Comunque ...

Ginevra65

Moderatrice del cazzo
Staff Forum
Quante domande Nina.....

eppure... a volte sai... la risposta è semplicemente nel fatto che non ci sono risposte...
e farsi domande è un inutile torturarsi..

a volte si preferisce torturarsi che accettare semplicemente il fatto che non andavamo più bene per l'altro



e non c'è nulla di strano, a ben pensarci.. solo che il mondo sembra caderci addosso.. assieme con la sensazione che no... noi andavamo bene, soltanto che abbiamo sbagliato qualcosa...

forse.. se non mi mettevo le dita nel naso...
o forse... se quella sera non avessi chiesto...
o forse ancora.. se l'altra sera invece avessi detto...

in tutte queste domande (che bada bene, tutti si sono fatti e varie volte nella vita, mica solo tu) c'è uno svicolare e allontanarsi costante dal fulcro della realtà.. nudo, crudo.. semplice e cattivo

e cioè.. che non andavamo più bene per l'altro...

accettare questo, e cioè il semplice fatto che per l'altro non andavamo più bene, per chissà quali e quanti motivi, non ci deve allontanare da quello che dobbiamo continuare ad essere, e cioè noi stessi

coi nostri errori, le nostre imperfezioni, i nostri silenzi, o le nostre parole di troppo

ma assolvendoci. sempre. e rasserenandoci di noi, e rasserenandoci quindi anche del distacco dell'altro

che non deve portarsi via una parte di noi

e lasciarci spezzati e frammentati a chiederci: perché...........?
le cose cambiano e non siamo mai pronti ad affrontare quel cambiamento. Faticosamente è necessario iniziare un nuovo percorso. Certo si sta male ma inutile chiedersi perché è successo. La risposta non la sapremo mai..... è così
 

Skorpio

Utente di lunga data
..

le cose cambiano e non siamo mai pronti ad affrontare quel cambiamento. Faticosamente è necessario iniziare un nuovo percorso. Certo si sta male ma inutile chiedersi perché è successo. La risposta non la sapremo mai..... è così
più che il cambiamento io penso proprio al rifiuto di noi.

essere rifiutati

prendere atto con serenità (almeno per questa piccola parte) che noi siamo rifiutati, e non farne un dramma da cui far discendere mille perché, che si alternano evidentemente a sentimenti di rancore e rabbia per chi ci ha rifiutato

non c'è educazione al rifiuto, in generale. ne a livello di rapporti personali, né a livello sociale in genere, e noto che questo avviene sin dai primi anni di vita.


Essere rifiutati è un dramma, da vivere in modo scomposto e drammatico.

e invece io credo sia sano accettare che nella vita si può anche venire sui coglioni, o si può essere indesiderati

chiedersi il perché, tra noi e noi, è anche sano e aiuta a conoscerci, se fatto dopo aver serenamente accettato questo.

Ma se questa serena accettazione manca, nascono le domande di Nina, il suo risentimento, la sua messa in discussione, il suo piantarsi lì senza andare avanti, coltivando rancore e insicurezze
 

Brunetta

Utente di lunga data
più che il cambiamento io penso proprio al rifiuto di noi.

essere rifiutati

prendere atto con serenità (almeno per questa piccola parte) che noi siamo rifiutati, e non farne un dramma da cui far discendere mille perché, che si alternano evidentemente a sentimenti di rancore e rabbia per chi ci ha rifiutato

non c'è educazione al rifiuto, in generale. ne a livello di rapporti personali, né a livello sociale in genere, e noto che questo avviene sin dai primi anni di vita.


Essere rifiutati è un dramma, da vivere in modo scomposto e drammatico.

e invece io credo sia sano accettare che nella vita si può anche venire sui coglioni, o si può essere indesiderati

chiedersi il perché, tra noi e noi, è anche sano e aiuta a conoscerci, se fatto dopo aver serenamente accettato questo.

Ma se questa serena accettazione manca, nascono le domande di Nina, il suo risentimento, la sua messa in discussione, il suo piantarsi lì senza andare avanti, coltivando rancore e insicurezze
Ti quoto ancora.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Quante domande Nina.....

eppure... a volte sai... la risposta è semplicemente nel fatto che non ci sono risposte...
e farsi domande è un inutile torturarsi..

a volte si preferisce torturarsi che accettare semplicemente il fatto che non andavamo più bene per l'altro



e non c'è nulla di strano, a ben pensarci.. solo che il mondo sembra caderci addosso.. assieme con la sensazione che no... noi andavamo bene, soltanto che abbiamo sbagliato qualcosa...

forse.. se non mi mettevo le dita nel naso...
o forse... se quella sera non avessi chiesto...
o forse ancora.. se l'altra sera invece avessi detto...

in tutte queste domande (che bada bene, tutti si sono fatti e varie volte nella vita, mica solo tu) c'è uno svicolare e allontanarsi costante dal fulcro della realtà.. nudo, crudo.. semplice e cattivo

e cioè.. che non andavamo più bene per l'altro...

accettare questo, e cioè il semplice fatto che per l'altro non andavamo più bene, per chissà quali e quanti motivi, non ci deve allontanare da quello che dobbiamo continuare ad essere, e cioè noi stessi

coi nostri errori, le nostre imperfezioni, i nostri silenzi, o le nostre parole di troppo

ma assolvendoci. sempre. e rasserenandoci di noi, e rasserenandoci quindi anche del distacco dell'altro

che non deve portarsi via una parte di noi

e lasciarci spezzati e frammentati a chiederci: perché...........?
Aggiungo una riflessione

Quel concentrarsi sull'altro, sul non andar bene per l'altro è un modo per rimanere lontani da se stessi

Quando non si va bene per l'altro, anche l'altro non va bene per noi.

