Non so nemmeno perchè scrivo qui, visto che tutto quel che sto leggendo sui forum mi sta probabilmente incasinando il cervello e basta. Ma tant'è, sentiamo anche questa campana, prima di quella del mio funerale.
Premessa: insultatemi pure, non mi tocca. Io mi riservo già un trattamento peggiore.
Provo a farla breve, ma sarà difficile: convivo da quasi 10 anni. Il primo anno è passato come una lunga festa, per l'esperienza di vivere da soli. Poi sono cominciati i guai: la mia partner, a mio giudizio, è una persona con potenzialità enormemente superiori alla media. L'ho sempre considerata migliore di me, e la persona che avrei voluto a fianco per sempre. Ma il secondo anno è stato durissimo: dopo i bagordi iniziali, mi sono reso conto (o me ne sono convinto) che per quanto tra noi ci fossero amore ed affetto, mancasse tutto il resto. Ovvero condivisione di obiettivi e interessi, intesa sul quotidiano, capacità di fare squadra. Aggiungo qualche inibizione (ben distribuita su entrambi). Ho cominciato a sentirmi fuori posto, mi sembrava quasi uno scherzo cattivo che una persona così strepitosa non lasciasse che le sue doti la guidassero. Al contrario, invece, tante piccole insicurezze mi sembrava impedissero al nostro rapporto di avviarsi verso quel che definirei una coppia funzionale e serena.
Io ho sempre creduto di essere un abile comunicatore, ma mi rendo conto che non c'era verso di affrontare assieme gran parte dei nostri problemi senza arrivare ad un blocco, che sicuramente era reciproco, anche se io vedevo le sue chiusure come insormontabili (e cominciavo a covare rabbia).
Quindi, per quanto il cuore mi dicesse di stare, la testa invece voleva fare i bagagli e andarsene senza ripensamento. Ho cominciato a meditare di lasciarla, a lasciarle qualche briciolina da seguire per farglielo capire. A dare segnali d'allarme insomma: quel che ottenevo era probabilmente soltanto di deprimerla e farla sentire in colpa. Quindi facevo un passo indietro, riprovavo a comunicare i miei punti di vista (e probabilmente non nella maniera più efficace), ma ci ritrovavamo bloccati. Ho cominciato quindi a fare l'antipatico, a farle capire esplicitamente che stavo meditando di lasciarla: il problema è che in realtà non ci sarei mai riuscito; mi preparavo i miei discorsetti, poi la guardavo negli occhi e proprio non ci riuscivo. Mi sentivo sbagliato io. E dopo mesi, la situazione non cambiava, quindi è cominciata per me una depressione piuttosto marcata.
Ai tempi, frequentavo ancora, per amicizie comuni, una ragazza con cui ero uscito per un po', prima di incontrare la mia attuale partner. Personalmente meno intrigante, ma scafata, meno preoccupata delle sorti del mondo e più incline a cercare il lato concreto delle cose. Abbiamo cominciato a vederci anche da soli, senza troppa malizia, finchè non è sembrato ad entrambi che le cose stessero cambiando, verso un nuovo coinvolgimento emotivo. Ora posso dire che probabilmente non era proprio così, che entrambi avevamo un periodo di forte crisi di coppia e il nostro sentirci nuovamente bene assieme ci è sembrato profondo e sincero. E nella mia testa è scattato qualcosa: mi sono convinto che forse, se avessi fatto qualcosa di irrimediabile (secondo il mio codice d'onore d'allora, adesso me lo ficcherei dove immaginate, l'onore), avrei dovuto poi lasciarla per forza, la mia partner (e credo lo stesso abbia pensato l'altra). Così mi lasciai andare. Lasciai che capitasse, 3-4 volte, anche se in maniera piuttosto patetica, ma giusto per avere un argomento irremovibile per troncare la mia relazione e convivenza. Solo che a quel punto ci accorgemmo, io e la mia complice, che non saremmo andati da nessuna parte, che saremmo rimasti dove eravamo perchè lì era il nostro posto, anche se doloroso, e avremmo mentito (e l'abbiamo fatto entrambi) se necessario, per rimanerci. Il che ci distrusse, anche se inizialmente non avemmo il coraggio di ammetterlo a noi stessi.
Entrambi tornammo dai rispettivi compagni, in una situazione in cui (almeno per quanto mi riguarda) per settimane a letto non ci si sfiorava e durante il giorno era un'alternanza di musi lunghi e piccole aperture d'affetto. Personalmente ero bloccato, più che dalla vergogna, dalla confusione. Non sapevo più che cosa fare, ed ero terrorizzato. Non riuscivo a dormire, non riuscivo a pensare. Ho deciso allora di mettere la testa in pausa, per capire meglio cosa fare. Ma intanto il tempo passava, e se la felicità credevo ormai non sarebbe tornata, io non ero nemmeno più sicuro del significato di ciò che avevo fatto. In sostanza, mi sembrava di aver fatto la cosa più schifosa della mia vita per niente. E alla persona cui - in ogni caso - tenevo comunque di più al mondo. Allora ho deciso: se non trovavo il modo nè per sentirmi felice, nè per andarmene, avrei rimosso l'accaduto e dedicato me stesso - pur con le mie enormi lacune - a prendermi cura di lei, creatura perfetta in potenza, imbrigliata nel proprio bozzolo, in un disperato tentativo di redenzione (si fa per dire eh, non mi sentirò redento nemmeno morto ormai). E così ho fatto per i due anni successivi, cercando di ridurre al silenzio (quando possibile, perchè tutto sommato rimango sempre una persona che si odia e qualche ragione ci sarà!) le mie insoddisfazioni: frequentando persone che non mi sono simpatiche, traslocando in una casa costata troppo e che mi fa schifo, rinunciando al tentativo di condividere passioni ed interessi. Ora, non mi sto commiserando: ero infelice, ma sono sempre stato parte del problema. Anzi, forse senza di me non ci sarebbe stato alcun problema. Io sono un problema nato.
