Nel cortile che fu casa mia, dei miei genitori, dei miei nonni, in uno storico quartiere milanese, fanno una festa.
L'accompagnamento musicale è a cura di un artista senegalese. Il tema è Africa racconta.
Solo io ci vedo qualcosa di sbagliato?
Il quartiere negli ultimi anni è diventato multietnico. Al mercato del martedì un buon terzo delle donne indossa il velo. Pochissimi gli italiani rimasti.
Io avrei apprezzato di più una festa in cui gli italiani di una volta "passavano il testimone" ai nuovi vicini stranieri, più giovani di loro, collegandosi col passato, col loro vissuto.
Un po' come quando ospiti di amici stranieri ci si aspetta di gustare piatti tipici loro, E come agli amici di mia figlia, anche se africani, non preparo il cous cous, ma il risotto.
La sensazione è però sempre la stessa: si vuole convincere gli italiani ad apprezzare i nuovi vicini di casa.
Manca invece la volontà o la capacità di far amare ai nuovi vicini di casa il posto dove risiedono, appassionandoli anche a una storia che non è la loro.
Perché in fin dei conti se io ho imparato a fare il cous cous e so cosa vuole dire halal e haram e ascolto Cheb Mami, vorrei che a chi abita con noi fosse raccontato come era la vita dei nostri nonni, dei nostri genitori, cos'è stata la guerra, il nostro passato, i nostri film, i nostri libri, le nostre canzoni, la nostra lingua, il nostro dialetto.
Per ritrovarci un po' tutti arricchendoci a vicenda, non subendo solo dei cambiamenti che oppongono diverse identità.
E vorrei che quello che condividiamo non fossero solo Nike, iPhone e Coca Cola.