E' una constatazione semplice semplice, banale quasi...ma non è per niente scontata e banale la sua acquisizione...

Potevo non mettermi le dita nel naso e allora lui/lei...

Ma il punto, il punto veramente importante, è che, porca puttana, le dita nel naso IO VOLEVO mettermele.
E se la presenza dell'altro mi mette in condizione di schiacciare, per avere in cambio la sua approvazione attraverso la sua presenza...l'altro non va bene...e forse sarebbe anche da ringraziarlo del fatto che ha avuto i coglioni di esporsi e svelare l'arcano. Magari facendolo male, scorrettamente...ma facendolo. E non è cosa da poco.

E' l'altro a non andar bene per me se il desiderare la sua presenza mi mette in condizione di dover evitare di desiderare me intera, di evitare di fare cose per rasserenarl*, o farle in sua assenza, o qualunque altra cosa possa venire in mente di dover fare per non scontentare l'altro...e non scontentarlo non per il piacere di vederlo felice, ma per tenerlo agganciato. Per andargli bene.

Ti rendo felice se sai chi sono, se alcune cose le miglioro anche per te...e tu sai il valore che hanno quelle piccole rinunce. Lo riconosci. E lo accetti con riconoscenza. Inchinandoti e rendendoti degn* nei fatti del Dono che ti sto offrendo. E tutto questo reciprocamente.

Il valore è quello di base, esattamente per come si è...variare, modificare, aggiustare viene dopo. Ed è scambio. Lo sottolineo Scambio. Con un valore dichiarato e condiviso.
Il rifiuto si innesta qui...mica prima e neanche dopo.

E il filo è sottilissimo fra i due piani...fino a che punto il rinunciare, il rifiutare, sottolineo RIFIUTARE parti di noi (mettersi le dita nel naso) risponde ad un desiderare e quanto risponde invece alla paura di non andare bene per come si è? E quindi rispondere alla paura sottovalutando le proprie esigenze, mettendole in secondo piano per essere amabili e accettabili.

(non a caso spesso quando l'altro non gioca più...scattano la rabbia e le recriminazioni...questo significa che quel che si è offerto non era in risposta all'essere vicini a se stessi ma al voler in cambio dall'altro qualcosa...vicinanza, approvazione...amore, il più delle volte.)

IL rifiuto dell'altro è spesso e volentieri lo svelamento di tutti i piccoli rifiuti che si sono fatti a se stessi per "tenere" l'altro...a prescindere, ad un certo punto, dall'avere occhio e attenzione al fatto che la presenza dell'altro sia una spinta all'apertura, all'espressione, alla creazione, nutrimento al desiderio di migliorare ciò che si è, e non invece una spinta al rispondere ad aspettative interne su noi stessi che emergono attraverso la presenza dell'altro accanto a noi.

E' uno dei motivi per cui fa così male il rifiuto dell'altro...mette obbligatoriamente al fatto che prima del suo rifiuto ci sono stati tanti piccoli rifiuti di noi stessi a noi stessi.

E non a caso rabbia, rancore, recriminazione...io ho fatto e tu!!! io pensavo e tu!!!! io sono e tu!!!

Non tenere l'occhio sulla coincidenza dei desideri, non parlo esclusivamente di quelli sessuali, ma sono convinta che anche quelli sessuali siano una parte preponderante, non tenere l'occhio sull'assuefazione ai piccoli rifiuti quotidiani di piccole (piccole un cazzo!) esigenze per l'altro è rischioso.

E non per le possibili reazioni dell'altro.

Ma proprio per ritrovarsi con se stessi. Per non perdersi. Per non perdere l'accettazione di chi si è.

C'è questa idea farlocca che non debbano entrare le ombre nella relazione, che debbano essere messe via, che si debba offrire all'altro la parte migliore di noi....nell'illusione di poter essere perfetti, fra l'altro nell'offerta...

E invece siamo esseri complessi, ombre e luce, imperfetti, fallaci, rompicoglioni, pretenziosi, egocentrici ma anche luminosi, amabili, accoglienti...

Se non siamo in grado di prenderci interamente, ombra e luce...il rischio è di usare il rifiuto dell'altro per continuare a rifiutare chi si è.

E non solo....usare l'altro per seguire la via della paura all'esposizione di sè piena. Difetti e imperfezioni comprese.

Io resto dell'idea che se all'altro non vado bene, è reciproco il non andar bene.

Come può andarmi bene qualcuno che non mi vuole INTERA? Qualcuno per cui devo costantemente togliere a me, qualcuno con cui non posso semplicemente essere ME.

