Sai, penso che all’inizio sia anche normale mettere tutto sul piatto della bilancia: le colpe mie, le colpe tue, chi ha fatto cosa, chi ha ferito di più, da che parte pende il conto. Il problema è che, se poi resti lì a rimarcare solo le colpe dell’altro, che per autodifesa ti sembreranno sempre più gravi delle tue, non ne vieni più fuori. Ci vuole anche umiltà nel dirsi: ok, fino a qui abbiamo sbagliato. E adesso che si fa? Perché se diventa una contabilità del dolore, alla fine non serve più a capire: serve solo a difendersi. E allora o si prova, con enorme fatica, a uscire dalla classifica delle colpe, oppure si resta incastrati lì, ognuno con il proprio conto da presentare all’altro. Credo che sia anche uno dei motivi per cui tante coppie poi si separano: non sempre perché non ci sarebbe più nulla da salvare, ma perché manca la capacità e forse anche un po’ la cultura di ragionare su un bene comune. Non solo “io contro te”, ma “noi cosa facciamo adesso con quello che resta?”.