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IL PARADIGMA DELLE RIFORME
Negli anni ‘60 i difensori della riforma gentiliana furono sconfitti, i due fatti (l’industrializzazione di massa e la democrazia) avevano avuto la meglio. Il centrosinistra portò a casa la scuola media unica. La scuola dell’uguaglianza era raggiunta, ma per effetto della seconda premessa il cambiamento fu di facciata: i gentiliani continuavano a bocciare ed insegnavano come avrebbero dovuto negli anni ‘30. Se si pensa io scherzi, si prenda ad esempio la mia esperienza scolastica: sono nato nel 1959, nel 1969 facevo la quinta elementare con grembiulino e fiocco celeste e nella mia scuola elementare vigevano le punizioni corporali, per fortuna il mio maestro montessoriano le aveva abolite, ma nella classe accanto il maestro fascista ed ex-combattente dava delle “puzziche” (colpire la testa del bambini con le nocche del pugno) terrificanti, alle medie anni ‘70, c’erano le classi separata sezione per maschietti e per femminucce con uscite da scuola separate, i miei professori si erano formati negli anni ‘40. A rompere questo quieto tran tran molti docenti “progressisti” che si organizzavano intorno alla CGIL Scuola o nelle organizzazioni professionali, ma soprattutto un libro: “La lettera ad una professoressa”
Ancora oggi questo libro, del 1967, è urticante, bersaglio di tutti i “gentiliani” ed anche dei “meritocrati”, la differenza non è da poco, la vedremo così come ne vedremo i punti in comune. Cosa aveva di così scandaloso? I “gentiliani” ed i “meritocrati” osservano che la Lettera contesta la “selezione” e perciò “abbassa” la qualità della scuola ed attribusicono al libro la deriva della scuola di massa. Ora questa obiezione è ingegnua al punto da far pensare che i meritocrati siano stupidi ed abbiano problemi di comprensione del testo. In realtà il libro dimostrava non solo che un’altra scuola era possibile, ma che esisteva. Il valore del libro non è nella critica alla scuola “gentiliana”, ma nella potenza del lavoro dei ragazzi che l’hanno scritto, tanto è vero che allora si diceva “non è possibile sia stato scritto da ragazzi di terza media, l’ha scritto Milani”. Un linguaggio asciutto, dati inconfutabili ed una logica stringente dimostravano che c’era la possibilità di costruire una scuola che facesse cultura anziché “trasmetterla”. Il merito di Don Milani è qui: nel successo culturale alto dei suoi studenti. Nella Lettera la cultura diventa critica dell’esistente, capacità di costruire il futuro, di padroneggiare il proprio “destino”. Si dice che la Lettera sia ideologica, ma è esattamente il contrario: la Lettera dimostra che l’ideologia è “falsa coscienza” ed invita a decostruire i discorsi ed ad agire il conflitto. Una vera scuola democratica in cui ognuno, insieme agli altri, si costruisce il sapere. Parallelamente Tullio De Mauro, altro grande bersaglio, operava sulla lingua.
Basta la finisco qui, perché molto ci sarebbe da dire. I due, Don Milani e De Mauro, sono bersagli perché nelle loro pagine ed opere hanno mostrato che una “scuola di massa e di qualità” è possibile, ma è critica. In fondo a pensarci il problema di Socrate: insegnare è corrompere i giovani, sovvertire la tradizione. In fondo a loro, Don Milani e De Mauro, è andata meglio: a Socrate è toccata la cicuta.
Allora la scuola democratica ha vinto? Null’affatto, il secondo paradigma è sempre valido, l’opera di riforma è stata lenta e contraddittoria, i programmi della scuola media unica sono del 1979, e l’ultimo tentativo di riformare la secondaria è nel Progetto Brocca. Ma mentre la Sinistra tenta di trovare il modo di realizzare la scuola di Lorenzo Milani e De Mauro e la destra ripropone la “selezione”, il mondo, la società cambia.
