I misteri del porno, Elemento I: Le scncertanti visioni di Luigi Zanuso da Vicenza
Pubblicato da alessandromcolombo in luglio 4, 2012
Bu… bu-bu… la donna abbaia addosso alla videocamera, il volto segnato dagli anni e dagli abusi appena ricevuti. Qualcosa nei suoi occhi ispira una profonda tristezza, come la consapevolezza del degrado a cui si è appena sottoposta. Lo stesso malessere che si prova vedendo alcuni dei volti ricorrenti dei film – o meglio, dei prodotti – licenziati da Luigi Atomico, aka Dario Lussuria, aka Rodolfo Babilonia (vero nome: Luigi Zanuso), dal loro aspetto spesso sgradevole e dalla continua profusione di eccessi e perversioni altrettanto spesso riprese con dubbio gusto.
Gli inizi sono senz’altro quelli più eccesivi, dettati da una serie di titoli programmatici come Budella sfondate, Scantinati infernali, Il tritacarne, Il polipo, accompagnati dalla figura misteriosa di Vittoria, l’Atomica del Sesso. Ma anche in tempi più recenti, nei suoi prodotti affiora un gusto per l’eccesso e per il delirio che spesso sforano il puro concetto di pornografia, scivolando all’interno di qualcosa di nuovo che riunisce aspetti del surrealismo a quelli dell’abbruttimento di un certo nichilismo. Viene alla mente, a esempio, una carrellata rasoterra di Ercole, il trans e gli osceni, che tra decine e decine di margherite in fiore, inquadra la triste figura femminile carponi che abbaia e caccia fuori la lingua ansimando in fremente attese della prossima pisciata.
È lo stesso Zanuso a confessare che con la videocamera può continuare a filmare anche se inciampa e cade, in uno spirito quasi “free cinema” che abolisce l’uso della seconda – o terza, o successiva – ripresa e si apparenta al decalogo voluto da Von Trier e dai suoi colleghi con il Dogma ’95. Ancorché nel suo primo periodo (dell’Atomica Video) facesse grande uso di musica classica per i suoi filmati, questi titoli più recenti hanno eliminato anche questo elemento, riconducendosi all’uso di camera a mano, scenografie naturali (o già esistenti), attori che recitano loro stessi – con pochi dialoghi sempre improntati a una certa coprolalia – e un montaggio piuttosto ruvido, che non elimina ingressi involontari nel campo di assistenti o persone fuori contesto – in una scena addirittura si vede nettamente l’ombra del Zanuso sospingere verso una poltrona fino a costringerlo a sedersi un attore che non ha ben inteso la sua volontà, senza per questo che l’attore interrompa il suo dialogo o il regista le riprese.
Certo rimane l’improponibilità di tale paragone – e dal resto, nella sua evidente mancanza di umiltà, lo stesso regista si sarebbe di volta in volta autodefinito il Buñuel o il Pasolini del porno – ma gli va dato atto di aver tentato una strada del tutto differente dalle produzioni “hard-core” mondiali di oggigiorno. La sua volontaria ricerca dell’aggressione allo spettatore – in uno dei suoi primi titoli, Vittoria mentre passa da una fellatio all’altro lancia insulti e denigra il proprio pubblico – spingendolo in ambiente degradato, spesso laido – difficilmente uno dei suoi attori esibirà un membro alla Rocco Siffredi, tanto quanto difficilmente le sue protagoniste avranno un aspetto gradevole (forse una in alcuni titoli) – ai limiti del tollerabile, dove si muovono pulsioni prossime alla deiezione, al disgusto. Uno spettacolo che qualcuno ha tentato di appropinquare alle visioni cronenberghiane (ma si è fatto anche il nome di Hooper); ma che ha una sua perfetta controparte nel ben più alto e autoriale cinema del duo siciliano Ciprì e Maresco.
Considerando un titolo su tutti della copia palermitana – Lo zio d’America, ma anche i loro excursus terribili su RaiTre che in prima serata coraggiosamente davano vita a Blob Cinico TV – rimane insolubile l’aspetto dilettevole di una tale pornografia; e non è un caso che moltissimi tra gli amanti del genere e i gli inveterati onanisti abbiano da sempre rifuggito i lavori di Zanuto, lasciandoli a un pugno di ribaldi seguaci del cinema estremo che con altrettanta ingordigia e facilità digerirebbero un Martyrs di Laugier, un Salò di Pasolini e/o un Srpski Film di Spasojevic. Affrancabile, nel porno, per certi versi solo a un Shaun Costello (Forced Entry), personaggio che ha però un ben altra capacità tecnico-creativa, rimane il fatto che Zanuso, folle o incosciente che sia, continua la sua costante ricerca di “prelibatezze” libertine attraverso un percorso composto sostanzialmente di manie (incesto, urofilia, dominazione montale e fisica, et alia) e di brutture umane (la decadenza e l’aspetto fisico quasi caricaturale dei suoi interpreti) che possono solo offrire allo sguardo attonito dello spettatore il tetro segnale di una decadenza e di una corruzione del genere umano apparentemente incontrovertibile. E in questo senso forse può essere affiancato il nome di Cronenberg (ricordiamo Videodrome e le sue malevoli proiezioni pirata, ma anche, perché no, il progressivo decadimento della famiglia magistralmente fotografato in Dead Ringers).
Lungi dall’essere un autore – o anche solo un artigiano del sesso – l’ex proprietario di videoteche si è mantenuto sempre in bilico tra il trash e l’eccesso, riuscendo a offrire qualcosa che nel suo evidente squallore travalica il puro opportunismo economico di un genere – e ancor di più nell’ultimo ventennio – votato al banale e all’ipocrita interesse, dove belle donne vogliose e grossi peni portentosi offrono un sogno rassicurante a masse di individui in realtà frustrati, una sorta di biglietto per un adeguato “status quo” dei desideri.
E allora, forse, dopo tutto, ben venga il “pessimo” cinema di Zanuso.