l'hai detto da sola...non sei sua madre.
Il figlio ha bisogno di vedere nel genitore "la roccia", non sono ammessi scivoloni, sono molto giudicanti, la mamma o il papà devono restare credibili per dare loro senso di protezione che vuoi o non vuoi alle volte cercano.
Non mi capire male, anche le mie figlie sanno che né io né loro padre eravamo dei santi, sanno che siamo persone che sbagliano e che lo sbaglio serve a crescere se affrontato nella giusta maniera ma un genitore non può livellarsi al figlio perché di amici ne hanno già tanti, hanno bisogno di altro che poi con gli anni muta e cambia ma il ruolo del genitore deve restare tale, almeno per come la penso io.
Condivido il bisogno della “roccia”.
Anche se, personalmente, trovo che questa immagine sia più adeguata ai bambini fino agli 11 anni circa, quando stanno ancora consolidando il senso del tempo, dello spazio e il pensiero astratto.
L’adolescenza è proprio il momento in cui si scopre che nessuno è davvero una roccia.
(Tranne loro stessi: il cervello adolescente elabora rischio e pericolo in rapporto all’idea di eternità. Non è ignoranza, è proprio il suo funzionamento tipico; la spericolatezza è un tratto specie-specifico, presente anche nei primati).
A questo si aggiungono il corpo che cambia, la confusione e il disorientamento.
E sì: sono giudici severissimi. Anche questo è tipico dell’età, con una distinzione molto netta tra giusto e sbagliato e un “tribunale” interno rigidissimo.
Il compito di un adulto di riferimento non è confermare quel tribunale, ma mostrare che non è né così rigido né così accomodante. E soprattutto che non è un tribunale morale.
Condivido quindi che il genitore-amico, che si livella al figlio, non sia funzionale.
Così come non lo è nessun adulto che rinuncia al proprio ruolo.
Quello che ho descritto nel post precedente è entrare intenzionalmente in
assonanza, è un’altra cosa ed è un compito preciso dell’adulto: restare tale, pur sapendo riconoscere e sincronizzarsi con l’emotività adolescenziale.
Sincronizzarsi serve a tradurre la confusione emotiva dell’adolescente, e per tradurre bisogna parlare la stessa lingua. Questo significa essere in contatto con l’adolescente che si è stati, senza cercare somiglianze forzate.
È la differenza tra il noioso “ai miei tempi…” e il più autentico: “Il tuo mondo è diverso, ma le emozioni che vivi le riconosco” (che equivale a dire "non sei solo").
Gli unici racconti che davvero parlano agli adolescenti sono quelli che mettono al centro le emozioni.
Livellarsi, invece, significa voler vivere l’adolescenza insieme a loro. Ed è una finzione che viene sgamata subito.
Un adulto non può essere amico di un adolescente, perché la relazione è asimmetrica. L’amicizia esiste solo nella simmetria.
Quello che gli adolescenti colgono con precisione impressionante è l’incoerenza interna, la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
E non la colgono razionalmente, ma emotivamente.
È per questo che sono giudici così abili e implacabili.
Puoi anche raccontargli la storia dell’orso… ma non se la bevono. Anche quando fanno finta di sì.