I compromessi poi...ma prima di tutto o ci andiamo bene anche col culo sporco di merda, o meglio salutarci qui.

A che mi serve?
sì, uso proprio Servire, perchè ci si serve reciprocamente in relazione e se non accade la relazione non ha basi su cui appoggiarsi che non siano le favole disneyane...

Se non c'è servizio reciproco, dichiarato in modo trasparente, non c'è guadagno relazionale.

Ed è una perversione credere che il guadagno relazionale stia solo nel fruire della presenza dell'altro accanto a noi. Somiglia ad una adorazione sterile di una immagine che a confronto con la realtà è semplicemente crollata.

La relazionalità ha una funzione per gli animali sociali, quali anche noi siamo. Dimenticarselo, cadere vittima solo della nostra parte razionale e storica e culturale, dimenticando, negando l'Istinto è relegare se stessi alla mancanza.

Ed è illusione, è paura. E' scarsa fiducia in se stessi e nel proprio valore.

In tutto questo l'altro...sta a noi come collocarlo...se come una scusa per buttar fuori la frustrazione di chi si è, anche nelle parti che non piacciono, o come una opportunità per avvicinarsi e accettarsi nel proprio essere semplice.
E' una scelta individuale questa. L'altro non ha voce in capitolo.

E se ce l'ha, c'è un problema. Che è meglio affrontare...
 
Ultima modifica:

Blaise53

Utente di lunga data
Aggiungo una riflessione

Quel concentrarsi sull'altro, sul non andar bene per l'altro è un modo per rimanere lontani da se stessi

Quando non si va bene per l'altro, anche l'altro non va bene per noi.

E' una constatazione semplice semplice, banale quasi...ma non è per niente scontata e banale la sua acquisizione...

Potevo non mettermi le dita nel naso e allora lui/lei...

Ma il punto, il punto veramente importante, è che, porca puttana, le dita nel naso IO VOLEVO mettermele.
E se la presenza dell'altro mi mette in condizione di schiacciare, per avere in cambio la sua approvazione attraverso la sua presenza...l'altro non va bene...e forse sarebbe anche da ringraziarlo del fatto che ha avuto i coglioni di esporsi e svelare l'arcano. Magari facendolo male, scorrettamente...ma facendolo. E non è cosa da poco.

E' l'altro a non andar bene per me se il desiderare la sua presenza mi mette in condizione di dover evitare di desiderare me intera, di evitare di fare cose per rasserenarl*, o farle in sua assenza, o qualunque altra cosa possa venire in mente di dover fare per non scontentare l'altro...e non scontentarlo non per il piacere di vederlo felice, ma per tenerlo agganciato. Per andargli bene.

Ti rendo felice se sai chi sono, se alcune cose le miglioro anche per te...e tu sai il valore che hanno quelle piccole rinunce. Lo riconosci. E lo accetti con riconoscenza. Inchinandoti e rendendoti degn* nei fatti del Dono che ti sto offrendo. E tutto questo reciprocamente.

Il valore è quello di base, esattamente per come si è...variare, modificare, aggiustare viene dopo. Ed è scambio. Lo sottolineo Scambio. Con un valore dichiarato e condiviso.
Il rifiuto si innesta qui...mica prima e neanche dopo.

E il filo è sottilissimo fra i due piani...fino a che punto il rinunciare, il rifiutare, sottolineo RIFIUTARE parti di noi (mettersi le dita nel naso) risponde ad un desiderare e quanto risponde invece alla paura di non andare bene per come si è? E quindi rispondere alla paura sottovalutando le proprie esigenze, mettendole in secondo piano per essere amabili e accettabili.

(non a caso spesso quando l'altro non gioca più...scattano la rabbia e le recriminazioni...questo significa che quel che si è offerto non era in risposta all'essere vicini a se stessi ma al voler in cambio dall'altro qualcosa...vicinanza, approvazione...amore, il più delle volte.)

IL rifiuto dell'altro è spesso e volentieri lo svelamento di tutti i piccoli rifiuti che si sono fatti a se stessi per "tenere" l'altro...a prescindere, ad un certo punto, dall'avere occhio e attenzione al fatto che la presenza dell'altro sia una spinta all'apertura, all'espressione, alla creazione, nutrimento al desiderio di migliorare ciò che si è, e non invece una spinta al rispondere ad aspettative interne su noi stessi che emergono attraverso la presenza dell'altro accanto a noi.

E' uno dei motivi per cui fa così male il rifiuto dell'altro...mette obbligatoriamente al fatto che prima del suo rifiuto ci sono stati tanti piccoli rifiuti di noi stessi a noi stessi.

E non a caso rabbia, rancore, recriminazione...io ho fatto e tu!!! io pensavo e tu!!!! io sono e tu!!!

Non tenere l'occhio sulla coincidenza dei desideri, non parlo esclusivamente di quelli sessuali, ma sono convinta che anche quelli sessuali siano una parte preponderante, non tenere l'occhio sull'assuefazione ai piccoli rifiuti quotidiani di piccole (piccole un cazzo!) esigenze per l'altro è rischioso.

