La scelta

Rebecca89

Sentire libera
Salta i fossi e schiva i rossi
Ma no, alla fine i miei piacciono a tutti🤷🏼‍♀️
Io arrossisco quando sento vero un complimento. Quando percepisco che mi si sta guardando dentro, quando mi sento vista davvero e non solo osservata. Se devo giocare con battute o gesti inequivocabili mi diverto un sacco e il gioco del tener testa mi piace. Non arrossisco mai di vergogna o imbarazzo. È che "sento", e mi salgono i rossi. Che alla fine dura per dura riconosco anche il mio lato dolce. E quello quando lo tocchi s accoccola.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Sono d' accordo che quantità e qualità viaggiano separatamente ma spesso non si cerca la qualità e la quantità offre proprio una più vasta scelta e senza impegno. Certamente chi frequenta questi siti potrebbe dire che cerca la qualità e forse è sincero ma solo forse. Permettimi di dubitare ma è una mia opinione e di certo non armerei nessuna crociata.
Sono un po’ stanca di dover dire che donne a me vicine, tra le quali mia figlia, hanno trovato una relazione seria.
 

Brunetta

Utente di lunga data

CIRCE74

Utente di lunga data
Condivido il bisogno della “roccia”.

Anche se, personalmente, trovo che questa immagine sia più adeguata ai bambini fino agli 11 anni circa, quando stanno ancora consolidando il senso del tempo, dello spazio e il pensiero astratto.

L’adolescenza è proprio il momento in cui si scopre che nessuno è davvero una roccia.
(Tranne loro stessi: il cervello adolescente elabora rischio e pericolo in rapporto all’idea di eternità. Non è ignoranza, è proprio il suo funzionamento tipico; la spericolatezza è un tratto specie-specifico, presente anche nei primati).

A questo si aggiungono il corpo che cambia, la confusione e il disorientamento.
E sì: sono giudici severissimi. Anche questo è tipico dell’età, con una distinzione molto netta tra giusto e sbagliato e un “tribunale” interno rigidissimo.

Il compito di un adulto di riferimento non è confermare quel tribunale, ma mostrare che non è né così rigido né così accomodante. E soprattutto che non è un tribunale morale.

Condivido quindi che il genitore-amico, che si livella al figlio, non sia funzionale.
Così come non lo è nessun adulto che rinuncia al proprio ruolo.

Quello che ho descritto nel post precedente è entrare intenzionalmente in assonanza, è un’altra cosa ed è un compito preciso dell’adulto: restare tale, pur sapendo riconoscere e sincronizzarsi con l’emotività adolescenziale.

Sincronizzarsi serve a tradurre la confusione emotiva dell’adolescente, e per tradurre bisogna parlare la stessa lingua. Questo significa essere in contatto con l’adolescente che si è stati, senza cercare somiglianze forzate.

È la differenza tra il noioso “ai miei tempi…” e il più autentico: “Il tuo mondo è diverso, ma le emozioni che vivi le riconosco” (che equivale a dire "non sei solo").

Gli unici racconti che davvero parlano agli adolescenti sono quelli che mettono al centro le emozioni.

Livellarsi, invece, significa voler vivere l’adolescenza insieme a loro. Ed è una finzione che viene sgamata subito.

Un adulto non può essere amico di un adolescente, perché la relazione è asimmetrica. L’amicizia esiste solo nella simmetria.

