Andromeda4
Utente di lunga data
Veramente bellissimo.è un figo spaziale![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Veramente bellissimo.è un figo spaziale![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Però mi fa piacere risponderti per quel che mi riguarda, perchè la struttura del tuo invito implicitamente contiene proprio i parametri di cui ti ho chiesto nei post precedentiTroppe cose tutte insieme, tutte molto troppo importanti, non meritevoli di essere ammucchiate e stipate come in un trolley per un viaggio troppo lungo.
Ti rispondo a una per adesso e riguarda te: se non ti accontenti di "capire" .. se sei ancora in tempo parla .. butta fuori, fai buttare fuori..
Confrontati (magari lo hai già fatto)
È interessante
Quando capita.. come cogliere una palla al balzo
Anche uscissero le stesse cose esatte che avevi "capito " ci si sente diversi, dopo (almeno io, gli altri non so)
Poi.. per il contenuto dell'obiettivo.. io non sono mai entrato nel merito. Il (mio) giudizio non rilevava allora e non rileva oggi
Non servì ieri, non servirebbe oggi per quel che fu allora
Ma in questo caso lo scontro generazionale è partito da osservazioni, per me un po' troppo generalizzanti, sui genitori oggi cinquantenni. E, in particolare, sul disinteresse verso i figli, che oggi prevarrebbe rispetto ad anni fa.Se si scade nello “scontro“ dialettico generazionale si finisce per usarlo per non guardare se stessi e non mettersi in discussione.
Grazie!A dire il vero il tuo racconto mi porta a una conclusione un po' diversa.
Se dopo due mesi un gruppo di insegnanti arriva a dire "io spiego, chi riesce a seguire bene, gli altri amen", per me il problema non è più soltanto nelle famiglie o nei ragazzi. A quel punto emerge un problema della scuola come istituzione.
Gestire classi del genere deve essere estremamente difficile e condivido chi dice che oggi non farebbe l'insegnante neanche per stipendi molto più alti. Però proprio questo dovrebbe far riflettere.
Perché continuiamo ad avere stipendi che spesso non sono particolarmente competitivi - per usare un eufemismo - rispetto ad altre professioni qualificate? Perché la formazione e il reclutamento dei docenti sembrano essere oggetto di riforme continue senza che si arrivi mai a una visione chiara e stabile? E perché continuiamo a raccontare l'insegnamento come una "missione" dettata dall'amore e dalla dedizione, invece che come una professione ad alta qualificazione? Mi sembra una discussione che, non a caso, sta emergendo sempre più spesso tra le nuove generazioni di insegnanti.
Nel frattempo il dibattito politico pubblico continua a celebrarsi allo specchio per l'ultima innovazione introdotta, mentre il Paese sembra sempre più impantanato in un'altra dimensione spazio-temporale.
E continuiamo a sentire parlare dei "giovani d'oggi". Peccato che oggi i giovani abbiano trent'anni o quarant'anni. Anche questo, secondo me, è un sintomo di quanto fatichiamo a leggere la realtà che cambia.
La società è cambiata radicalmente: sono cambiate le famiglie, le relazioni, la tecnologia, il lavoro, l'accesso alle informazioni e perfino la composizione delle classi. Eppure la scuola continua spesso a funzionare secondo schemi pensati per un contesto molto diverso, salvo poi stupirsi quando non riesce a gestire situazioni complesse.
Secondo me la domanda interessante è un'altra: perché una delle principali istituzioni pubbliche del Paese fa così fatica ad adattarsi ai cambiamenti della società?
Ho l'impressione che siamo davanti a una scuola che continua a dare risposte a problemi di ieri, mentre le domande dei ragazzi e della società di oggi sono completamente diverse.
E in realtà non sto dicendo nulla di particolarmente originale.
Un mio riferimento è Edgar Morin (avrebbe 104 anni), che ha costruito gran parte della sua riflessione educativa attorno a una celebre intuizione di Michel de Montaigne (fine del '500): è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena.