E non per le possibili reazioni dell'altro.

Ma proprio per ritrovarsi con se stessi. Per non perdersi. Per non perdere l'accettazione di chi si è.

C'è questa idea farlocca che non debbano entrare le ombre nella relazione, che debbano essere messe via, che si debba offrire all'altro la parte migliore di noi....nell'illusione di poter essere perfetti, fra l'altro nell'offerta...

E invece siamo esseri complessi, ombre e luce, imperfetti, fallaci, rompicoglioni, pretenziosi, egocentrici ma anche luminosi, amabili, accoglienti...

Se non siamo in grado di prenderci interamente, ombra e luce...il rischio è di usare il rifiuto dell'altro per continuare a rifiutare chi si è.

E non solo....usare l'altro per seguire la via della paura all'esposizione di sè piena. Difetti e imperfezioni comprese.

Io resto dell'idea che se all'altro non vado bene, è reciproco il non andar bene.

Come può andarmi bene qualcuno che non mi vuole INTERA? Qualcuno per cui devo costantemente togliere a me, qualcuno con cui non posso semplicemente essere ME.

I compromessi poi...ma prima di tutto o ci andiamo bene anche col culo sporco di merda, o meglio salutarci qui.

A che mi serve?
sì, uso proprio Servire, perchè ci si serve reciprocamente in relazione e se non accade la relazione non ha basi su cui appoggiarsi che non siano le favole disneyane...

Se non c'è servizio reciproco, dichiarato in modo trasparente, non c'è guadagno relazionale.

Ed è una perversione credere che il guadagno relazionale stia solo nel fruire della presenza dell'altro accanto a noi. Somiglia ad una adorazione sterile di una immagine che a confronto con la realtà è semplicemente crollata.

La relazionalità ha una funzione per gli animali sociali, quali anche noi siamo. Dimenticarselo, cadere vittima solo della nostra parte razionale e storica e culturale, dimenticando, negando l'Istinto è relegare se stessi alla mancanza.

Ed è illusione, è paura. E' scarsa fiducia in se stessi e nel proprio valore.

In tutto questo l'altro...sta a noi come collocarlo...se come una scusa per buttar fuori la frustrazione di chi si è, anche nelle parti che non piacciono, o come una opportunità per avvicinarsi e accettarsi nel proprio essere semplice.
E' una scelta individuale questa. L'altro non ha voce in capitolo.

E se ce l'ha, c'è un problema. Che è meglio affrontare...
Miiiiiiii! È nu' libro.😇
 

Skorpio

Utente di lunga data
...

[MENTION=5159]ipazia[/MENTION] .. credo che la tua riflessione "aggiunta" sia non solo opportuna, ma apra scenari.. spazi di riflessione

Opportunità. Anche nel dolore o nel rifiuto. Opportunità di riflessione su di sé, anziché affaticarsi a inveire contro l'altro

Non semplici da cogliere, indubbiamente, ma ci sono e enormi, questi spazi, e con esiti anche non scontati

Chi di noi non è stato rifiutato? Tutti, penso, chi più chi meno

Prendendo a prestito l'esempio Delle dita nel naso.. lo spazio di riflessione può portare a dire che si, sono stato rifiutato x le dita nel naso, ma che a me piace mettermicele e così continuerò

Ma può anche portare all'esito che no, davvero non mi riconosco IO con quelle dita nel naso. E mi faccio un po' schifo anche io di mio, con quelle dita nel naso

E che io non MI voglio con le dita nel naso, non sono io.. non mi ci riconosco e non mi ci vedo ben rappresentato

E trovare slancio x migliorare, sfruttando una esperienza di rifiuto, per vedere meglio (e scegliere) cose di me
 

Divì

Utente senza meta
più che il cambiamento io penso proprio al rifiuto di noi.

essere rifiutati

prendere atto con serenità (almeno per questa piccola parte) che noi siamo rifiutati, e non farne un dramma da cui far discendere mille perché, che si alternano evidentemente a sentimenti di rancore e rabbia per chi ci ha rifiutato

non c'è educazione al rifiuto, in generale. ne a livello di rapporti personali, né a livello sociale in genere, e noto che questo avviene sin dai primi anni di vita.


Essere rifiutati è un dramma, da vivere in modo scomposto e drammatico.

e invece io credo sia sano accettare che nella vita si può anche venire sui coglioni, o si può essere indesiderati

chiedersi il perché, tra noi e noi, è anche sano e aiuta a conoscerci, se fatto dopo aver serenamente accettato questo.

Ma se questa serena accettazione manca, nascono le domande di Nina, il suo risentimento, la sua messa in discussione, il suo piantarsi lì senza andare avanti, coltivando rancore e insicurezze
Bella l'espressione che hai usato: "educazione al rifiuto".

Hai ragione.
 

Brunetta

Utente di lunga data

nina

Utente di lunga data
Aggiungo una riflessione

Quel concentrarsi sull'altro, sul non andar bene per l'altro è un modo per rimanere lontani da se stessi

Quando non si va bene per l'altro, anche l'altro non va bene per noi.

E' una constatazione semplice semplice, banale quasi...ma non è per niente scontata e banale la sua acquisizione...

