Esatto. Per non parlare della peggiore porcata che lo Stato italiano, a quel tempo fascista, abbia mai potuto compiere: le leggi razziali del 38.
Una porcata di dimensioni bibliche.
Qui però bisogna rimettere ordine, storico prima ancora che politico, altrimenti si continua a raccontare una favola consolatoria.
L’antisemitismo non nasce col fascismo. Non nasce nel ’38, non nasce con Mussolini e non nasce nemmeno con Hitler. È un fenomeno stratificato, antico, che attraversa l’Europa per secoli e che in Italia ha una matrice prevalentemente cattolica, come qualunque storico serio sa benissimo. Ghetti, restrizioni, esclusioni, marchiature sociali: sono roba che circola molto prima del Novecento. Ci sono archivi interi di bolle papali che certificano l’odio e la segregazione degli ebrei molto prima che esistesse il fascismo.
Le leggi razziali del ’38 non inventano nulla: cristallizzano. Mettono in forma giuridica un pregiudizio già disponibile nel deposito morale dell’epoca. Il fascismo fa quello che fanno spesso i regimi: prende un sentimento diffuso e lo trasforma in norma. Questo non assolve il regime, ma spiega perché fu possibile.
Detto questo — ed è qui che viene il punto che a me interessa davvero — le leggi razziali italiane non furono una scelta strutturale, ma un ripiego politico. Un regalo maldestro fatto a Hitler per allinearsi all’Asse. Sudditanza strategica, non progetto. Un atto di imitazione senza capirne il funzionamento.
E infatti non fruttarono un cazzo.
In Germania la persecuzione degli ebrei aveva una logica economica chiara:
– confisca sistematica dei beni
– arianizzazione delle imprese
– sequestro dei conti
– trasferimento forzato di ricchezza
– finanziamento diretto dello sforzo bellico
Hitler fece cassa. Trasformò l’odio in liquidità, asset, produzione. La persecuzione era anche — e soprattutto — una politica economica.
In Italia no.
Gli ebrei italiani erano in gran parte classe media integrata ma non capitalizzata: professionisti, piccoli imprenditori, funzionari. Redditi, non grandi patrimoni industriali. Non c’era nulla di paragonabile, per dimensioni e struttura, a ciò che i nazisti poterono spolpare in Germania o nei territori occupati.
Risultato:
nelle casse dello Stato entrarono quattro spicci.
Briciole.
Rumore ideologico senza ritorno economico.
Le leggi razziali italiane furono quindi: – inermi sul piano finanziario
– dannose sul piano internazionale
– devastanti sul piano civile
– regalate a Hitler senza nemmeno l’intelligenza di copiarne il modello efficiente
Ed è qui che emerge il vero problema: l’inadeguatezza di Mussolini come leader.
Non tanto per la crudeltà — che nella storia abbonda — ma per l’inefficienza. Fece una scelta infame senza nemmeno trarne vantaggio.
Peggio ancora: costruì l’infrastruttura amministrativa — censimenti, elenchi, registri — che dopo l’8 settembre diventò un regalo operativo ai tedeschi.
Questo è il punto che la retorica morale evita:
le leggi razziali in Italia non furono solo un crimine. Furono anche un pessimo affare.
E nella storia del potere non c’è niente di più imperdonabile di un crimine inutile.