTERO
Anche per giovani, tuttavia, il mercato del lavoro europeo è come al solito una realtà a macchia di leopardo. Nell'area del Mediterraneo, quasi la metà degli under25enni che cercano un impiego non riescono a trovarlo. Nei paesi del Centro e Nord Europa, invece, la disoccupazione giovanile è ancora abbastanza accettabile e tocca dei livelli minimi in Germania (7,9%), in Austria (9,9%) e in Olanda (10,3%).
Dunque, quando ha fatto riferimento a nuove misure per dare un'occupazione ai giovani, forse la Bce pensava proprio alle politiche del lavoro adottate in questi tre paesi particolarmente virtuosi, che hanno tutti un denominatore comune: fanno un ampio utilizzo dei programmi di formazione professionale e dell'apprendistato, attraverso dei percorsi di stage nelle aziende che hanno come destinatari anche i minorenni non ancora diplomati negli istituti tecnici o professionali.
IL MODELLO PODLER.
Mentre il modello di apprendistato austro-tedesco è stato più volte analizzato nel dettaglio dagli studiosi italiani, un po' meno conosciuto è forse quello dell'Olanda, un altro paese che non ha certo nulla da invidiare all'Italia e al resto dell'Europa nelle politiche giovanili. Da notare, che i Paesi Bassi sono anche la nazione del Vecchio Continente con il più contenuto tasso di Neet (not in employment, education or training), cioè di persone con un'età compresa tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. Ad Amsterdam e dintorni, infatti, la quota dei Neet è di appena il 6% circa, contro il 24% dell'Italia.
A ben guardare, il modello olandese di politiche del lavoro giovanili, non si discosta molto da quello tedesco e austriaco: anche nei Paesi Bassi, come in Germania, si calcola infatti che circa il 60% dei 15enni frequenti dei programmi di formazione professionale orientati all'ingresso nel mondo del lavoro. Quando sono ancora sui banchi di scuola, i teenager olandesi iniziano dei percorsi di stage, che vengono organizzati con il coinvolgimento di 3 soggetti: le aziende, i sindacati e le autorità pubbliche, secondo un sistema di cooperazione sociale tripartito, che in passato è stato definito “modello Polder” (ispirandosi al nome dai tratti di mare prosciugati artificialmente con dighe e argini, caratteristici dei Paesi Bassi).
La particolarità del sistema olandese è però soprattutto quella di essere fortemente decentrato, poiché i programmi di formazione per i giovani vengono gestiti prevalentemente da organismi comunali, che li adattano meglio alle vocazioni industriali di ogni territorio e li modificano nel tempo a seconda delle professionalità maggiormente richieste dalle imprese. Certo, anche il modello olandese non è tutto rose e fiori e, negli ultimi tempi, ha mostrato qualche falla: pure nei Paesi Bassi, il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto infatti di due punti percentuali nel biennio scorso (raggiungendo vette del 40% in alcune fasce di popolazione disagiata come gli immigrati). Resta il fatto che, rispetto all'assai problematica realtà italiana, i risultati raggiunti dal governo di Amsterdam per assicurare un impiego ai giovani sembrano davvero quasi un miracolo.