Potevo non mettermi le dita nel naso e allora lui/lei...

Ma il punto, il punto veramente importante, è che, porca puttana, le dita nel naso IO VOLEVO mettermele.
E se la presenza dell'altro mi mette in condizione di schiacciare, per avere in cambio la sua approvazione attraverso la sua presenza...l'altro non va bene...e forse sarebbe anche da ringraziarlo del fatto che ha avuto i coglioni di esporsi e svelare l'arcano. Magari facendolo male, scorrettamente...ma facendolo. E non è cosa da poco.

E' l'altro a non andar bene per me se il desiderare la sua presenza mi mette in condizione di dover evitare di desiderare me intera, di evitare di fare cose per rasserenarl*, o farle in sua assenza, o qualunque altra cosa possa venire in mente di dover fare per non scontentare l'altro...e non scontentarlo non per il piacere di vederlo felice, ma per tenerlo agganciato. Per andargli bene.

Ti rendo felice se sai chi sono, se alcune cose le miglioro anche per te...e tu sai il valore che hanno quelle piccole rinunce. Lo riconosci. E lo accetti con riconoscenza. Inchinandoti e rendendoti degn* nei fatti del Dono che ti sto offrendo. E tutto questo reciprocamente.

Il valore è quello di base, esattamente per come si è...variare, modificare, aggiustare viene dopo. Ed è scambio. Lo sottolineo Scambio. Con un valore dichiarato e condiviso.
Il rifiuto si innesta qui...mica prima e neanche dopo.

E il filo è sottilissimo fra i due piani...fino a che punto il rinunciare, il rifiutare, sottolineo RIFIUTARE parti di noi (mettersi le dita nel naso) risponde ad un desiderare e quanto risponde invece alla paura di non andare bene per come si è? E quindi rispondere alla paura sottovalutando le proprie esigenze, mettendole in secondo piano per essere amabili e accettabili.

(non a caso spesso quando l'altro non gioca più...scattano la rabbia e le recriminazioni...questo significa che quel che si è offerto non era in risposta all'essere vicini a se stessi ma al voler in cambio dall'altro qualcosa...vicinanza, approvazione...amore, il più delle volte.)

IL rifiuto dell'altro è spesso e volentieri lo svelamento di tutti i piccoli rifiuti che si sono fatti a se stessi per "tenere" l'altro...a prescindere, ad un certo punto, dall'avere occhio e attenzione al fatto che la presenza dell'altro sia una spinta all'apertura, all'espressione, alla creazione, nutrimento al desiderio di migliorare ciò che si è, e non invece una spinta al rispondere ad aspettative interne su noi stessi che emergono attraverso la presenza dell'altro accanto a noi.

E' uno dei motivi per cui fa così male il rifiuto dell'altro...mette obbligatoriamente al fatto che prima del suo rifiuto ci sono stati tanti piccoli rifiuti di noi stessi a noi stessi.

E non a caso rabbia, rancore, recriminazione...io ho fatto e tu!!! io pensavo e tu!!!! io sono e tu!!!

Non tenere l'occhio sulla coincidenza dei desideri, non parlo esclusivamente di quelli sessuali, ma sono convinta che anche quelli sessuali siano una parte preponderante, non tenere l'occhio sull'assuefazione ai piccoli rifiuti quotidiani di piccole (piccole un cazzo!) esigenze per l'altro è rischioso.

E non per le possibili reazioni dell'altro.

Ma proprio per ritrovarsi con se stessi. Per non perdersi. Per non perdere l'accettazione di chi si è.

C'è questa idea farlocca che non debbano entrare le ombre nella relazione, che debbano essere messe via, che si debba offrire all'altro la parte migliore di noi....nell'illusione di poter essere perfetti, fra l'altro nell'offerta...

E invece siamo esseri complessi, ombre e luce, imperfetti, fallaci, rompicoglioni, pretenziosi, egocentrici ma anche luminosi, amabili, accoglienti...

Se non siamo in grado di prenderci interamente, ombra e luce...il rischio è di usare il rifiuto dell'altro per continuare a rifiutare chi si è.

E non solo....usare l'altro per seguire la via della paura all'esposizione di sè piena. Difetti e imperfezioni comprese.

Io resto dell'idea che se all'altro non vado bene, è reciproco il non andar bene.

Come può andarmi bene qualcuno che non mi vuole INTERA? Qualcuno per cui devo costantemente togliere a me, qualcuno con cui non posso semplicemente essere ME.

I compromessi poi...ma prima di tutto o ci andiamo bene anche col culo sporco di merda, o meglio salutarci qui.

A che mi serve?
sì, uso proprio Servire, perchè ci si serve reciprocamente in relazione e se non accade la relazione non ha basi su cui appoggiarsi che non siano le favole disneyane...

Se non c'è servizio reciproco, dichiarato in modo trasparente, non c'è guadagno relazionale.

Ed è una perversione credere che il guadagno relazionale stia solo nel fruire della presenza dell'altro accanto a noi. Somiglia ad una adorazione sterile di una immagine che a confronto con la realtà è semplicemente crollata.