Quello che gli adolescenti colgono con precisione impressionante è l’incoerenza interna, la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
E non la colgono razionalmente, ma emotivamente.
È per questo che sono giudici così abili e implacabili.
Puoi anche raccontargli la storia dell’orso… ma non se la bevono. Anche quando fanno finta di sì.
Fare il genitore è la cosa tra le più difficili che la vita ti riserva, senti una responsabilità enorme verso un altro essere umano, una persona che come te cambia e si evolve, l'equilibrio che avevi trovato il giorno prima dopo poche ore non esiste più e devi iniziare nuovamente da capo.
A me piacciono un sacco gli adolescenti, sono pieni di energia, alle volte si perdono e magari hanno bisogno anche solo di una parola per ritrovare la loro strada, sono forti e insieme fragilissimi come anche il legame che si riesce ad instaurare con loro e con i figli tutto si complica.
Sai che la cosa che mi ha sconvolta di più è stata un bel giorno svegliarmi e trovarmi a parlare con una persona completamente diversa, le cose e i concetti detti il giorno prima il giorno dopo facevano già parte del loro passato e le mie figlie erano lì a chiedermi di andare avanti e spesso è stato ed è tutt'ora difficile perché l'andare avanti significa anche un po' perderle, e ti giuro che fa un male lancinante, ma va bene così e si prosegue cercando di fare meno danni possibili.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Fare il genitore è la cosa tra le più difficili che la vita ti riserva, senti una responsabilità enorme verso un altro essere umano, una persona che come te cambia e si evolve, l'equilibrio che avevi trovato il giorno prima dopo poche ore non esiste più e devi iniziare nuovamente da capo.
A me piacciono un sacco gli adolescenti, sono pieni di energia, alle volte si perdono e magari hanno bisogno anche solo di una parola per ritrovare la loro strada, sono forti e insieme fragilissimi come anche il legame che si riesce ad instaurare con loro e con i figli tutto si complica.
Sai che la cosa che mi ha sconvolta di più è stata un bel giorno svegliarmi e trovarmi a parlare con una persona completamente diversa, le cose e i concetti detti il giorno prima il giorno dopo facevano già parte del loro passato e le mie figlie erano lì a chiedermi di andare avanti e spesso è stato ed è tutt'ora difficile perché l'andare avanti significa anche un po' perderle, e ti giuro che fa un male lancinante, ma va bene così e si prosegue cercando di fare meno danni possibili.

Con gli adolescenti è tutto accelerato.
Il bello di avere a che fare con loro è proprio la restituzione di una velocità che oltre l'adolescenza non è più possibile, biologicamente proprio.
L'altra cosa bella è che ricordano costantemente ciò che a volte come adulti dimentichiamo, ma che è, secondo me, un insegnamento importantissimo proprio per gli adulti: l’equilibrio non è mai acquisito, ciò che funzionava ieri oggi non esiste più. L'equilibrio non è statico ma dinamico. L'unico equilibrio statico in relazione è la morte, fisica o figurata.

L'altra cosa preziosissima dell'adolescenza è il giocare. Come specie abbiamo bisogno del gioco, non solo da bambini, non solo da adolescenti ma anche da adulti. Gli adolescenti lo ricordano agli adulti, quando gli adulti li sanno ascoltare. E questi sono elementi di scambio relazionale, un primo insegnamento concreto del fatto che in una relazione ognuno scambia ciò che ha.

Gli adolescenti sono pieni di energia, vitali, e allo stesso tempo fragilissimi. A volte basta una parola per aiutarli a ritrovarsi, altre volte quella stessa parola arriva già in ritardo perché loro sono già altrove. Ed è lì che il legame diventa delicato: non perché si rompe, ma perché cambia forma. E anche questo è un insegnamento potentissimo. Per gli adulti intendo. Come adulti, quando rendiamo le nostre relazioni dei monoliti, ci dimentichiamo dell'essenza: ossia che le relazioni non sono mai uguali a loro stesse e serve trasformarsi quotidianamente, non farlo è sfuggire da una realtà che naturalmente si trasforma e su cui non abbiamo nessun minimo controllo.

Il dolore che descrivi – quel “perderle andando avanti” – secondo me è il segnale che il legame è reale. Andare avanti per loro significa separarsi un po’, e per i genitori significa rinunciare all’idea di poter restare il punto fermo di prima.
Fa male, ed è un dolore vero, ma fa parte del movimento naturale delle cose.

Forse una delle fatiche più grandi è proprio questa: restare presenti senza trattenere, accettare che ciò che ieri era condiviso oggi appartenga già al loro passato. È crescita, anche se a volte lascia addosso una sensazione di vuoto.
E anche questo è un insegnamento potentissimo, più per gli adulti perchè gli adolescenti lo fanno istintivamente nonostante le loro fragilità. Siamo noi che tentiamo spesso di trattenere, di tenere tutto come conosciamo già.

