Tesoro mio, io sono cresciuto in una famiglia di chiarissima ispirazione cattolica, nella buona borghesia romana, e lavoro in un ambiente dove l’ipocrisia è il pane.
È da quando ho memoria che vedo dare per scontati modi di vivere, formule, deferenze, rispetto automatico, gerarchie molli, tutta una grammatica sociale che alla prova dei fatti ha prodotto soprattutto rallentamenti. Ottimi cervelli trasformati in pecoroni educati, competenze sacrificate al lavoretto per fare contenti i genitori, carriere bloccate da gente che non si leva dai coglioni, ruoli conservati non perché si abbia ancora qualcosa da dire, ma perché si è seduti lì da prima.
A scuola comincia tutto. I genitori consegnano i figli a un’istituzione che invece di spaccargli il culo per farli diventare bravi gli fa fare il saggio, il cartellone, la recita, la foto, la merendina emotiva. Nello sport uguale: invece di costruire gente che vince, si tengono buone le famiglie perché se il bambino non si sente campione smette di pagare la retta. Abbiamo un miliardo di scuole calcio piene di pippe con genitori convinti di avere in casa il nuovo Totti.
E intanto le cariatidi culturali riempiono teatri vendendo agli anziani un’età dell’oro mai esistita. Galimberti è il poster perfetto: contenuti Frankenstein travestiti da coerenza, messi in fila per rassicurare una platea che vuole sentirsi dire che il mondo è peggiorato perché non somiglia più alla loro giovinezza.
Capisci perché io non ho questa reverenza automatica?
Io non ho tempo.
Ho progetti, figli, lavoro, sogni, cose da costruire prima di crepare. Non ho nessuna voglia di regalare tempo a schemi che mi rallentano solo perché a qualcuno è stato insegnato che l’età, da sola, produce autorità.
Un anziano non lo prendo a calci. Ma non lo tratto neppure come un saggio per riflesso condizionato. Lo tratto da pari. Se dice una cosa intelligente, ascolto. Se dice una cazzata, resta una cazzata con più compleanni alle spalle.
Anche il vecchietto solo che cerca attenzioni non mi attiva automaticamente il “poverino”. La prima domanda che mi faccio è: quanto sei stato stronzo in vita tua per restare così solo? Quanta gente hai fatto masticare amaro prima di ritrovarti senza nessuno che abbia voglia di starti vicino?
Poi certo, se incontro l’ingegnere ottantenne che ha inventato le celle a perovskite per trasformare le vele delle barche in pannelli solari, sto zitto come un bambino di cinque anni al cinema per la prima volta. Ma non perché ha ottant’anni. Perché ha fatto una cosa. Perché sa qualcosa. Perché ha messo mano al mondo.
A me piacciono gli ossessionati col fare qualcosa