La relazionalità ha una funzione per gli animali sociali, quali anche noi siamo. Dimenticarselo, cadere vittima solo della nostra parte razionale e storica e culturale, dimenticando, negando l'Istinto è relegare se stessi alla mancanza.

Ed è illusione, è paura. E' scarsa fiducia in se stessi e nel proprio valore.

In tutto questo l'altro...sta a noi come collocarlo...se come una scusa per buttar fuori la frustrazione di chi si è, anche nelle parti che non piacciono, o come una opportunità per avvicinarsi e accettarsi nel proprio essere semplice.
E' una scelta individuale questa. L'altro non ha voce in capitolo.

E se ce l'ha, c'è un problema. Che è meglio affrontare...
Aspe', che cerco di rispondere un po' a te e un po' a tutti, e anche in modo passabilmente breve.
Prima di tutto, partiamo dal concetto di merito dell'essere amati e del rifiuto: tutte cose giustissime, ma il mio problema non sta nel rifiuto in sé per sé, ma nell'ambiguità: ok, ti ho ricontattata io, ma tu eri contenta, e mi hai esposta a una serie di atteggiamenti ambigui e contraddittori di avantindietro, lancisassieritirolamano che hanno avuto il potere di disorientarmi. Se tu persona che comunque percepivi un certo legame ti comportavi in settantamila modi diversi e continui a intessere tutta una serie di giustificazioni, io le cose me le chiedo, non posso farne a meno. Mi chiedo come si possa cambiare talmente tanto da arrivare a un divario (di esigenze? di caratteri?) talmente profondo da spezzare il filo, e mi chiedo quale sia stato il mio ruolo, il mio contributo, nell'assottigliare questo filo. Non avevo alcuna intenzione di adorarla a vuoto, anzi, avevo tutta l'intenzione opposta, e anzi, nel corso degli anni io avevo visto dei passi avanti, da parte sua, rispetto a come era cominciata. Poi a un certo punto ha cominciato ad andare tutto a scatafascio per tutta una serie di esigenze (sue?! mie?! il terapista ha fatto delle considerazioni interessanti ma i 46 gradi percepiti mi tolgono la forza di sviscerarle, vi chiedo perdono) che io non capisco del tutto: è andata a scatafascio perché si annoiava, perché si vergognva di me, perché ha tutta la vita davanti e chi glielo faceva fare? È difficile non farsi domande quando ti vedi messo da parte per quello che a me, da esterna, sembra un cambio di stile di vita nel mezzo del quale io davo fastidio? Fino a qualche tempo prima che mi lasciasse, io avevo tutta una serie di certezze e pensavo stessimo attraversando una crisi che pensavo si potesse attraversare in due. Io non volevo nulla "in cambio", anzi: ero intenzionata a trovare un equilibrio, e mi è stato tolto il tappeto sotto i piedi. Sono sempre stata pronta a prendermi la persona così com'era, e l'altra persona, per dirmi "no, guarda, non mi serve più" mi ha letteralmente sputata in faccia e mentito per mesi: via forum e per iscritto è difficile descrivere tutta la serie di atteggiamenti a cui sono stata esposta, più un sacco di altri aspetti di cui non ho parlato. Per me è ancora più difficile raccapezzarmi: che persona avevo davanti? C'era un modo giusto o sbagliato di reagire? Ho perso un'occasione? Non la cagava nessuno, prima, allora andavo bene anche io? C'era un modo giusto che avremmo potuto usare per comunicare, e abbiamo rovinato una cosa che poteva funzionare? Ho investito: essere arrabbiata, dopo aver investito anche con gioia, mi sembra il minimo. Ho sempre avuto paura che qualcun altro potesse interessarle più di me, e con altro si intendono anche altre cose, e vorrei non aver avuto ragione. Posso assicurare che io le mie ombre non le ho mai nascoste, solo che lei mi diceva che solo le sue andavano capite: anche questo mi fa abbastanza incazzare: non è rabbia per il rifiuto in sé per sé, ma un po' per quello che c'era prima, e un po' per quel che c'è stato dopo, per i "ti prego non avercela con me/vorrei tornare indietro/ti ho chiesto scusa in tutti i modi/ma pensi davvero che sarei andata con lui quella sera/volevo uscire con te questi giorni/come facevo a vederti prima se te n'eri andata" che alla fine sono stati corredati di un bel "no grazie" quando nel frattempo m'hai fatta uscire fuori dalla grazia di Dio. Se me lo dicevi, avrai avuto una ragione: me lo dicevi a cazzo, allora? Come mi hai chiesto scusa? Io non l'ho visto: ero accecata io dal rancore e non ho visto? Davanti ad affermazioni simili, non posso fare a meno di chiedermi se inscatolando almeno una parte di dolore, avrei potuto evitare lo stato di catastrofe in cui mi sento ora. Di certo non abbiamo il diritto di essere amati, ma di essere trattati con rispetto ed onestà sì. Purtroppo se il mondo smettesse di farsi domande di certo staremmo tutti meglio subito, e un sacco di terapisti sarebbero senza lavoro. Era una persona che aveva dei bei pregi e che per me valeva tanto, il sentimento per la quale aveva una bella vena profonda che mi veniva confermata pure dall'altra parte: finisce che mi tratti a pezza, perché ti sei scoperta ragazzina, e mi vuoi pure tanto bene? Quel "tanto bene" gliel'ho sempre voluto anche io, ed era molto più importante delle farfalle nello stomaco. Se potessi strapparmi la speranza che lei possa un giorno rendersi conto che acc, forse qualcosa di più profondo ce l'aveva, che andava coltivato, ed era preferibile allo scoparsi la comitiva di amici, non nego che mi sentirei meglio. Cerco di seppellirla cercando lavoro a raffica, più di questo che posso fare? Che cosa ho lasciato, in questa persona? Ora come ora, questa persona dentro di me non ha lasciato nulla, se non un vuoto che fatico a riempire delle cose che lo riempivano prima che arrivasse. Speravo di valere la pena, semplicemente. La sensazione che "altro" era più necessario di tutto quel che pazientemente avevo offerto non è bella, non la digerisci come la Vivin C. Lei tante volte si è chiesta cosa poteva mettere sul piatto della bilancia: sono arrivate le altre cose, e improvvisamente uscire con la disabile con cui litiga non le faceva più bene all'immagine, quando per anni non ha espresso che ammirazione e contentezza. Era perché era sola? Era perché non stava bene? Ora sta bene? A me non sembra di aver visto una persona che sta bene: mi illudo? Bastava tanto poco? Evidentemente sì. Con una persona che ti disorienta così non sai dove guardare in prospettiva. Cosa c'era della persona che ho conosciuto? Tutto? Nulla? Qualcosa? Fa così con tutti o solo con me? Non volevo la sua presenza tanto per fare, volevo la sua partecipazione in un momento in cui avevo bisogno. E scusate se mi secca. Poi ok, probabilmente non ragionava come la gente normale, però uno rimane allibito e basito lo stesso. È l'unica risposta che posso darvi, perché io dentro di me ci guardo, so cosa vale per me quello che vedo da dentro, e sono tutto tranne che contorta: ma gli altri cosa vedono da fuori? E cosa ci vedeva lei, dopo quattro anni in cui ha diviso con me tutto quello che poteva? Una roba sacrificabile alla prima occasione? E soprattutto, se nessuno vede di me quello che io vedo e voglio offrire, chi ce l'ha il problema, io, o gli altri?