Alla fine credo che fare il genitore, soprattutto con figli adolescenti, significhi accettare di essere a tratti necessari e a tratti superati, senza smettere per questo di essere un riferimento. E continuare ad andare avanti, come dici tu, cercando semplicemente di fare meno danni possibili.

Questi sono i motivi per cui quando leggo gente che scrive o dice "i giovani d'oggi" mi parte l'embolo. Non coi giovani, ma con 'sta gente che resta aggrappata alle proprie certezze, a volte anche a costo di distruggere tutto.
Che è poi quello che sta succedendo nel nostro paese: stagnazione da vecchiaia.
 

CIRCE74

Utente di lunga data
Con gli adolescenti è tutto accelerato.
Il bello di avere a che fare con loro è proprio la restituzione di una velocità che oltre l'adolescenza non è più possibile, biologicamente proprio.
L'altra cosa bella è che ricordano costantemente ciò che a volte come adulti dimentichiamo, ma che è, secondo me, un insegnamento importantissimo proprio per gli adulti: l’equilibrio non è mai acquisito, ciò che funzionava ieri oggi non esiste più. L'equilibrio non è statico ma dinamico. L'unico equilibrio statico in relazione è la morte, fisica o figurata.

L'altra cosa preziosissima dell'adolescenza è il giocare. Come specie abbiamo bisogno del gioco, non solo da bambini, non solo da adolescenti ma anche da adulti. Gli adolescenti lo ricordano agli adulti, quando gli adulti li sanno ascoltare. E questi sono elementi di scambio relazionale, un primo insegnamento concreto del fatto che in una relazione ognuno scambia ciò che ha.

Gli adolescenti sono pieni di energia, vitali, e allo stesso tempo fragilissimi. A volte basta una parola per aiutarli a ritrovarsi, altre volte quella stessa parola arriva già in ritardo perché loro sono già altrove. Ed è lì che il legame diventa delicato: non perché si rompe, ma perché cambia forma. E anche questo è un insegnamento potentissimo. Per gli adulti intendo. Come adulti, quando rendiamo le nostre relazioni dei monoliti, ci dimentichiamo dell'essenza: ossia che le relazioni non sono mai uguali a loro stesse e serve trasformarsi quotidianamente, non farlo è sfuggire da una realtà che naturalmente si trasforma e su cui non abbiamo nessun minimo controllo.

Il dolore che descrivi – quel “perderle andando avanti” – secondo me è il segnale che il legame è reale. Andare avanti per loro significa separarsi un po’, e per i genitori significa rinunciare all’idea di poter restare il punto fermo di prima.
Fa male, ed è un dolore vero, ma fa parte del movimento naturale delle cose.

Forse una delle fatiche più grandi è proprio questa: restare presenti senza trattenere, accettare che ciò che ieri era condiviso oggi appartenga già al loro passato. È crescita, anche se a volte lascia addosso una sensazione di vuoto.
E anche questo è un insegnamento potentissimo, più per gli adulti perchè gli adolescenti lo fanno istintivamente nonostante le loro fragilità. Siamo noi che tentiamo spesso di trattenere, di tenere tutto come conosciamo già.

Alla fine credo che fare il genitore, soprattutto con figli adolescenti, significhi accettare di essere a tratti necessari e a tratti superati, senza smettere per questo di essere un riferimento. E continuare ad andare avanti, come dici tu, cercando semplicemente di fare meno danni possibili.

Questi sono i motivi per cui quando leggo gente che scrive o dice "i giovani d'oggi" mi parte l'embolo. Non coi giovani, ma con 'sta gente che resta aggrappata alle proprie certezze, a volte anche a costo di distruggere tutto.
Che è poi quello che sta succedendo nel nostro paese: stagnazione da vecchiaia.
Mi trovi d'accordo su tutto ed hai detto una cosa importante...spesso siamo noi genitori che apprendiamo da loro, molti fanno fatica ad accettare questa cosa, per me invece è una cosa naturale e bellissima e la si può avere dando agli adolescenti l'importanza che meritano perché hanno si meno esperienza di noi ma non per questo sono meno interessanti da ascoltare.
 