Una testa ben piena accumula nozioni. Una testa ben fatta sa collegarle, interpretarle, metterle in discussione e usarle per orientarsi nella complessità.
Sono almeno trent'anni che studiosi e pedagogisti ci dicono che il mondo sta cambiando più rapidamente delle istituzioni educative. Eppure continuiamo spesso a discutere come se il problema fosse soltanto disciplinare o comportamentale.
A me sembra invece che siamo ancora alle prese con una scuola pensata per riempire teste, mentre la sfida del presente sarebbe imparare a formarle.
E si pone la domanda successiva: che formazione hanno avuto, e stanno avendo, le generazioni di insegnanti in una scuola che fatica a formare i propri studenti?
Forse, più che una discussione sulla scuola, è il resoconto di un lungo viaggio nel Vortex Gravitatiosus Pinckenbachii di Stanisław Lem.![]()
![]()
Tu ribadisci il confronto generazionale. Si vede che ti interessa.Ma in questo caso lo scontro generazionale è partito da osservazioni, per me un po' troppo generalizzanti, sui genitori oggi cinquantenni. E, in particolare, sul disinteresse verso i figli, che oggi prevarrebbe rispetto ad anni fa.
Non c'è nessuno scontro, solo l'osservazione che a me non sembra sia così, anche pensando alla generazione dei miei genitori o dei miei nonni.
Mediamente, i genitori si interessano dei figli, ma è diverso il modo in cui interpretano il loro ruolo e manifestano questo interesse.
Le reti sociali, l'associazionismo e altre amenità simili (finanche la scuola) sono scientemente sacrificate perché costano, non portano voti e producono una popolazione con troppa coesione che non è funzionale al mantenimento del nostro sistema occidentale, nel quale invece viene promosso un forte individualismo.Condivido.
E qui si aprirebbe tutto un discorso sulle reti sociali, formali e informali, e sulla delega da parte del sistema centrale alla famiglia, non collocata nell'attualità fra l'altro.
Io ho figli troppo piccoli forse per esprimermi, ma quello che vedo adesso che vanno alle elementari non è tanto un problema di scuola, che può benissimo essere buona o cattiva, ma di educazione.A dire il vero il tuo racconto mi porta a una conclusione un po' diversa.
Se dopo due mesi un gruppo di insegnanti arriva a dire "io spiego, chi riesce a seguire bene, gli altri amen", per me il problema non è più soltanto nelle famiglie o nei ragazzi. A quel punto emerge un problema della scuola come istituzione.
Gestire classi del genere deve essere estremamente difficile e condivido chi dice che oggi non farebbe l'insegnante neanche per stipendi molto più alti. Però proprio questo dovrebbe far riflettere.
Perché continuiamo ad avere stipendi che spesso non sono particolarmente competitivi - per usare un eufemismo - rispetto ad altre professioni qualificate? Perché la formazione e il reclutamento dei docenti sembrano essere oggetto di riforme continue senza che si arrivi mai a una visione chiara e stabile? E perché continuiamo a raccontare l'insegnamento come una "missione" dettata dall'amore e dalla dedizione, invece che come una professione ad alta qualificazione? Mi sembra una discussione che, non a caso, sta emergendo sempre più spesso tra le nuove generazioni di insegnanti.
Nel frattempo il dibattito politico pubblico continua a celebrarsi allo specchio per l'ultima innovazione introdotta, mentre il Paese sembra sempre più impantanato in un'altra dimensione spazio-temporale.
E continuiamo a sentire parlare dei "giovani d'oggi". Peccato che oggi i giovani abbiano trent'anni o quarant'anni. Anche questo, secondo me, è un sintomo di quanto fatichiamo a leggere la realtà che cambia.
La società è cambiata radicalmente: sono cambiate le famiglie, le relazioni, la tecnologia, il lavoro, l'accesso alle informazioni e perfino la composizione delle classi. Eppure la scuola continua spesso a funzionare secondo schemi pensati per un contesto molto diverso, salvo poi stupirsi quando non riesce a gestire situazioni complesse.