Ma tralasciamo, perchè 5 anni fa è successo qualcosa: la mia compagna ha cominciato finalmente ad uscire dal bozzolo, diventando via via una persona raggiante, sicura di sè, riuscita. E mentre succedeva, io ricominciavo a sorridere, a guardarla e sentirmi le lacrime per la commozione di stare assistendo a questo piccolo miracolo. E la cosa non si è più fermata. Lei è diventata la persona che vedevo agitarsi nella sua piccola prigione autoimposta quasi 10 anni fa. E' la persona più bella che veda quando mi guardo intorno. E' la persona di cui mi sono sempre sentito innamorato, ed ora finalmente è al mio fianco.
Questa nuova sicurezza ci ha permesso mesi fa di fare un passo avanti come coppia (qualcosa di profondamente condiviso, su cui però non scenderò nel dettaglio): diciamo semplicemente che per la prima volta qualcosa ci ha permesso di essere una vera squadra.
Ed è lì che io mi sono svegliato dal torpore, e sono morto dentro. E' tornato di fronte ai miei occhi il tradimento, pur come una cosa lontana, come un sogno da ubriachi. E' tornato, e non se ne va. Sono passati alcuni mesi ormai. Durante il primo mese sono cominciati gli attacchi di panico, e ho smesso di mangiare. Ma ho inventato qualche scusa e mi sono forzato a fare comunque buon viso. Mi sono poi rivolto a una psicologa, cui ho sottoposto il mio dilemma, il mio mal di vivere per la consapevolezza di quel che ho fatto 7 anni fa. Lei mi ha consigliato di tacere, visto che la cosa è parte di un passato di sofferenza e potrebbe disintegrare un presente di felicità. Il problema è che non credo ce la farò. Il problema è che sono un vigliacco. L'analisi su di me ha messo in luce ovviamente le mie enormi lacune, le mie colpe in quella che ai miei occhi era diventata una situazione insostenibile e che mi aveva convinto a levare le tende, quando probabilmente la persona che amo, pur con i suoi limiti e difetti, stava invece comunque tentando di mettersi in gioco. Ora che vedo meglio le cose, con qualche anno di più sulle spalle, io allora i problemi li ho probabilmente alimentati, non usando tutte le risorse che avevo per risolverli. Io sono stato debole e mi sono arreso, quando avrei potuto sicuramente fare di più. E forse è stato questo, il vero tradimento, invece che credermi di nuovo innamorato di una ragazza con cui ero stato bene tanto tempo fa.
Da qualche settimana ho deciso di rimettermi il sorriso. Non so quando scoppierà la bomba, ma nel frattempo voglio che lei sia felice, e voglio rubare quanti più ricordi felici per il futuro che mi attende, qualunque esso sarà. Credo di avere ancora tempo, per decidere cosa fare, ma non così tanto. Piango, mi dispero, fumo centinaia di sigarette. Cerco di tenere la mente occupata fino a sera, quando il sonno mi illude di sollievo.
Ma il fatto è che so di dover parlare. E so che per entrambi sarà un dolore mai vissuto prima. E so che potrei perdere l'unica persona che amo, e con la quale vorrei trascorrere il resto dei miei giorni. E, a quel che leggo su questi forum, so anche che nulla sarà più come prima, anche decidesse mai di tenermi con sè. Insomma, so che è finita la più bella storia d'amore della mia vita, l'unica sincera, l'unica sensata. So di aver sprecato il tempo della persona migliore che io conosca. E mi sento morto, e mi sento un assassino. Mi sento un malato, un vigliacco, lo scherzo di un dio malvagio. Sto per uccidere l'amore più grande che potrò mai conoscere, l'amore per cui adesso vivo ogni giorno, e senza il quale la mia vita è quella di un fallito. E lo dico in modo scevro di giudizio, ormai non mi compatisco nè mi disprezzo. Mi sono quasi sempre odiato nella vita, ma ora quell'odio è come fosse rivolto ad un corpo, che vedo accasciato allo specchio mentre piango da solo. Io non ci sono più. Io sono morto.
Ecco, questa è la mia confessione, che qui si ferma perchè le lacrime mi impediscono di proseguire, e devo ricompormi prima che lei torni a casa, per farle trovare cena e conforto, prima che tutto finisca. Non so cosa chiedervi, non so se ci sia qualcosa che posso sperare. Sto solo cercando di capire cosa le dirò quando sarà il momento, quando almeno i suoi impegni quotidiani le permetteranno di affrontare la cosa meglio di quanto accadrebbe parlandone con lei stasera.