Brunetta

Utente di lunga data

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Mi trovi d'accordo su tutto ed hai detto una cosa importante...spesso siamo noi genitori che apprendiamo da loro, molti fanno fatica ad accettare questa cosa, per me invece è una cosa naturale e bellissima e la si può avere dando agli adolescenti l'importanza che meritano perché hanno si meno esperienza di noi ma non per questo sono meno interessanti da ascoltare.
Su questo, secondo me, pesa molto anche una certa miopia adulta, soprattutto di chi confonde l’età con la profondità.
Crescere non rende automaticamente più lucidi: spesso rende più abitudinari, più difensivi, più attaccati a schemi che hanno funzionato una volta.

Molti adulti faticano ad accettare di poter imparare dai ragazzi perché per loro, gli adulti intendo, imparare equivale a perdere posizione.
E invece è l’opposto: è proprio lì che si misura la solidità di un adulto.

Gli adolescenti hanno meno esperienza, è vero, ma vedono cose che noi non vediamo più.
Non perché siano migliori, ma perché non sono ancora ciechi a forza di “si è sempre fatto così”.
Hanno uno sguardo più fresco, meno anestetizzato. A volte ingenuo, certo, ma spesso sorprendentemente preciso.
E sbagliano tanto quanto sbagliano gli adulti fra l'altro, niente di più niente di meno.

La miopia dei “vecchi” sta nel credere che l’esperienza basti da sola, come se il tempo, di per sé, producesse comprensione.
In realtà l’esperienza non è automaticamente conoscenza: diventa tale solo se resta attraversabile, interrogabile, viva. Altrimenti si limita ad accumularsi e quando l’esperienza smette di essere messa in discussione, smette anche di evolvere.

E lì nasce la stagnazione: non come immobilità apparente, ma come ripetizione continua di ciò che già si conosce ed è una stagnazione sottile, perché spesso si presenta come sicurezza, come realismo.
Ma in realtà è una chiusura percettiva: si smette di vedere ciò che non rientra negli schemi già noti. Il nuovo non viene esplorato, viene ridotto, minimizzato o giudicato.

L’esperienza, se non dialoga con il presente, non genera saggezza ma irrigidimento. E quando questo accade, non è l’età il problema: è la rinuncia al movimento, è rinuncia alla disponibilità a lasciarsi ancora spostare da ciò che non si conosce.

Dare importanza agli adolescenti non significa idealizzarli o abdicarе al ruolo adulto. Significa riconoscere che la crescita non è mai a senso unico.
E che se smettiamo di imparare da loro, non diventiamo più saggi: diventiamo solo più rigidi.
Forse è anche questo che rende difficile stare con loro: ci costringono a vedere quanto facilmente ci accomodiamo nelle nostre certezze. E non tutti hanno voglia di guardarsi allo specchio. Costringono a domande che è più facile ridurre a "i giovani d'oggi", "ai miei tempi", la nostalgia come strategia in buona sostanza.
 

Barebow

Utente di lunga data
Su questo, secondo me, pesa molto anche una certa miopia adulta, soprattutto di chi confonde l’età con la profondità.
Crescere non rende automaticamente più lucidi: spesso rende più abitudinari, più difensivi, più attaccati a schemi che hanno funzionato una volta.

Molti adulti faticano ad accettare di poter imparare dai ragazzi perché per loro, gli adulti intendo, imparare equivale a perdere posizione.
E invece è l’opposto: è proprio lì che si misura la solidità di un adulto.

Gli adolescenti hanno meno esperienza, è vero, ma vedono cose che noi non vediamo più.
Non perché siano migliori, ma perché non sono ancora ciechi a forza di “si è sempre fatto così”.
Hanno uno sguardo più fresco, meno anestetizzato. A volte ingenuo, certo, ma spesso sorprendentemente preciso.
E sbagliano tanto quanto sbagliano gli adulti fra l'altro, niente di più niente di meno.

