Fai poco lo stronzo.
Stare con una persona che sta male non vuol dire togliersi il pensiero facendo il bancomat e poi scomparire dalla mattina alla sera. Vuol dire dedicarle tempo, attenzione, presenza. Anche minima, anche imperfetta, anche rotta dal lavoro e dalla fatica. Ma presenza.
E te lo dico perché questa dinamica la conosco benissimo. Quando ero in crisi nera con mia moglie mi sono chiuso nel lavoro, raccontandomi che non era vero che non volevo tornare a casa: avevo da fare. Guarda caso avevo sempre da fare. Sempre un’urgenza, sempre una scadenza, sempre una pratica, sempre un cazzo di motivo nobile per non varcare quella porta.
Metà del mio studio è fatta da gente che dorme sul divano perché ha orrore all’idea di rientrare dalla moglie. Quindi evita di fare quello che scende dal pero, perché questi meccanismi li conosco meglio di quanto mi piaccia ammettere.
Pagare qualcuno perché assista tua moglie è una cosa. Stare dentro la relazione con una persona malata è un’altra. Non mischiamo i piani, perché lì dentro ci passa tutta la differenza tra responsabilità e alibi.
Ci mancherebbe pure che la devo pensare come te.
Allora, primo: cartucce si scrive senza la i.
Fatta questa premessa fondamentale per la tenuta dell’Occidente, non preoccuparti di me. Io, come tutti, ho avuto, ho e avrò i miei alti e bassi. La differenza è che ho scelto come stare al mondo e non ho rimpianti strutturali. Questa cosa con l’età non c’entra un cazzo.
L’età c’entra semmai con la fatica oggettiva di rimettersi in gioco. Io l’ho fatto quando mi sono separato, a quarantacinque anni suonati. In sei anni mi sono accollato traslochi, gestione di mia figlia a targhe alterne, ricostruzione da zero della mia vita sentimentale, taglio netto con tutte le amanti e fuga preventiva da tutte le amiche che rischiavano di diventare accolli emotivi. Mi sono dovuto ricomprare casa a Roma, sto pagando il mutuo delle mura dello studio, e credo che solo di gestione extra della vita mi siano partiti duecentomila euro in quattro anni.
Quella sì è una mazzata. E a quarantacinque anni mi ha comunque regalato più di uno scompenso fisico. Figurati rifarlo a settanta.
Per questo ti dico che non sto facendo il fenomeno. Sto solo dicendo che la vita non ti restituisce niente perché hai sofferto con compostezza. Non c’è un premio fedeltà per chi resta incastrato nella propria storia e poi passa gli anni a lucidare il torto subito.
Tu vuoi trasformare la tua immobilità in superiorità morale. È lì che mi perdi. Perché l’operaio che si alza alle cinque per mantenere la famiglia può essere un uomo enorme o un povero cristo che ha solo timbrato la gabbia per quarant’anni. Dipende da come lo fa, da cosa sceglie, da quanto è vivo dentro quello che porta. Non basta la fatica a nobilitare una vita. Anche i muli faticano.
E no, non ho mai detto che scopare più donne qualifichi automaticamente qualcuno come uomo. Quella è una caricatura che ti serve per non guardare il punto vero: tu non stai difendendo un’etica, stai difendendo la prigione della tua meschinità, altro che valori e valori.
Sei un povero stronzo e vuoi passare da santo. Grazie che dissecchi le mucose, chi se lo accolla un passivoaggressivo così?
Non c’entra niente, essù.
Non sono io che sono figo. È la concorrenza che fa schifo. Sempre detto.
Quello che mi secca è la gente che prima decanta la purezza della propria pochezza, poi dalla comfort zone viene a rompere i coglioni a chi si è sporcato le mani.
È sempre la stessa scena. Uno sta nel suo recinto, non rischia, non sceglie, non si espone, non cambia niente, però appena vede qualcuno che si muove gli sale il bisogno di spiegargli la morale del mondo. Ma vai a fare in culo, con affetto. Sia a te che a
@Gaia che poi fa gnegne che non la cito.
Io sono come il bulldog di Tom e Jerry. Sto lì, dormo, non rompo il cazzo a nessuno. Si capisce dall’inizio del cartone che se mi svegli poi ti faccio un culo così.
E allora lasciami dormire, no?