Latino

Brunetta

Utente di lunga data
Mio figlio, prima media, al momento nessuna traccia di uno straccio di informatica in programma, pare sia inclusa in tecnologia fra i vari argomenti, in compenso fa tot ore di francese a settimana. Tira le stesse madonne che tiravo già io 40 anni fa circa l'utilità di imparare la lingua dei mangia rane. Almeno fa anche inglese che io non facevo. Quindi, conosco la forma mentis che ti dà il latino e non ne metto in dubbio la validità. Però magari un cicinino di informatica in più forse sarebbe meglio, nel 2026, visto che tra l'altro richiede anch'essa una certa abilità al ragionamento logico
Coding
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Magari 2 paroline di accompagnamento del link aiutano a chiarire il pensiero... Vuol dire che le capacità di problem solving o di scomposizione dei problemi in problemi più semplici per trovare gli algoritmi di risoluzione, base dell'informatica, sono e si apprendono in realtà nei metodi di insegnamento delle altre materie? Tipo "dai la cera, togli la cera" di Karate Kid?
 

Brunetta

Utente di lunga data
So che è lungo, ma chiarisce che la base su cui ragionare può essere diversa.
E basi diverse portano a idee di scuola diversa.
ROSARIO PAONE:
DUE DOVEROSE PREMESSE
Quando si parla di scuola occorre partire da due premesse da cui scaturisce tutto il resto.
LA PRIMA: la scuola non è “neutra”, un modello di scuola prevede un modello di società.
Ancor prima di ogni discussione occorre ricordare che la scuola è il luogo in cui le vecchie generazioni preparano le nuove per il loro ingresso in società. Da ciò discende che l’organizzazione scolastica è funzionale, dalla governance ai programmi sino alle metodologie, ad un modello di società futura. Perciò la scuola è argomento politico per eccellenza. Nella I Repubblica si era soliti dire che i governi cadevano sulla scuola ed era vero.
LA SECONDA: la cultura della scuola è sempre una generazione indietro
Proprio perché la scuola è il luogo in cui le vecchie generazioni preparano le nuove, la cultura della scuola è sempre la cultura delle vecchie generazioni. Ogni riforma agisce su una struttura, materiale ed immateriale, che risale alla generazione precedente. Per semplificare io “imito” i miei insegnanti che a loro volta “imitavano” i loro. Certo sono uomo del mio tempo, partecipo al dibattito dell’oggi, ma mi sono formato ieri. Tenerne conto è importante perché questo carattere conservatore della scuola è insito nella cosa stessa e difficilmente eliminabile. Peraltro questo carattere ha un aspetto positivo: le riforme improvvisate si scontrano con lo spirito di adattamento delle prassi ed il loro carattere eversivo si attenua, mantenendo un rapporto dialettico con l’acquisito. Naturalmente vi è un aspetto negativo: culturalmente siamo al periodo precedente.
Queste premesse vanno tenute sempre presenti. Senza di esse il resto del discorso è nullo.
 

Brunetta

Utente di lunga data

Dalla prima premessa discende che ogni modello di scuola è paradigmatico di un modello di società. Semplificando, per non appesantire il discorso, mi sembra di poter periodizzare quattro momenti che corrispondono a quattro paradigmi:

1) Il paradigma gentiliano (1923-1943);

2) Il paradigma della repubblica (1943-1962);

3) Il paradigma delle riforme (1962-1989);

4) Il paradigma della società di mercato (1989-2017).