La miopia dei “vecchi” sta nel credere che l’esperienza basti da sola, come se il tempo, di per sé, producesse comprensione.
In realtà l’esperienza non è automaticamente conoscenza: diventa tale solo se resta attraversabile, interrogabile, viva. Altrimenti si limita ad accumularsi e quando l’esperienza smette di essere messa in discussione, smette anche di evolvere.

E lì nasce la stagnazione: non come immobilità apparente, ma come ripetizione continua di ciò che già si conosce ed è una stagnazione sottile, perché spesso si presenta come sicurezza, come realismo.
Ma in realtà è una chiusura percettiva: si smette di vedere ciò che non rientra negli schemi già noti. Il nuovo non viene esplorato, viene ridotto, minimizzato o giudicato.

L’esperienza, se non dialoga con il presente, non genera saggezza ma irrigidimento. E quando questo accade, non è l’età il problema: è la rinuncia al movimento, è rinuncia alla disponibilità a lasciarsi ancora spostare da ciò che non si conosce.

Dare importanza agli adolescenti non significa idealizzarli o abdicarе al ruolo adulto. Significa riconoscere che la crescita non è mai a senso unico.
E che se smettiamo di imparare da loro, non diventiamo più saggi: diventiamo solo più rigidi.
Forse è anche questo che rende difficile stare con loro: ci costringono a vedere quanto facilmente ci accomodiamo nelle nostre certezze. E non tutti hanno voglia di guardarsi allo specchio. Costringono a domande che è più facile ridurre a "i giovani d'oggi", "ai miei tempi", la nostalgia come strategia in buona sostanza.
Quoto tutto ciò che hai scritto.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Quoto tutto ciò che hai scritto.
E stavolta l'hai capito! ;):p:D

Seriamente, non tornerei alla mia adolescenza per nulla al mondo.
È stato veramente uno dei periodi peggiori, sofferti e faticosi della mia intera vita.

Eppure...quando guardo gli adolescenti, a me sembrano stelle che esplodono :love:
Anche quando sono degli idioti.

Ma direi che la concorrenza in termini di idiozia dal mondo adulto, li straccia.
 

Barebow

Utente di lunga data
E stavolta l'hai capito! ;):p:D

Seriamente, non tornerei alla mia adolescenza per nulla al mondo.
È stato veramente uno dei periodi peggiori, sofferti e faticosi della mia intera vita.

Eppure...quando guardo gli adolescenti, a me sembrano stelle che esplodono :love:
Anche quando sono degli idioti.

Ma direi che la concorrenza in termini di idiozia dal mondo adulto, li straccia.
Guarda che ti prendo in giro ma capisco.😜

Io ho a che fare coi giovani, anche adolescenti, io a loro chiedo, non dico cose o cerco di insegnare, l'esperienza manco ti insegna a non scottarti di nuovo.😂
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Guarda che ti prendo in giro ma capisco.😜

Io ho a che fare coi giovani, anche adolescenti, io a loro chiedo, non dico cose o cerco di insegnare, l'esperienza manco ti insegna a non scottarti di nuovo.😂
Lo so, per questo mi piace scherzarci sopra :p


In Europa, al momento, i giovani sono pochi e gli adulti tanti.
In Italia, per esempio, gli under 20 sono meno del 7 % della popolazione, mentre gli over 65 superano il 20 %.
Non è solo un dato demografico: è un problema di spazio reale e simbolico.

In pratica, molti adulti, e vecchi, occupano già gran parte della scena e non c’è da stupirsi se a volte pensano di “sapere tutto” e ignorano chi ha meno anni. Dove i giovani sono più numerosi, come in alcune aree dell’Africa o dell’Asia, le loro idee devono essere ascoltate, perché non si può fare altrimenti.

In Europa, con pochi adolescenti, il rischio è che la novità venga vista con sospetto e che la società ristagni, non per mancanza di energia da parte dei ragazzi, ma perché non gli si concede spazio.

