Ma non c’entra un cazzo
Il poliamore non è “ho visto una che mi piace e allora mi è tornata fuori la mia natura”. Quella non è identità, è marketing dell’ormone. Il poliamore è un modo di orientare la vita, non una toppa elegante da appiccicare sopra una voglia nuova quando ti fa comodo.
Ha dietro un impegno organizzativo che manco una multinazionale: tempi, confini, gerarchie, gelosie, sincerità, manutenzione continua, parole dette prima e non dopo, gente che deve sapere dove sta e cosa rischia. Non è “posso dare amore a più persone”, detto con l’occhio lucido e la mano già sulla maniglia della camera. Quella è la versione TED Talk della voglia di scopare.
La stragrande maggioranza delle persone tradisce invece di organizzarsi dentro forme di non monogamia etica per un motivo molto semplice: perché tradire è più comodo. Meno riunioni, meno responsabilità, meno negoziazione, meno rischio di sentirsi dire “no” prima di essersi già apparecchiati il letto.
Il poliamore vero è faticoso quanto gestire una famiglia con dieci figli, solo che lì non hai dieci ragazzini a cui puoi dare ordini, premi e punizioni. Hai rapporti alla pari, con adulti che ti giudicano, ti scelgono, ti amano e possono pure salutarti se ti comporti da coglione. Non hai il salvagente biologico dei figli, che salvo disastri restano figli comunque. Hai persone libere, e la libertà degli altri è una gran rottura di cazzo quando vuoi solo allargare il parco giochi.
E infatti sono tutti bravi a proporre la cosa a tre a una donna di cui non gliene frega niente. Lì diventano tutti filosofi della libertà erotica, pionieri della trasparenza, architetti del desiderio. Poi quando dall’altra parte c’è una che si è innamorata, che ci ha messo pelle vera e non solo disponibilità logistica, improvvisamente la faccenda diventa delicata.
Quindi no, il problema non è che doveva dichiararsi poliamoroso meglio. Il problema è che sta usando categorie grandi per coprire una gestione piccola.
E quella non è non monogamia etica. È casino col dépliant.