E' cambiato qualcosa nell'approccio all'abbigliamento negli ultimi decenni.
Non è solo questione di ineleganza dominante.
Con l'abito si vuole suggellare l'appartenenza, di genere, di classe, l'abito è un indicatore economico, qualifica l'orientamento sessuale, l'età, la professione, la notorietà...
Un Lapo vestito a mezzo tra checca tamarra e dandy vuol significare la sua capacità di elevarsi dal ridicolo semplicemente disponendo di soldi e fama.
Una Belen vende ispirazioni onanistiche.
In genere i giovani cercano un'identità maschile: sbeffeggiando quelli con i risvoltini, per esempio, ma vestendosi ugualmente in maniera indegna per valorizzare la loro bellezza. E questo da decenni.
E crescendo questi giovani tendono ad evitare l'abito che certifica l'avanzare dell'età: le felpe col cappuccio a 50 anni non sono affatto rare, anche perché nei negozi ormai trovi solo quelle.
La moda a basso costo insegue i giovani, e tutti gli altri che vorrebbero esserlo.
D'altronde basta un cappotto piuttosto che una giacca di plastica a regalare dieci anni di più, e questo non lo si desidera.
Il risultato sono le vie delle città piene d'inverno di informi giacche di plastica, pantaloni in jeans e sneakers più o meno colorate, più o meno appariscenti, ma quasi sempre brutte, cappellacci con visiera, felpe col cappuccio, magliette con le scritte, per non parlare del sesso femminile che ha rubato le icone maschili delle generazioni precedenti: chiodo, anfibi, per esempio.
In altre città europee questo fenomeno è meno evidente: a Parigi e a Londra percentualmente trovi più giovani con abiti discreti, cappotti d'inverno e vestiti classici d'estate, che valorizzano la figura.
Da noi è l'apoteosi non del casual, ma del trasandato.