IL PARADIGMA DELLA SOCIETA’ DI MERCATO
Siamo agli anni ‘90 e la scuola è irriformabile, piccoli aggiustamenti, riforme dell’esame di stato, ma il dibattito langue, la grande espansione del welfare e dello stato sociale rifluisce ed anche le speranze di modifica, in senso democratico, della società; emerge un nuovo paradigma. Questo paradigma è presente, seppur con accenti diversi, dalla Riforma Berlinguer che, sia detto tra parentesi liquida il povero Brocca, alla Riforma Renzi che ne costituisce la superfetazione come vedremo. Il caposaldo del paradigma è la complessità. In un mondo complesso e soggetto a rapidi mutamenti nessuno, tanto meno lo Stato, è in condizione di prefigurare il futuro perciò lo Stato identificherà obiettivi generali, sarebbe corretto definirli generici, ogni scuola costruirà i mezzi per raggiungerli, la famosa autonomia, e si verificheranno i risultati, naturalmente chi e come debba verificare sarà oggetto di discussione, ma questo non mette in dubbio il paradigma sia che verifichi lo Stato sia che verifichi OCSE o INVALSI.
Alcune parole d’ordine del paradigma delle riforme ritornano come parodia di una neolingua orwelliana.
Si parte dalla “centralità dello studente” che era il ricoscimento della cultura di classe del singolo e il bisogno di costruzione di cultura critica autonoma e si arriva alla “centralità del consumatore” nella formazione del “capitale umano”. Io società, stato, rinuncio a formare, mi limito ad offrire possibilità che il singolo, studente o famiglia, possono scegliere, poi la “mano invisibile” deciderà i sommersi ed i salvati. Gli esempi di applicazione sono innumerevoli: dai POF alla competizione tra scuole, ai “progettifici”, alcuni francamente irresistibili per comicità. Tutte le cosidette riforme sono riforme della governance nel senso del Panopticon di Bentham, non è necessario parlare di cultura o di programmi basta avere un largo ventaglio di offerta e la domanda s’incontrerà in un equilibrio produttivo.
Oppure la parola “lavoro”, nel paradigma delle riforme indicava la necessità che la scuola costruisse le competenze per operare nella società concreta, un’apertura in cui il mercato del lavoro fosse innervato dai saperi e dalle conoscenze, nel paradigma della società di mercato diviene l’alternanza scuola-lavoroin cui non il sapere costruisce lavoro e critica del lavoro, ma il mercato del lavoro costruisce sapere diventando esso stesso formatore, lo studente è persona che arricchisce il suo “capitale umano”, riempie il suo curriculum, il portfolio come si dice. Si pensava ad una scuola che trasformasse il mercato del lavoro ed abbiamo un mercato del lavoro che trasforma la scuola.
Ed infine la parola chiave “meritocrazia”, con i suoi corollari “mobilità sociale” ed “ascensore sociale”, anche qui un modello di società gerarchica, ma non organica, che affida il compito di valutazione al mercato invece che allo stato. Gentile voleva una società senza conflitto partendo da una visione organicistica, i “meritocrati” vogliono una società senza conflitto partendo dal merito, ambedue i paradigmi sono selettivi: in un caso a partire da tradizione e giudizio statale, nell’altro a partire dal successo economico. Ambedue sono modelli di società gerarchiche: in un caso con paletti e confini prefissati, nell’altro in maniera caotica e regolata dalla “mano invisibile” e dalla “centralità del consumatore”. Non si può non vedere nella Riforma Renzi la supefetazione di questo paradigma, che otterrebbe la sua definitiva vittoria con l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Conclusioni provvisorie.Dice Matteo Renzi “Siamo riusciti nel capolavoro di avere tutti contro” e Fassino “Gli insegnanti sono stati contro tutte le riforme da qualunque parte proposte”, io credo il loro sconcerto sia reale. Il fatto è che non considerano le premesse: nella scuola si scontrano ancora oggi “gentiliani” e “riformisti”. I riformatori da Berlinguer a Renzi, passando da Moratti e Gelmini hanno operato, in maniera diversa certamente, ma nel “paradigma della società di mercato” (autonomia, competizione, valutazione), ma la cultura della scuola è un passo indietro ovvero un passo avanti. I riformatori odierni non capiscono le obiezioni perché per loro esiste un solo modello di società, quello di mercato, è il TINA (There is no alternative), ma nella scuola le alternative ci sono eccome, hanno nomi nobili: Gentile e Don Milani, sono culture politiche. Si badi che oggi si parla delle due destre, liberiste e globalizzatrici e protezioniste e sovraniste, manca il riferimento alla sinistra riformatrice, quella che pensa che la società ed il mercato debbano e possano essere cambiati, non è un caso che i bersagli siano sempre il ‘68 e Don Milani, “gentiliani” e “neoliberali” possono sempre incontrarsi negli elementi comuni, ma il “paradigma delle riforme” è incompatibile con il TINA.