E direi che in questo momento storico preciso il rischio non è un rischio. Ma un fatto.
E i risultati, sulla scacchiera globale sono evidenti.
 

Nicky

Utente di lunga data
Guarda che ti prendo in giro ma capisco.😜

Io ho a che fare coi giovani, anche adolescenti, io a loro chiedo, non dico cose o cerco di insegnare, l'esperienza manco ti insegna a non scottarti di nuovo.😂
Secondo me non c'è più tutta quella distanza generazionale che in passato c'era anche tra chi aveva anche solo vent'anni di differenza. Non mi pare che le persone della nostra età o chi alla nostra età è genitore si ponga con i ragazzi o i figli in modo particolarmente chiuso o pesantone o di chi sa tutto e non ascolta.
E' un'impressione, chiaramente, non vedo moltissimi giovani o adolescenti, solo quelli che mi sono passati per casa.
 

Barebow

Utente di lunga data
Lo so, per questo mi piace scherzarci sopra :p


In Europa, al momento, i giovani sono pochi e gli adulti tanti.
In Italia, per esempio, gli under 20 sono meno del 7 % della popolazione, mentre gli over 65 superano il 20 %.
Non è solo un dato demografico: è un problema di spazio reale e simbolico.

In pratica, molti adulti, e vecchi, occupano già gran parte della scena e non c’è da stupirsi se a volte pensano di “sapere tutto” e ignorano chi ha meno anni. Dove i giovani sono più numerosi, come in alcune aree dell’Africa o dell’Asia, le loro idee devono essere ascoltate, perché non si può fare altrimenti.

In Europa, con pochi adolescenti, il rischio è che la novità venga vista con sospetto e che la società ristagni, non per mancanza di energia da parte dei ragazzi, ma perché non gli si concede spazio.

E direi che in questo momento storico preciso il rischio non è un rischio. Ma un fatto.
E i risultati, sulla scacchiera globale sono evidenti.
Questo dati rispecchiano i militi della mia associazione, molti cinquantenni, pochi giovani, personalmente lascerò il posto in direttivo a una ventenne molto in gamba, (sono coetaneo con sua nonna) oggi pomeriggio sono stato in giro con lei per la provincia in ambulanza, logicamente la sto istruendo, ma finisce lì, le do fiducia, l'ho perfino fatta guidare, quando non c'erano pazienti.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Secondo me non c'è più tutta quella distanza generazionale che in passato c'era anche tra chi aveva anche solo vent'anni di differenza. Non mi pare che le persone della nostra età o chi alla nostra età è genitore si ponga con i ragazzi o i figli in modo particolarmente chiuso o pesantone o di chi sa tutto e non ascolta.
E' un'impressione, chiaramente, non vedo moltissimi giovani o adolescenti, solo quelli che mi sono passati per casa.

Sono d’accordo: la distanza generazionale non è più quella di una volta. Oggi molti adulti e genitori diciamo, fra i 30 e i 50, sanno ascoltare senza atteggiamenti pesanti, ma il mondo dei ragazzi corre a una velocità folle e resta sorprendentemente diverso dal nostro.

E poi diciamolo: la nostra generazione, e qui mi riferisco dai circa 40 in su, sta facendo di tutto per passare alla storia come imbelli.
Cerchiamo di sembrare furbi, ma spesso corriamo più lentamente del mondo intorno a noi.

Secondo me la sfida è lasciar loro spazio, ridere di noi stessi e provare a non rimanere troppo indietro.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Questo dati rispecchiano i militi della mia associazione, molti cinquantenni, pochi giovani, personalmente lascerò il posto in direttivo a una ventenne molto in gamba, (sono coetaneo con sua nonna) oggi pomeriggio sono stato in giro con lei per la provincia in ambulanza, logicamente la sto istruendo, ma finisce lì, le do fiducia, l'ho perfino fatta guidare, quando non c'erano pazienti.
Mi sembra pure il minimo.
Saper farsi da parte in tempo penso che sia una forma di saggezza. :)
 
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