Al netto dell’agiografia sul genio tormentato, la vicenda è molto più semplice e molto meno epica.
Hemingway funzionava così: trovava una donna, se la sposava, si faceva rimettere in ordine la vita, raggiungeva un equilibrio decente e, appena quell’equilibrio cominciava ad assomigliare alla normalità, si innamorava della successiva.
La prima fu Hadley Richardson. Gli diede affetto, stabilità e sostegno negli anni parigini, quando Hemingway era ancora soprattutto un aspirante Hemingway, cioè un uomo con il talento in tasca e il personaggio ancora da costruire. Lui la ringraziò mettendosi con Pauline Pfeiffer, che per gradire era pure amica sua.
Pauline diventò la seconda moglie. Famiglia benestante, soldi, contatti, viaggi, case, carburante per il genio. Sistemato il talento e apparecchiato il personaggio, Hemingway ritenne opportuno tradire anche lei con Martha Gellhorn.
Martha però era un’altra bestia. Giornalista di guerra vera, indipendente, ambiziosa, poco incline a fare la vestale del culto domestico di Ernest. E lì infatti il giocattolo si ruppe abbastanza in fretta, perché due protagonisti nella stessa casa sono già troppi; figuriamoci se uno dei due è Hemingway e considera l’altro personale di servizio con eventuali capacità letterarie accessorie.
Poi arrivò Mary Welsh, che gli rimase accanto negli anni del declino, quando il grande maschio da guerra, caccia, pesca, whisky, pugni, tori e testosterone anche sul passaporto era ormai sempre più fragile, malato, incastrato nel personaggio che si era costruito addosso come una corazza e una prigione.
Il punto interessante è proprio questo: dietro l’immagine dell’uomo granitico, quello che doveva misurarsi con la morte ogni tre pagine e con un animale selvatico ogni due fotografie, c’era uno che non riusciva quasi mai a stare senza una donna che gli organizzasse l’esistenza.
Le mogli gli davano denaro, stabilità, casa, contatti, protezione, incoraggiamento, cura e materiale umano da trasformare in letteratura. Lui offriva in cambio l’esperienza irripetibile di vivere accanto a Hemingway, che doveva essere un po’ come abitare dentro un museo dedicato a una persona ancora viva: prestigioso, certo, purché non ti venisse in mente di spostare i mobili o avere una personalità tua.
Cambiava moglie come altri cambiano arredamento, con una piccola differenza: il nuovo arredamento doveva pagare le bollette, curargli le ferite, sostenere il genio, tollerare il mito e possibilmente non lamentarsi quando veniva sostituito.
Grandissimo scrittore, senza dubbio.
Come maschione alfa, rivedibile.