Bo, non te lo so dire perché non sono arrivata al punto che dovevo farli per forza perché il tempo stava per scadere, le ho fatte a 32 e 37 anni, il giovane è il babbo

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Io quando vedevo i neonati scappavo, iniziavo a sudare, mi agitavano...mi sono sempre piaciuti gli adolescenti o comunque mi iniziavano a piacere i bambini da quando potevo scambiare con loro un minimo di discorso, non mi è mai piaciuta la fase della pancia ne tantomeno quella dei pannolini e poppata...magari poi sarebbe andata comunque come dici te, l'orologio biologico esiste, non è una cavolata e ci sta che ad una certa anche io sarei andata a caccia dello spermatozoo magico.
Ma figurati, io ho scoperto quanto fosse figo essere padre solo facendo il padre. Come credo sia successo a qualunque essere umano sano prima di me.
Tutta questa mistica del neonato, del pancione, della poppata, del piedino, del pannolino profumato di paradiso, l’ho sempre trovata molto artefatta. Una sovrastruttura. A me i neonati non hanno mai detto un cazzo, se devo essere sincero. Mi interessano quando iniziano a guardarti con un pensiero dietro gli occhi, quando ci puoi parlare, quando cominciano a essere persone e non solo fagotti con funzioni biologiche rumorose.
Tra l’altro sono cresciuto in mezzo a una tribù. Sarò il più grande di venticinque cugini, con l’ultimo quasi vent’anni più piccolo di me, perché mia nonna e sua sorella hanno conigliato con metodo industriale. Vivevamo tutti nello stesso palazzo di famiglia, quindi mi sono fatto stipendi su stipendi da babysitter, poi la mansione è scalata naturalmente ai cugini più piccoli, come nelle monarchie ereditarie ma con più merendine.
Quindi i bambini li ho visti. Tanti. Troppi. E le donne che passavano le giornate a parlare solo dei figli mi sono sempre sembrate delle rincoglionite cosmiche. Quelle che si sciolgono davanti alla foto del neonato di qualcun altro e tu ti chiedi se abbiano ancora una vita emotiva autonoma o se siano state sequestrate da un ovetto Chicco.
Poi è arrivata mia figlia.
E lì cambia tutto, senza che nessuno ti avvisi davvero. Non perché improvvisamente diventi uno di quelli che si commuove davanti ai body taglia zero. Quello no. Ma perché senti una cosa stranissima: è tutto uguale, eppure più bello. La casa è la stessa, la fatica è la stessa, il mondo resta quel posto abbastanza indecente che era prima. Però adesso c’è una presenza che dà corpo a parole che fino al giorno prima erano roba da vecchi: retaggio, responsabilità, futuro, sangue, protezione.
È faticosissimo, certo. Ma è solo fatica. Ti fai il culo e si sistema. La cosa sconvolgente è la motivazione che ti viene quando qualcuno dipende da te. Io sono sempre stato ambizioso per conto mio, ma l’idea di dover costruire anche per chi viene dopo ti mette addosso un altro motore. Retaggio, la parola che amo da sempre è retaggio.