Questa periodizzazione, come ogni altra, è arbitraria ed obbedisce più a motivi logici che cronologici, visto che i paradigmi, come vedremo persistono, come è normale data la seconda premessa.
IL PARADIGMA GENTILIANO
In realtà storicamente il nome è falsificante visto che questo paradigma deve più a Bottai che al povero Gentile, ma siccome il filosofo è più noto attribuisco a lui il “paradigma”, scusandomi perché il suo era assai più raffinato.
Il modello è una società statica e gerarchica. Una società organica, nel senso del vecchio apologo di Menenio Agrippa, che obbedisse al “cuique suum”, a ciascuno il suo. La società ha bisogno di una classe dirigente di “pensatori” (la mente), di tecnici (il cervello), di lavoratori (le braccia) compito della scuola era assicurarsi che ciascuno trovasse il suo posto nella società secondo i suoi meriti, in questo senso centrale era la “selezione” non come punizione, ma come semplice riconoscimento delle qualità di ognuno. Il “pensatore” era filosofo e giurista, il tecnico ingegnere o geometra, il lavoratore operaio o contadino. Da osservare che la “selezione” era statale, il selezionatore era il docente. Il modello funzionava sin tanto che non si scontrò con società più evolute industrialmente le cui masse erano mediamente più istruite, anche se le élite della società fascista avevano i loro successi, anche perché data la seconda premessa i docenti fascisti erano culturalmente “umbertini”, figli degli Spaventa e del vecchio “positivismo” tardo ottocentesco.
IL PARADIGMA DELLA REPUBBLICA
La società fascista andò a pezzi con la Seconda Guerra Mondiale. L’impari conflitto di una società proto industriale contro società industriale ci costò la distruzione di un paese, nulla valserò gli eroismi dei nostri soldati e della popolazione civile né gli enormi sacrifici. Tedeschi, americani, inglesi entrarono in guerra con modelli sociali ed economici assai più complessi.
A far saltare il “paradigma gentiliano” due fatti: l’industrializzazione di massa e la democrazia. Il dibattito sul modello di scuola era stato ampio, alto ed articolato già in Assemblea Costituente, ancora oggi si leggono gli articoli di Calamandrei. La scuola della repubblica doveva preparare alla democrazia. In realtà nulla cambiò, anche se la discussione era accesa. La seconda premessa fece si che se gli studenti degli anni ‘30 avevano i docenti del ‘10, quelli degli anni ‘50 avevano quelli del 1930. Inoltre la Resistenza e la Repubblica erano state volute da minoranze e la vittoria della Repubblica era stata un successo di quelle minoranze, ma anche dalla guerra persa. Per cui sulla scuola, come nella società, si confrontavano chi voleva un cambiamento graduale e chi vedeva nella scuola lo strumento per attuare l’articolo tre della Costituzione. I cattolici “moderati”, quelli del Concordato per intenderci, che la scuola tenevano stretta ne vedevano sempre lo strumento per consegnare la “tradizione” alle nuove generazioni, i protagonisti della Resistenza, tra cui anche molti cattolici riformatori, lo strumento principe per cambiare la società. Il tira e molla verteva sull’insegnamento della religione cattolica e del “latino”. Questi due elementi erano il cardine di tradizione e “selezione”. L’obiettivo per i democratici fu la scuola media unica, il superamento dell’avviamento professionale. All’interno della discussione si formarono i protagonisti del paradigma precedente che ripresero spunti dal dibattito Gentile-Enriques e dal confronto con Dewey e Montessori per citare alcuni nomi.
 