Secondo me la domanda interessante è un'altra: perché una delle principali istituzioni pubbliche del Paese fa così fatica ad adattarsi ai cambiamenti della società?
Ho l'impressione che siamo davanti a una scuola che continua a dare risposte a problemi di ieri, mentre le domande dei ragazzi e della società di oggi sono completamente diverse.
E in realtà non sto dicendo nulla di particolarmente originale.
Un mio riferimento è Edgar Morin (avrebbe 104 anni), che ha costruito gran parte della sua riflessione educativa attorno a una celebre intuizione di Michel de Montaigne (fine del '500): è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena.
Una testa ben piena accumula nozioni. Una testa ben fatta sa collegarle, interpretarle, metterle in discussione e usarle per orientarsi nella complessità.
Sono almeno trent'anni che studiosi e pedagogisti ci dicono che il mondo sta cambiando più rapidamente delle istituzioni educative. Eppure continuiamo spesso a discutere come se il problema fosse soltanto disciplinare o comportamentale.
A me sembra invece che siamo ancora alle prese con una scuola pensata per riempire teste, mentre la sfida del presente sarebbe imparare a formarle.
E si pone la domanda successiva: che formazione hanno avuto, e stanno avendo, le generazioni di insegnanti in una scuola che fatica a formare i propri studenti?
Forse, più che una discussione sulla scuola, è il resoconto di un lungo viaggio nel Vortex Gravitatiosus Pinckenbachii di Stanisław Lem.![]()
![]()
Noi siamo genitori (ultra)cinquantenni e nostro figlio dice che gli stiamo troppo addosso e ci interessiamo troppo delle sue coseMa in questo caso lo scontro generazionale è partito da osservazioni, per me un po' troppo generalizzanti, sui genitori oggi cinquantenni. E, in particolare, sul disinteresse verso i figli, che oggi prevarrebbe rispetto ad anni fa.
Non c'è nessuno scontro, solo l'osservazione che a me non sembra sia così, anche pensando alla generazione dei miei genitori o dei miei nonni.
Mediamente, i genitori si interessano dei figli, ma è diverso il modo in cui interpretano il loro ruolo e manifestano questo interesse.
A tenermi bassa il 50% del tempo a scuola è dedicato alla gestione delle dinamiche della classe.Io ho figli troppo piccoli forse per esprimermi, ma quello che vedo adesso che vanno alle elementari non è tanto un problema di scuola, che può benissimo essere buona o cattiva, ma di educazione.
Se c'è una classe di teppisti, con genitori che li assecondano, allora non puoi fare nessuna didattica, di nessun tipo, ne quella che riempie ne quella che forma.
Ed è sempre stato così?A tenermi bassa il 50% del tempo a scuola è dedicato alla gestione delle dinamiche della classe.
Diventa estenuante per tutti se non viene messo al primo posto.
Il risultato può essere lo stesso ma quello che cambia, e di molto, è il modo in cui intervenire per cambiare il risultato, sempre ammesso che sia possibile.Sti poveri cristi di ragazzini sono pressati, ma non visti e non guidati.
Se i genitori lo fanno per un loro malinteso senso di responsabilità o per scaricare le loro responsabilità… il risultato non cambia.
Sai.. .. non esiste una strada giusta e una sbagliata, ognuno trova la sua strada.. come ben si saPerò mi fa piacere risponderti per quel che mi riguarda, perchè la struttura del tuo invito implicitamente contiene proprio i parametri di cui ti ho chiesto nei post precedenti
Quello che ho capito non è una lettura “da fuori”, ma il risultato di un processo vissuto dentro quella relazione. Non è un giudizio calato dall’alto, ma una descrizione basata sull’osservazione ripetuta di dinamiche costanti nel tempo.
Questo mi porta a una valutazione netta dei loro comportamenti: non episodi isolati, ma schemi ricorrenti, con effetti prevedibili su chi li ha subiti.
Sì, sono i miei genitori biologici. Ma la biologia non è una categoria morale e non è una garanzia di competenza relazionale. Il ruolo non è automatico.
