Arieccoci a dare a terzi la responsabilità della propria felicità. Taaaanto comodo quando la felicità non si è raggiunta tanto inutile a raggiungerla.
Non mi pare di essermi deresponsabilizzato, anzi, ho semmai il problema opposto. Cercavo di descrivere quelli che secondo me sono i meccanismi
sociali alla base dell'infelicità
generalizzata. Poi è chiaro che ognuno soffre secondo dinamiche specifiche e irriducibili alla generalizzazione e deve lavorare su quelle. Credo di fare anche questo e le diverse analisi non si escludono tra loro: si può individuare e criticare allo stesso tempo le cause esterne (il terremoto causato dal partner), le cause generali (le storture indotte da schemi rigidi divenuti inattuali) e le cause "interne" (che so, la mia difficoltà ad impormi nelle situazioni, per dirne una).
Mi sfugge il nesso tra famiglia ed economia produttiva.
sempre a guardare il pelo nell'uovo

La famiglia induce bisogni: la casa, le bollette, la tarsu, lo sport dei figli, il dentista... tolta la famiglia, questo vetusto orpello, torniamo tutti ad essere felici chè non abbisognamo più di nulla.
No. Storicamente si sono succedute forme diversissisme di comunità. Ci sono società la cui cellula più semplice è il clan, la tribù, la città, ecc. Anche i rapporti tra uomini e donne sono stati declinati in modo molto diversificato: poliandria, poligamia, matriarcato, patriarcato, e così via. La stessa famiglia ha assunto forme diverse dal trittico marito-moglie-figli.
Questo per dire che la famiglia ha assunto la forma attuale predominante solo in concomitanza con lo sviluppo del capitalismo industriale: inizialmente c'era bisogno di operai e della riproduzione degli operai. C'era quindi bisogno di "divisione del lavoro": i maschi producevano merce in fabbrica e le donne producevano le condizioni affinché i maschi si riproducessero: cucinavano (affinché i mariti-operai rimanessero in vita), sfornavano e allevavano figli (affinché a loro volta diventassero operai).
Questo schema è ovviamente andato a sua volta modificandosi, poiché sin da subito anche le donne sono state assunte in fabbrica; ma il bisogno di qualcuno che si occupasse di casa e figli rimaneva e tendenzialmente è stato affidato alla donna.
Il punto è che non c'era nulla di "naturale": era solo l'esigenza storica di riprodurre quella che si chiamava "forza-lavoro" attraverso la "divisione del lavoro" tra uomini e donne.
E oggi? Su questo occorre riflettere.
Partendo però dall'assunto che nulla è naturale, che tutto è storicamente determinato, e che è la produzione (cioè il lavoro) che cambia i rapporti tra gli uomini, soprattutto i rapporti sessuali. E che le condizioni della produzione cambiano di continuo.
Oggi il precariato rende difficile costruire una famiglia tradizionale; siamo sicuri che però sia quella la strada a noi più consona, considerando che quella forma di famiglia non è nata con l'uomo ma in un momento storico preciso, e con l'obiettivo preciso di dividere il lavoro domestico delle donne da quello industriale dell'uomo?