Brunetta

Utente di lunga data

IL PARADIGMA DELLE RIFORME
Negli anni ‘60 i difensori della riforma gentiliana furono sconfitti, i due fatti (l’industrializzazione di massa e la democrazia) avevano avuto la meglio. Il centrosinistra portò a casa la scuola media unica. La scuola dell’uguaglianza era raggiunta, ma per effetto della seconda premessa il cambiamento fu di facciata: i gentiliani continuavano a bocciare ed insegnavano come avrebbero dovuto negli anni ‘30. Se si pensa io scherzi, si prenda ad esempio la mia esperienza scolastica: sono nato nel 1959, nel 1969 facevo la quinta elementare con grembiulino e fiocco celeste e nella mia scuola elementare vigevano le punizioni corporali, per fortuna il mio maestro montessoriano le aveva abolite, ma nella classe accanto il maestro fascista ed ex-combattente dava delle “puzziche” (colpire la testa del bambini con le nocche del pugno) terrificanti, alle medie anni ‘70, c’erano le classi separata sezione per maschietti e per femminucce con uscite da scuola separate, i miei professori si erano formati negli anni ‘40. A rompere questo quieto tran tran molti docenti “progressisti” che si organizzavano intorno alla CGIL Scuola o nelle organizzazioni professionali, ma soprattutto un libro: “La lettera ad una professoressa”
Ancora oggi questo libro, del 1967, è urticante, bersaglio di tutti i “gentiliani” ed anche dei “meritocrati”, la differenza non è da poco, la vedremo così come ne vedremo i punti in comune. Cosa aveva di così scandaloso? I “gentiliani” ed i “meritocrati” osservano che la Lettera contesta la “selezione” e perciò “abbassa” la qualità della scuola ed attribusicono al libro la deriva della scuola di massa. Ora questa obiezione è ingegnua al punto da far pensare che i meritocrati siano stupidi ed abbiano problemi di comprensione del testo. In realtà il libro dimostrava non solo che un’altra scuola era possibile, ma che esisteva. Il valore del libro non è nella critica alla scuola “gentiliana”, ma nella potenza del lavoro dei ragazzi che l’hanno scritto, tanto è vero che allora si diceva “non è possibile sia stato scritto da ragazzi di terza media, l’ha scritto Milani”. Un linguaggio asciutto, dati inconfutabili ed una logica stringente dimostravano che c’era la possibilità di costruire una scuola che facesse cultura anziché “trasmetterla”. Il merito di Don Milani è qui: nel successo culturale alto dei suoi studenti. Nella Lettera la cultura diventa critica dell’esistente, capacità di costruire il futuro, di padroneggiare il proprio “destino”. Si dice che la Lettera sia ideologica, ma è esattamente il contrario: la Lettera dimostra che l’ideologia è “falsa coscienza” ed invita a decostruire i discorsi ed ad agire il conflitto. Una vera scuola democratica in cui ognuno, insieme agli altri, si costruisce il sapere. Parallelamente Tullio De Mauro, altro grande bersaglio, operava sulla lingua.
Basta la finisco qui, perché molto ci sarebbe da dire. I due, Don Milani e De Mauro, sono bersagli perché nelle loro pagine ed opere hanno mostrato che una “scuola di massa e di qualità” è possibile, ma è critica. In fondo a pensarci il problema di Socrate: insegnare è corrompere i giovani, sovvertire la tradizione. In fondo a loro, Don Milani e De Mauro, è andata meglio: a Socrate è toccata la cicuta.
Allora la scuola democratica ha vinto? Null’affatto, il secondo paradigma è sempre valido, l’opera di riforma è stata lenta e contraddittoria, i programmi della scuola media unica sono del 1979, e l’ultimo tentativo di riformare la secondaria è nel Progetto Brocca. Ma mentre la Sinistra tenta di trovare il modo di realizzare la scuola di Lorenzo Milani e De Mauro e la destra ripropone la “selezione”, il mondo, la società cambia.
IL PARADIGMA DELLA SOCIETA’ DI MERCATO
Siamo agli anni ‘90 e la scuola è irriformabile, piccoli aggiustamenti, riforme dell’esame di stato, ma il dibattito langue, la grande espansione del welfare e dello stato sociale rifluisce ed anche le speranze di modifica, in senso democratico, della società; emerge un nuovo paradigma. Questo paradigma è presente, seppur con accenti diversi, dalla Riforma Berlinguer che, sia detto tra parentesi liquida il povero Brocca, alla Riforma Renzi che ne costituisce la superfetazione come vedremo. Il caposaldo del paradigma è la complessità. In un mondo complesso e soggetto a rapidi mutamenti nessuno, tanto meno lo Stato, è in condizione di prefigurare il futuro perciò lo Stato identificherà obiettivi generali, sarebbe corretto definirli generici, ogni scuola costruirà i mezzi per raggiungerli, la famosa autonomia, e si verificheranno i risultati, naturalmente chi e come debba verificare sarà oggetto di discussione, ma questo non mette in dubbio il paradigma sia che verifichi lo Stato sia che verifichi OCSE o INVALSI.
