Mi trovi d'accordo su tutto ed hai detto una cosa importante...spesso siamo noi genitori che apprendiamo da loro, molti fanno fatica ad accettare questa cosa, per me invece è una cosa naturale e bellissima e la si può avere dando agli adolescenti l'importanza che meritano perché hanno si meno esperienza di noi ma non per questo sono meno interessanti da ascoltare.
Su questo, secondo me, pesa molto anche una certa miopia adulta, soprattutto di chi confonde l’età con la profondità.
Crescere non rende automaticamente più lucidi: spesso rende più abitudinari, più difensivi, più attaccati a schemi che hanno funzionato
una volta.
Molti adulti faticano ad accettare di poter imparare dai ragazzi perché per loro, gli adulti intendo, imparare equivale a perdere posizione.
E invece è l’opposto: è proprio lì che si misura la solidità di un adulto.
Gli adolescenti hanno meno esperienza, è vero, ma vedono cose che noi non vediamo più.
Non perché siano migliori, ma perché non sono ancora ciechi a forza di “si è sempre fatto così”.
Hanno uno sguardo più fresco, meno anestetizzato. A volte ingenuo, certo, ma spesso sorprendentemente preciso.
E sbagliano tanto quanto sbagliano gli adulti fra l'altro, niente di più niente di meno.
La miopia dei “vecchi” sta nel credere che l’esperienza basti da sola, come se il tempo, di per sé, producesse comprensione.
In realtà l’esperienza non è automaticamente conoscenza: diventa tale solo se resta attraversabile, interrogabile, viva. Altrimenti si limita ad accumularsi e quando l’esperienza smette di essere messa in discussione, smette anche di evolvere.
E lì nasce la stagnazione: non come immobilità apparente, ma come ripetizione continua di ciò che già si conosce ed è una stagnazione sottile, perché spesso si presenta come sicurezza, come realismo.
Ma in realtà è una chiusura percettiva: si smette di vedere ciò che non rientra negli schemi già noti. Il nuovo non viene esplorato, viene ridotto, minimizzato o giudicato.
L’esperienza, se non dialoga con il presente, non genera saggezza ma irrigidimento. E quando questo accade, non è l’età il problema: è la rinuncia al movimento, è rinuncia alla disponibilità a lasciarsi ancora spostare da ciò che non si conosce.
Dare importanza agli adolescenti non significa idealizzarli o abdicarе al ruolo adulto. Significa riconoscere che la crescita non è mai a senso unico.
E che se smettiamo di imparare da loro, non diventiamo più saggi: diventiamo solo più rigidi.
Forse è anche questo che rende difficile stare con loro: ci costringono a vedere quanto facilmente ci accomodiamo nelle nostre certezze. E non tutti hanno voglia di guardarsi allo specchio. Costringono a domande che è più facile ridurre a "i giovani d'oggi", "ai miei tempi", la nostalgia come strategia in buona sostanza.