Sembra strano ma è stato un argomento toccato oggi a pranzo con la collega.
Non è strano.
Uno dei grandi temi del presente è riscrivere i codici di comunicazione. Telefono, blocco, visualizzato, spunte, silenzi, tempi di risposta: sembrano dettagli tecnici, invece sono gerarchie. Sono confini. Sono accessi.
Chi può arrivarti addosso, chi resta fuori, chi merita risposta, chi merita muro.
È roba enorme, altro che chiacchiera da pranzo.
Quindi per te dovrei guardare?
Anche sì.
Il comportamento esteriore è lo specchio di come stai messa dentro. Se devi guardare, guarda. Almeno sai che cosa ti muove: curiosità, rabbia, vanità, residuo, fastidio, nostalgia.
Fare quella superiore quando dentro hai il criceto che corre sulla ruota serve solo a sembrare composta davanti a un pubblico che non paga il biglietto.
Ci sono persone che sentono di dover vivere performando: devono dimostrare di essere sempre all'altezza, impeccabili, circondati da tante persone ecc.
Sono persone che si sono sempre sentite in difetto per qualche scelta in particolare o per educazione
Questa è la narrazione delle pecore.
Appena uno parla di misura, competizione, livello, selezione, parte subito la diagnosi da divano: performa, compensa, si sente in difetto, deve dimostrare qualcosa. La solita carezza morale per chi sogna un mondo piatto, dove nessuno deve più essere messo davanti al fatto che qualcuno vale di più, regge di più, impara più in fretta, arriva prima.
La performance è l’esibizione davanti a una platea indistinta. È Instagram, è il forum, è la gente che litiga online per sembrare acuta a quaranta avatar con la foto del gatto. È teatro per repressi che hanno fame di confronto e paura del corpo a corpo.
La competizione vera è un’altra cosa. Ha nomi, facce, contesti, odori. È gente specifica, in un perimetro specifico, con cui ti misuri davvero. Il tuo ufficio, la tua vasca, il tuo tribunale, la tua azienda, il tuo spogliatoio. Persone che sanno quando stai vincendo e quando stai facendo cagare.
A me la vita è cambiata quando sono passato dal nuoto alla pallanuoto. Prima ero io contro il cronometro. Pulito, feroce, solitario. Poi eravamo sette contro sette. Lì non potevi raccontartela. C’era quello davanti, in acqua, che voleva il tuo stesso spazio. Dovevi batterlo. Punto.
Nel lavoro funziona uguale. I tuoi pari veri saranno venti, cinquanta, forse meno. Un gruppo che cambia, qualcuno entra, qualcuno esce, qualcuno sale, qualcuno sparisce. Quelli sono i metri di paragone. Non “la gente”. Non il pubblico. Non la folla immaginaria davanti alla quale ti sistemi il colletto e fai il personaggio.
Essere competitivi significa entrare in un contesto reale, anche da ultimo della classe, e spolparlo finché non hai imparato tutto quello che dovevi imparare. Poi cambi stanza, cambi livello, cambi gioco.
Dire “sono meglio di voi” alla massa indistinta è roba da scemi.
Dire a persone precise, reali, con cui hai condiviso una partita vera, che non meritano più il tuo tempo, è selezione.
E la selezione non è arroganza. È igiene.