Alcune parole d’ordine del paradigma delle riforme ritornano come parodia di una neolingua orwelliana.
Si parte dalla “centralità dello studente” che era il ricoscimento della cultura di classe del singolo e il bisogno di costruzione di cultura critica autonoma e si arriva alla “centralità del consumatore” nella formazione del “capitale umano”. Io società, stato, rinuncio a formare, mi limito ad offrire possibilità che il singolo, studente o famiglia, possono scegliere, poi la “mano invisibile” deciderà i sommersi ed i salvati. Gli esempi di applicazione sono innumerevoli: dai POF alla competizione tra scuole, ai “progettifici”, alcuni francamente irresistibili per comicità. Tutte le cosidette riforme sono riforme della governance nel senso del Panopticon di Bentham, non è necessario parlare di cultura o di programmi basta avere un largo ventaglio di offerta e la domanda s’incontrerà in un equilibrio produttivo.
Oppure la parola “lavoro”, nel paradigma delle riforme indicava la necessità che la scuola costruisse le competenze per operare nella società concreta, un’apertura in cui il mercato del lavoro fosse innervato dai saperi e dalle conoscenze, nel paradigma della società di mercato diviene l’alternanza scuola-lavoroin cui non il sapere costruisce lavoro e critica del lavoro, ma il mercato del lavoro costruisce sapere diventando esso stesso formatore, lo studente è persona che arricchisce il suo “capitale umano”, riempie il suo curriculum, il portfolio come si dice. Si pensava ad una scuola che trasformasse il mercato del lavoro ed abbiamo un mercato del lavoro che trasforma la scuola.
Ed infine la parola chiave “meritocrazia”, con i suoi corollari “mobilità sociale” ed “ascensore sociale”, anche qui un modello di società gerarchica, ma non organica, che affida il compito di valutazione al mercato invece che allo stato. Gentile voleva una società senza conflitto partendo da una visione organicistica, i “meritocrati” vogliono una società senza conflitto partendo dal merito, ambedue i paradigmi sono selettivi: in un caso a partire da tradizione e giudizio statale, nell’altro a partire dal successo economico. Ambedue sono modelli di società gerarchiche: in un caso con paletti e confini prefissati, nell’altro in maniera caotica e regolata dalla “mano invisibile” e dalla “centralità del consumatore”. Non si può non vedere nella Riforma Renzi la supefetazione di questo paradigma, che otterrebbe la sua definitiva vittoria con l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Conclusioni provvisorie.
Dice Matteo Renzi “Siamo riusciti nel capolavoro di avere tutti contro” e Fassino “Gli insegnanti sono stati contro tutte le riforme da qualunque parte proposte”, io credo il loro sconcerto sia reale. Il fatto è che non considerano le premesse: nella scuola si scontrano ancora oggi “gentiliani” e “riformisti”. I riformatori da Berlinguer a Renzi, passando da Moratti e Gelmini hanno operato, in maniera diversa certamente, ma nel “paradigma della società di mercato” (autonomia, competizione, valutazione), ma la cultura della scuola è un passo indietro ovvero un passo avanti. I riformatori odierni non capiscono le obiezioni perché per loro esiste un solo modello di società, quello di mercato, è il TINA (There is no alternative), ma nella scuola le alternative ci sono eccome, hanno nomi nobili: Gentile e Don Milani, sono culture politiche. Si badi che oggi si parla delle due destre, liberiste e globalizzatrici e protezioniste e sovraniste, manca il riferimento alla sinistra riformatrice, quella che pensa che la società ed il mercato debbano e possano essere cambiati, non è un caso che i bersagli siano sempre il ‘68 e Don Milani, “gentiliani” e “neoliberali” possono sempre incontrarsi negli elementi comuni, ma il “paradigma delle riforme” è incompatibile con il TINA.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Magari 2 paroline di accompagnamento del link aiutano a chiarire il pensiero... Vuol dire che le capacità di problem solving o di scomposizione dei problemi in problemi più semplici per trovare gli algoritmi di risoluzione, base dell'informatica, sono e si apprendono in realtà nei metodi di insegnamento delle altre materie? Tipo "dai la cera, togli la cera" di Karate Kid?
Prevalentemente sono attività di “gioco” in cui si insegna a scomporre in unità successive.
Ad esempio alla scuola dell’infanzia o primaria, guidando un compagno-robot a seguire istruzioni per spostarsi da un punto a un altro.
Tipo “fai due passi avanti, gira a destra, tre passi avanti…”
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino

