lo posto anche qui
Erano anni che non venivo fin quassù.
La piccola chiesa del villaggio è posta in cima ad una roccia e domina il mare da un'altezza incredibile; esposta ai venti e abbarbicata in quella posizione impossibile, la chiesa è una sfida dell’uomo alla natura.
Il villaggio è minuscolo, di non più di quindici case, abitato da agricoltori e pescatori, poche anime che vivono in un tempo indefinito.
E questa chiesetta bianca e bassa, con la sua campana antica e consumata, è la custode di questa immobilità che sembra eterna.
Faccio gli ultimi passi in salita, il respiro affannoso, e finalmente la vedo; identica a come la serbavo nei miei ricordi; con una mano spingo la cigolante porta di legno, ed entro nella fresca penombra.
Antichi odori di legno e d’incenso mi assalgono pungenti: l'altare semplice e austero, il crocefisso che lo domina, le poche panche per i pochi fedeli che fin qui ancora arrivano.
Nient'altro.
La chiesa del villaggio è tutta qui.
La luce del giorno, che entra dalla porta rimasta aperta, sembra violentare quel luogo, come se anche l'oscurità reclamasse la sua parte di rispetto: accosto la porta ed ora la luce diviene tenue, sicuramente più consona alla sacralità del luogo.
Il silenzio è assordante, come solo il vero silenzio sa esserlo: trasuda dalle mura, sgorga dai pavimenti, è un silenzio totale….che mi imbarazza e mi abbraccia…..mi piacciono gli abbracci, anche se è il silenzio che mi cinge.
Non sono una praticante, credo solo quando ho bisogno di rifugiarci nel trascendente, quando, di fronte ai problemi e alle difficoltà della vita, ci rendiamo conto di quanto poca cosa noi siamo, e di quanto inadeguati siamo ad affrontare le avversità….il mio è un modo di credere comodo…..guardo il meccanismo che tra un po’ farà andare la campana…come ogni giorno suonerà….per 2 minuti esatti….adesso, come allora…ma ora è tutto diverso.
Salivamo al villaggio in bicicletta; imboccavamo la salita fino al paese, il sudore che scorreva a fiumi, il respiro sempre più corto e difficile, la fontanella dell’acqua a quella curva, miraggio nel deserto delle nostre estati; e poi le biciclette abbandonate lungo il muro di quella casa, le dita delle nostre mani intrecciate mentre correvamo su per la stradina, cercando i tratti in ombra per un attimo di fresco, e quindi giungevamo fino a qui, fino alla nostra campana.Ci affacciavamo abbracciati, ansanti per lo sforzo fatto, sullo strapiombo, il vento che ci scuoteva, il mare scintillante così lontano, il cielo blu così vicino.
E poi un bacio, una carezza, il desiderio che esplodeva, quel desiderio che avevamo faticato a reprimere nell’ultima mezz’ora. Gli occhi scintillanti, i sensi accesi, i cuori in tumulto.
Andavamo dietro la chiesetta, dove gli olivi ci proteggevano da sguardi inesistenti ….eravamo sempre soli….e su un letto di foglie facevamo l'amore.
Ricordo come, in ginocchio, mi sfilavo la maglietta e ti offrivo i miei seni, i capezzoli già spasmodicamente eretti, la pelle imperlata di sudore, le mani che guidavano la tua testa.
Li percorrevi con la lingua incessantemente, mordendo delicatamente quei piccoli chiodi invitanti, assaporando il tuo profumo di gioventù.
E il rumore delle foglie agitate dal vento era ben presto coperto dai nostri sospiri, dalle parole affannate, dai gemiti di piacere che le nostre bocche riuscivano a strapparsi.
Le mie labbra; le trovavi sempre sorprendentemente fresche e umide…..le definivi audaci ma delicate, impertinenti ma anche timide mentre ti lambivano, ti sfioravano…. alternando dolcezza a frenesia, malizia, ad esperienza. Volavi in un vortice di sensazioni … continuamente al limite della sopportazione che mai ti facevo superare…..ti volevo dentro me, volevo sentirti venire con me, mentre eri tutt’uno con me…. Ricordo quel pomeriggio di tanti anni fa….ero sotto di te…. la mia testa ondeggiava impazzita da una parte all'altra, la catenina d'oro brillava sulla pelle accaldata, il ciondolo che scendeva malizioso tra i seni, le mani che ti spingevano sempre più in me.
E la campana che, d’improvviso, prese a suonare. Ai primi rintocchi ci immobilizzammo, sorpresi e confusi. Ti guardavo negli occhi, e tu guardavi me: restammo bloccati, come in un fotogramma.
I miei muscoli si contraevano attorno a te…….. quasi a volerti nascondere, celare da chi forse ci aveva scoperto, da chi aveva infranto la solitudine di quel posto che solo a noi doveva appartenere.
Ma si sentiva solo il vento che, impetuoso, scuoteva la natura.
Paralizzati, cercavamo e temevamo voci umane che spezzassero definitivamente quell'incanto.
Ma non c'era nessuno. La campana sembrava battesse solo per noi due. E poi le risate, che sembravano non dover mai finire. Riprendemmo a fare l'amore ridendo e, forse, venimmo anche ridendo…..e sempre ridendo ci baciammo, in un viluppo di lingue e in un dolce cozzare di candidi e giovani denti.
E' quasi l'ora…..la campana lancerà per l’ennesima volta il suo suono argentino…prima di uscire dalla chiesetta getto un'ultima e dolorosa occhiata intorno a me.
Ricordo quella volta che, dopo l'amore, entrammo in chiesa, in cerca di un po’ di frescura.
E, seduti su questa stessa panca, mi dicesti che non appena avessi avuto un lavoro m’avresti sposata….solo me volevi per moglie….ti dissi che, dopo tutto, eravamo in chiesa…..potevamo sposarci anche subito…. ci mettemmo in piedi di fronte all'altare, in una vera chiesa….dietro di noi gli invitati erano fantasmi, elegantemente vestiti, e che a noi sembravano reali.
E la maglietta stropicciata che indossavo era diventata un abito bianco e raffinato, il mio abito da sposa. Ci sposammo da soli, giurandoci amore per l'eternità.
Mi avvio al limite dello spiazzo davanti la chiesa ed osservo l'immenso panorama.
Ed ecco che la campana inizia a battere i suoi rintocchi.
Se il suono si potesse vedere lo si vedrebbe adesso scendere verso il mare, abbracciare le onde lontane, posarsi su quello scoglio solitario.Quel finto matrimonio l'ho sempre portato nel cuore.
Anche quando ce ne andammo dall'isola dove eravamo nati. Anche quando le nostre strade si divisero, portandoci lontani una dall'altro. Verso altre vite, verso altre persone, verso altri amori.
Ma la campana della chiesa del villaggio, che ora ha smesso di suonare, è sempre qui, struggente colonna sonora di quell'amore perduto nel passato.
Guardo la chiesetta un'ultima volta e m’infilo gli occhiali da sole, perchè il riflesso della luce mi fa lacrimare gli occhi. Perchè alla mia età non si dovrebbe piangere. A volte bisogna saper mentire a se stessi. Illudersi per un momento, solo per un istante, che gli occhi lacrimino per il riverbero del sole. E non è cosa facile. C'è troppa luce qui. Decisamente. E ci sono troppi ricordi. Ricordi belli, ma che fanno male. Al cuore. E all’anima.
Al villaggio non tornerò più.