(scusate, io voglio scrivere poco, ma poi chi mi riacchiappa più?)
 

Blaise53

Utente di lunga data
Aspe', che cerco di rispondere un po' a te e un po' a tutti, e anche in modo passabilmente breve.
Prima di tutto, partiamo dal concetto di merito dell'essere amati e del rifiuto: tutte cose giustissime, ma il mio problema non sta nel rifiuto in sé per sé, ma nell'ambiguità: ok, ti ho ricontattata io, ma tu eri contenta, e mi hai esposta a una serie di atteggiamenti ambigui e contraddittori di avantindietro, lancisassieritirolamano che hanno avuto il potere di disorientarmi. Se tu persona che comunque percepivi un certo legame ti comportavi in settantamila modi diversi e continui a intessere tutta una serie di giustificazioni, io le cose me le chiedo, non posso farne a meno. Mi chiedo come si possa cambiare talmente tanto da arrivare a un divario (di esigenze? di caratteri?) talmente profondo da spezzare il filo, e mi chiedo quale sia stato il mio ruolo, il mio contributo, nell'assottigliare questo filo. Non avevo alcuna intenzione di adorarla a vuoto, anzi, avevo tutta l'intenzione opposta, e anzi, nel corso degli anni io avevo visto dei passi avanti, da parte sua, rispetto a come era cominciata. Poi a un certo punto ha cominciato ad andare tutto a scatafascio per tutta una serie di esigenze (sue?! mie?! il terapista ha fatto delle considerazioni interessanti ma i 46 gradi percepiti mi tolgono la forza di sviscerarle, vi chiedo perdono) che io non capisco del tutto: è andata a scatafascio perché si annoiava, perché si vergognva di me, perché ha tutta la vita davanti e chi glielo faceva fare? È difficile non farsi domande quando ti vedi messo da parte per quello che a me, da esterna, sembra un cambio di stile di vita nel mezzo del quale io davo fastidio? Fino a qualche tempo prima che mi lasciasse, io avevo tutta una serie di certezze e pensavo stessimo attraversando una crisi che pensavo si potesse attraversare in due. Io non volevo nulla "in cambio", anzi: ero intenzionata a trovare un equilibrio, e mi è stato tolto il tappeto sotto i piedi. Sono sempre stata pronta a prendermi la persona così com'era, e l'altra persona, per dirmi "no, guarda, non mi serve più" mi ha letteralmente sputata in faccia e mentito per mesi: via forum e per iscritto è difficile descrivere tutta la serie di atteggiamenti a cui sono stata esposta, più un sacco di altri aspetti di cui non ho parlato. Per me è ancora più difficile raccapezzarmi: che persona avevo davanti? C'era un modo giusto o sbagliato di reagire? Ho perso un'occasione? Non la cagava nessuno, prima, allora andavo bene anche io? C'era un modo giusto che avremmo potuto usare per comunicare, e abbiamo rovinato una cosa che poteva funzionare? Ho investito: essere arrabbiata, dopo aver investito anche con gioia, mi sembra il minimo. Ho sempre avuto paura che qualcun altro potesse interessarle più di me, e con altro si intendono anche altre cose, e vorrei non aver avuto ragione. Posso assicurare che io le mie ombre non le ho mai nascoste, solo che lei mi diceva che solo le sue andavano capite: anche questo mi fa abbastanza incazzare: non è rabbia per il rifiuto in sé per sé, ma un po' per quello che c'era prima, e un po' per quel che c'è stato dopo, per i "ti prego non avercela con me/vorrei tornare indietro/ti ho chiesto scusa in tutti i modi/ma pensi davvero che sarei andata con lui quella sera/volevo uscire con te questi giorni/come facevo a vederti prima se te n'eri andata" che alla fine sono stati corredati di un bel "no grazie" quando nel frattempo m'hai fatta uscire fuori dalla grazia di Dio. Se me lo dicevi, avrai avuto una ragione: me lo dicevi a cazzo, allora? Come mi hai chiesto scusa? Io