IL PARADIGMA DELLE RIFORME
Negli anni ‘60 i difensori della riforma gentiliana furono sconfitti, i due fatti (l’industrializzazione di massa e la democrazia) avevano avuto la meglio. Il centrosinistra portò a casa la scuola media unica. La scuola dell’uguaglianza era raggiunta, ma per effetto della seconda premessa il cambiamento fu di facciata: i gentiliani continuavano a bocciare ed insegnavano come avrebbero dovuto negli anni ‘30. Se si pensa io scherzi, si prenda ad esempio la mia esperienza scolastica: sono nato nel 1959, nel 1969 facevo la quinta elementare con grembiulino e fiocco celeste e nella mia scuola elementare vigevano le punizioni corporali, per fortuna il mio maestro montessoriano le aveva abolite, ma nella classe accanto il maestro fascista ed ex-combattente dava delle “puzziche” (colpire la testa del bambini con le nocche del pugno) terrificanti, alle medie anni ‘70, c’erano le classi separata sezione per maschietti e per femminucce con uscite da scuola separate, i miei professori si erano formati negli anni ‘40. A rompere questo quieto tran tran molti docenti “progressisti” che si organizzavano intorno alla CGIL Scuola o nelle organizzazioni professionali, ma soprattutto un libro: “La lettera ad una professoressa”
Ancora oggi questo libro, del 1967, è urticante, bersaglio di tutti i “gentiliani” ed anche dei “meritocrati”, la differenza non è da poco, la vedremo così come ne vedremo i punti in comune. Cosa aveva di così scandaloso? I “gentiliani” ed i “meritocrati” osservano che la Lettera contesta la “selezione” e perciò “abbassa” la qualità della scuola ed attribusicono al libro la deriva della scuola di massa. Ora questa obiezione è ingegnua al punto da far pensare che i meritocrati siano stupidi ed abbiano problemi di comprensione del testo. In realtà il libro dimostrava non solo che un’altra scuola era possibile, ma che esisteva. Il valore del libro non è nella critica alla scuola “gentiliana”, ma nella potenza del lavoro dei ragazzi che l’hanno scritto, tanto è vero che allora si diceva “non è possibile sia stato scritto da ragazzi di terza media, l’ha scritto Milani”. Un linguaggio asciutto, dati inconfutabili ed una logica stringente dimostravano che c’era la possibilità di costruire una scuola che facesse cultura anziché “trasmetterla”. Il merito di Don Milani è qui: nel successo culturale alto dei suoi studenti. Nella Lettera la cultura diventa critica dell’esistente, capacità di costruire il futuro, di padroneggiare il proprio “destino”. Si dice che la Lettera sia ideologica, ma è esattamente il contrario: la Lettera dimostra che l’ideologia è “falsa coscienza” ed invita a decostruire i discorsi ed ad agire il conflitto. Una vera scuola democratica in cui ognuno, insieme agli altri, si costruisce il sapere. Parallelamente Tullio De Mauro, altro grande bersaglio, operava sulla lingua.
Basta la finisco qui, perché molto ci sarebbe da dire. I due, Don Milani e De Mauro, sono bersagli perché nelle loro pagine ed opere hanno mostrato che una “scuola di massa e di qualità” è possibile, ma è critica. In fondo a pensarci il problema di Socrate: insegnare è corrompere i giovani, sovvertire la tradizione. In fondo a loro, Don Milani e De Mauro, è andata meglio: a Socrate è toccata la cicuta.
Allora la scuola democratica ha vinto? Null’affatto, il secondo paradigma è sempre valido, l’opera di riforma è stata lenta e contraddittoria, i programmi della scuola media unica sono del 1979, e l’ultimo tentativo di riformare la secondaria è nel Progetto Brocca. Ma mentre la Sinistra tenta di trovare il modo di realizzare la scuola di Lorenzo Milani e De Mauro e la destra ripropone la “selezione”, il mondo, la società cambia.
IL PARADIGMA DELLA SOCIETA’ DI MERCATO
Siamo agli anni ‘90 e la scuola è irriformabile, piccoli aggiustamenti, riforme dell’esame di stato, ma il dibattito langue, la grande espansione del welfare e dello stato sociale rifluisce ed anche le speranze di modifica, in senso democratico, della società; emerge un nuovo paradigma. Questo paradigma è presente, seppur con accenti diversi, dalla Riforma Berlinguer che, sia detto tra parentesi liquida il povero Brocca, alla Riforma Renzi che ne costituisce la superfetazione come vedremo. Il caposaldo del paradigma è la complessità. In un mondo complesso e soggetto a rapidi mutamenti nessuno, tanto meno lo Stato, è in condizione di prefigurare il futuro perciò lo Stato identificherà obiettivi generali, sarebbe corretto definirli generici, ogni scuola costruirà i mezzi per raggiungerli, la famosa autonomia, e si verificheranno i risultati, naturalmente chi e come debba verificare sarà oggetto di discussione, ma questo non mette in dubbio il paradigma sia che verifichi lo Stato sia che verifichi OCSE o INVALSI.
