Credo di capire...ma mi sembra tutto molto "spostato".
Il virtuale è quello spazio dove parlare di fiducia è quanto più evanescente possa esistere.
Non tanto e non solo per l'altro.
Quanto per il fatto che nel virtuale l'altro non esiste se non come entità immaginaria al di là di uno schermo in cui metto me stess*
Black mirror è veramente una ottima definizione. A mio parere.
La fiducia del virtuale è fondamentalmente fiducia riposta in se stessi e nelle proprie percezioni mediate da uno schermo che è specchio di sè.
Le parole scritte, sono già uno scrigno fantastico per le proprie.
In quelle dell'altro ci si trova dentro esattamente quel che si va cercando. (per il dritto e per il rovescio, poca è la differenza).
E' un gioco. Proporsi all'altro, togliersi, rimettersi.
Si può immaginare di tutto. E niente.
Il legame non è con l'altro. Ma più che mai è con l'immagine dell'altro in sè. Ossia con sè. (non casualmente i giochetti intriganti escono piuttosto bene nel virtuale)
Il punto, a me è successo più volte, è che prima di ri-conoscere lo sconosciuto serve tempo.
Ed è il motivo per cui è importante tener ben presente che è sconosciuto.
Perchè nel virtuale è uno sconosciuto diverso dallo sconosciuto reale.
Io ho avuto a che fare con sconosciuti reali.
Gente incrociata a mezza luce nei locali e con cui mi sono ritrovata nel bagno del locale per dire.
La percezione di sconosciuto è netta.
Gli sconosciuti virtuali sono una cosa diversa, fosse anche per il tempo che si è dedicato a raccontarsi.
Sono conosciuti nel proprio profondo (che è spostato in loro) e sconosciuti nel loro essere.
Personalmente, più è intensa la dissonanza, più impenna l'intensità. Ed è un altro dei motivi per cui mi affascina il virtuale. La dissonanza, la dispercezione in cui trovo le mie ombre.
Altrettanto non credo all'amico virtuale che si interessa di me per me.
Come minimo si interessa di me perchè c'è una qualche connessione con sè.
E va benissimo così. E' un valore aggiunto per come la vedo io.
Quindi non sono io l'oggetto di conoscenza. Io sono lo specchio in cui riflette sè.
Poi viene il resto.
E so a priori che la connessione con me è una ricerca personale che mi sfiora per pura casualità. (partendo dal presupposto che non esiste la casualità)
Questa sarebbe la prima cosa di cui tasterei la consapevolezza. A partire da me.
Ecco. Questi sono i presupposti da cui parto nel leggere @
Martes.
E a partire da questi quel che mi ha colpito e che ho osservato non è quel lui che ha incrociato, ma lei e come risponde a quel lui.
Che trovo molto interessante. Anche per ridurre i rischi.
Lui...lei non sa chi è.
Non gli ha affidato nulla in realtà.
E' semplicemente più facile aprirsi con sconosciuti riparati dietro uno schermo che farlo faccia a faccia seduti su un divano guardandosi negli occhi.
Le famose figurine di cui parla @
Arcistufo insomma.
Poi viene il resto.
Ossia che dietro le figurine c'è una persona.
Ma per arrivare a quella persona, serve intenzionalità. (ed è da qui in avanti che a mio parere c'è il valore che si aggiunge mano a mano)
E non è così importante, in fondo.
Come non è importante che uno si proponga.
Facciamo che uno mi si propone. Anche sessualmente. O solo sessualmente.
Mi si propone sulla base delle immagini di femmina e donna che gli scattano in testa (quindi produzioni sue) leggendomi e scambiando con me.
Poi mi incontra.
E sono sicuramente ben diversa da quelle immagini.
Potrebbe essere benissimo lui a ritirare la proposta.
Mica è detto eh.
E' reciproca la cosa.
Mi spiego?