non l'ho visto: ero accecata io dal rancore e non ho visto? Davanti ad affermazioni simili, non posso fare a meno di chiedermi se inscatolando almeno una parte di dolore, avrei potuto evitare lo stato di catastrofe in cui mi sento ora. Di certo non abbiamo il diritto di essere amati, ma di essere trattati con rispetto ed onestà sì. Purtroppo se il mondo smettesse di farsi domande di certo staremmo tutti meglio subito, e un sacco di terapisti sarebbero senza lavoro. Era una persona che aveva dei bei pregi e che per me valeva tanto, il sentimento per la quale aveva una bella vena profonda che mi veniva confermata pure dall'altra parte: finisce che mi tratti a pezza, perché ti sei scoperta ragazzina, e mi vuoi pure tanto bene? Quel "tanto bene" gliel'ho sempre voluto anche io, ed era molto più importante delle farfalle nello stomaco. Se potessi strapparmi la speranza che lei possa un giorno rendersi conto che acc, forse qualcosa di più profondo ce l'aveva, che andava coltivato, ed era preferibile allo scoparsi la comitiva di amici, non nego che mi sentirei meglio. Cerco di seppellirla cercando lavoro a raffica, più di questo che posso fare? Che cosa ho lasciato, in questa persona? Ora come ora, questa persona dentro di me non ha lasciato nulla, se non un vuoto che fatico a riempire delle cose che lo riempivano prima che arrivasse. Speravo di valere la pena, semplicemente. La sensazione che "altro" era più necessario di tutto quel che pazientemente avevo offerto non è bella, non la digerisci come la Vivin C. Lei tante volte si è chiesta cosa poteva mettere sul piatto della bilancia: sono arrivate le altre cose, e improvvisamente uscire con la disabile con cui litiga non le faceva più bene all'immagine, quando per anni non ha espresso che ammirazione e contentezza. Era perché era sola? Era perché non stava bene? Ora sta bene? A me non sembra di aver visto una persona che sta bene: mi illudo? Bastava tanto poco? Evidentemente sì. Con una persona che ti disorienta così non sai dove guardare in prospettiva. Cosa c'era della persona che ho conosciuto? Tutto? Nulla? Qualcosa? Fa così con tutti o solo con me? Non volevo la sua presenza tanto per fare, volevo la sua partecipazione in un momento in cui avevo bisogno. E scusate se mi secca. Poi ok, probabilmente non ragionava come la gente normale, però uno rimane allibito e basito lo stesso. È l'unica risposta che posso darvi, perché io dentro di me ci guardo, so cosa vale per me quello che vedo da dentro, e sono tutto tranne che contorta: ma gli altri cosa vedono da fuori? E cosa ci vedeva lei, dopo quattro anni in cui ha diviso con me tutto quello che poteva? Una roba sacrificabile alla prima occasione? E soprattutto, se nessuno vede di me quello che io vedo e voglio offrire, chi ce l'ha il problema, io, o gli altri?

(scusate, io voglio scrivere poco, ma poi chi mi riacchiappa più?)
Certo che con ipazia riempite una biblioteca 📚 😬
 

Brunetta

Utente di lunga data
Quando finisce una storia, con un tradimento ancora di più (ma ci sono storie che finiscono come nei miei sogni senza tradimento?) è normale pensare se si è gestita male.
Io nelle relazioni sono molto tollerante, troppo. Nel senso che accetto l'altra persona con tutti i suoi difetti, ma poi dopo un po' (anni) sono un filo esasperata.
Oppure accetto cose che forse non dovrei accettare. Mi sono domandata anch'io se avrei dovuto essere più esigente nelle relazioni.
Ma, dopo lunga e tormentata riflessione, mi sono risposta che non avrei potuto essere diversa da come sono e che comunque, così come faccio io, chi ti ama ti ama comunque, "chi non ti ama non ti amerebbe neanche se camminassi sulle mani " come diceva la mia saggia mamma.
 
Top