Sai.. .. non esiste una strada giusta e una sbagliata, ognuno trova la sua strada.. come ben si sa
Mi riferisco al rapporto coi genitori e ai problemi ad esso connessi.
È giusto ciò che rende giustizia a sé stessi, e anche l'aver giustizia per sé non è un processo lineare e universalmente uguale per tutti.
In realtà ho tirato fuori il rapporto col mio nucleo genitoriale proprio per spiegare che (contrariamente a quanto poteva apparire) non c'è nessun modello perfetto o parametri impeccabili ai quali faccia riferimento, nelle mie considerazioni di stamattina. anzi.
Sull' infantilismo.. la risposta l'ho già data stamattina, dal mio punto di vista: è infantile chi si mette deliberatamente nella posizione dell'infante (bimbetto) per avendo ruoli un attimino diversi
Il bimbetto vuole ballare.. fare la festa la coca cola e il dolce, e fare il girotondo..
Non vuole fare il genitore.. seguire, indirizzare, educare.. lui stesso è un po' perso.. confuso.. figuriamoci se può pure impegnarsi più di tanto
vuole disimpegno.. nulla pensieri.. solo giocare
Ma in questo non ci sarebbe nulla di male, eh?
Io non sto colpevolizzando chi è così
il guaio è che questo viene attuato nella RELAZIONE genitore/figlio.
E credimi.. non sto a fare esempi che tanto lasciano il tempo che trovano
C'era una volta.. c'era una sera.. ci fu quel giorno in barca..a scuola, al cinema..
Chi ha idea di cosa parlo, perché lo ha visto e "letto" non ha bisogno di esempi .
L'obiettivo.. legato al disinteresse verso certe criticità del figlio, quale è?
Semplicemente non c'è, oggi diversamente da ieri. In passato poteva essere un obiettivo di merda, magari.. ma c'era.
Oggi è assente.
Non c'è un progetto
L'obiettivo è "liberarsi".. concentrarsi sui propri problemi, le proprie insoddisfazioni i propri riscatti..
E i figli restano soli.. nell'indifferenza familiare
Capisco il senso del tuo ragionamento, ma secondo me il punto critico sta proprio nel modo in cui si legge l’oggi.
Perché da un lato dici che non esiste una strada giusta o sbagliata e che ognuno trova la propria, ma dall’altro costruisci una lettura molto netta del presente come tempo di disimpegno, assenza di progetto e perdita di direzione rispetto a un passato implicito più strutturato.
Il punto è che questa chiave di lettura regge solo dentro una prospettiva ancora lineare dei processi sociali e relazionali. Una prospettiva che fino a una decina di anni fa poteva ancora funzionare in modo relativamente efficace: ruoli più stabili, traiettorie più prevedibili, contesti più continui.
Oggi questa linearità non regge più allo stesso modo. Non perché siano “venuti meno i progetti”, ma perché sono venute meno le condizioni che rendevano quei progetti leggibili come lineari, coerenti e stabili nel tempo.
Dentro una lettura di tipo processuale, molte delle categorie che usi — “assenza di progetto”, “disimpegno”, “mancanza di obiettivi” — diventano meno descrittive e più valutative. Presuppongono infatti un modello unico e stabile di riferimento, rispetto al quale il presente risulterebbe deficitario.
Ma se cambiano le condizioni, cambia anche ciò che possiamo osservare. Quello che oggi appare come assenza è spesso frammentazione, adattamento continuo, gestione di vincoli e discontinuità. Non meno progettualità, ma progettualità meno lineare e meno garantita.
E un elemento che spesso viene rimosso in questo confronto è che molte delle dinamiche oggi lette come “disimpegno” o “assenza” nel passato erano semplicemente più difficili da vedere. Le strutture sociali più rigide tendevano a contenere, normalizzare o rendere invisibili certe fragilità relazionali, anche a costo di una loro mancata elaborazione.
In questo senso, la maggiore visibilità di oggi non coincide necessariamente con un peggioramento, ma con una minore capacità del contesto sociale di nascondere o assorbire ciò che prima veniva ricondotto a normalità.
Questa emersione ha un aspetto positivo che mi piace moltissimo: rende più leggibili dinamiche che in passato restavano invisibili o, più spesso, normalizzate, o ancora sepolte nei segreti di famiglia che restavano in eredità, e permette una maggiore consapevolezza dei processi relazionali e apre la possibilità di elaborarli esplicitamente invece di lasciarli semplicemente sullo sfondo.