Io li giudico perché non vedo motivo per sospendere il giudizio. Anche il “non giudicare” è una posizione giudicante, e non una neutralità.
Dire che “non serve giudicare” è già una forma di giudizio, presentata come neutralità. Non credo si possa uscire dal giudizio: si può solo renderlo più o meno consapevole.
Certo, ho lasciato nel passato l’happy ending della mia infanzia come strumento per sostenermi oggi.
Non sono arrabbiata. La rabbia implica coinvolgimento emotivo attivo. Sono in una fase di constatazione e distanza, e a distanza per igiene relazionale.
Non è più mio compito “proteggere” (condividendo o opponendomi o giustificando) alcuna immagine genitoriale interiorizzata.
Non ho più 20 anni da un pezzo
Posso riconoscere la loro storia e i loro limiti. Posso anche avere pena per loro, e per certi versi ne ho.
Ma contano di più gli effetti concreti che le intenzioni.
Se non fossero stati i miei genitori biologici, la relazione si sarebbe interrotta da tempo e, semplicemente con i fatti raccolti negli ultimi cinque anni, ne sarebbero usciti non asfaltati ma sminuzzati su tutti i piani.
Non l'ho fatto. E ritengo con questo di aver dato degna sepoltura ai genitori che mi sono toccati in sorte.
E sì, dopo aver fatto queste scelte mi sono sentita diversa.
Giudicare a dire il vero è servito, e molto. Più del continuare a provare a parlare.
È stato per me un esercizio di onestà intellettuale e liberatorio. Ho sprecato un sacco di energia nella comprensione e nella costruzione di impianti di giustificazione che tenessero insieme i nodi cruciali della narrazione.
Certo...il prezzo è stato affrontare la mia identità![]()
(e di conseguenza esplicitare i parametri di valutazione, per tornare IT. )
Resta sospesa la domanda: ma quindi, i balletti sul tavolino li valuti infantilismi rispetto a chi e cosa? E su quali basi ritieni che un ragazzo oggi non avrebbe la tua soddisfazione nel chiarire il contesto in cui sono stati declinati gli obiettivi?
Dipende dall’utenza. Certo un tempo c’erano bambini più inquadrati.Ed è sempre stato così?
Ma i genitori hanno bisogno di sentirsi validati, non sono in grado di reggere la benché minima critica.Il risultato può essere lo stesso ma quello che cambia, e di molto, è il modo in cui intervenire per cambiare il risultato, sempre ammesso che sia possibile.
Se i genitori hanno un errato senso di responsabilità, si può intervenire educando i genitori (volendo essere ottimisti...).
Se è la società che carica i genitori di responsabilità con i suoi condizionamenti e le sue leggi, l'intervento deve essere diverso (e ancora più improbabile di quello del caso precedente).
Molto poco, e poco anche cosa fanno i genitori. Mi sembrano sempre genitori, fanno ciò che possono in relazione al tempo in cui vivono.Tu ribadisci il confronto generazionale. Si vede che ti interessa.
Io ho 37 anni e un figlio.Oggi è assente.
Non c'è un progetto
L'obiettivo è "liberarsi".. concentrarsi sui propri problemi, le proprie insoddisfazioni i propri riscatti..
E i figli restano soli.. nell'indifferenza familiare
Fanno quello che possono al loro meglio quelli che mettono in mano lo smartphone a un bimbo in passeggino?Molto poco, e poco anche cosa fanno i genitori. Mi sembrano sempre genitori, fanno ciò che possono in relazione al tempo in cui vivono.
Guarda io non mi permetto di giudicare l'attenzione di un genitore da un gesto, non ho neppure figli, figurati te se mi metto a sindacare.Fanno quello che possono al loro meglio quelli che mettono in mano lo smartphone a un bimbo in passeggino?
Figurati se giudichiamo il marito che dà una sberla alla moglie! Che ne sappiamo?Guarda io non mi permetto di giudicare l'attenzione di un genitore da un gesto, non ho neppure figli, figurati te se mi metto a sindacare.