Alcune parole d’ordine del paradigma delle riforme ritornano come parodia di una neolingua orwelliana.
Si parte dalla “centralità dello studente” che era il ricoscimento della cultura di classe del singolo e il bisogno di costruzione di cultura critica autonoma e si arriva alla “centralità del consumatore” nella formazione del “capitale umano”. Io società, stato, rinuncio a formare, mi limito ad offrire possibilità che il singolo, studente o famiglia, possono scegliere, poi la “mano invisibile” deciderà i sommersi ed i salvati. Gli esempi di applicazione sono innumerevoli: dai POF alla competizione tra scuole, ai “progettifici”, alcuni francamente irresistibili per comicità. Tutte le cosidette riforme sono riforme della governance nel senso del Panopticon di Bentham, non è necessario parlare di cultura o di programmi basta avere un largo ventaglio di offerta e la domanda s’incontrerà in un equilibrio produttivo.
Oppure la parola “lavoro”, nel paradigma delle riforme indicava la necessità che la scuola costruisse le competenze per operare nella società concreta, un’apertura in cui il mercato del lavoro fosse innervato dai saperi e dalle conoscenze, nel paradigma della società di mercato diviene l’alternanza scuola-lavoroin cui non il sapere costruisce lavoro e critica del lavoro, ma il mercato del lavoro costruisce sapere diventando esso stesso formatore, lo studente è persona che arricchisce il suo “capitale umano”, riempie il suo curriculum, il portfolio come si dice. Si pensava ad una scuola che trasformasse il mercato del lavoro ed abbiamo un mercato del lavoro che trasforma la scuola.
Ed infine la parola chiave “meritocrazia”, con i suoi corollari “mobilità sociale” ed “ascensore sociale”, anche qui un modello di società gerarchica, ma non organica, che affida il compito di valutazione al mercato invece che allo stato. Gentile voleva una società senza conflitto partendo da una visione organicistica, i “meritocrati” vogliono una società senza conflitto partendo dal merito, ambedue i paradigmi sono selettivi: in un caso a partire da tradizione e giudizio statale, nell’altro a partire dal successo economico. Ambedue sono modelli di società gerarchiche: in un caso con paletti e confini prefissati, nell’altro in maniera caotica e regolata dalla “mano invisibile” e dalla “centralità del consumatore”. Non si può non vedere nella Riforma Renzi la supefetazione di questo paradigma, che otterrebbe la sua definitiva vittoria con l’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Conclusioni provvisorie.
Dice Matteo Renzi “Siamo riusciti nel capolavoro di avere tutti contro” e Fassino “Gli insegnanti sono stati contro tutte le riforme da qualunque parte proposte”, io credo il loro sconcerto sia reale. Il fatto è che non considerano le premesse: nella scuola si scontrano ancora oggi “gentiliani” e “riformisti”. I riformatori da Berlinguer a Renzi, passando da Moratti e Gelmini hanno operato, in maniera diversa certamente, ma nel “paradigma della società di mercato” (autonomia, competizione, valutazione), ma la cultura della scuola è un passo indietro ovvero un passo avanti. I riformatori odierni non capiscono le obiezioni perché per loro esiste un solo modello di società, quello di mercato, è il TINA (There is no alternative), ma nella scuola le alternative ci sono eccome, hanno nomi nobili: Gentile e Don Milani, sono culture politiche. Si badi che oggi si parla delle due destre, liberiste e globalizzatrici e protezioniste e sovraniste, manca il riferimento alla sinistra riformatrice, quella che pensa che la società ed il mercato debbano e possano essere cambiati, non è un caso che i bersagli siano sempre il ‘68 e Don Milani, “gentiliani” e “neoliberali” possono sempre incontrarsi negli elementi comuni, ma il “paradigma delle riforme” è incompatibile con il TINA.
Una sana via di mezzo no eh? O un link buttato lì e chi vuol capire capisce, o un papiro
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Prevalentemente sono attività di “gioco” in cui si insegna a scomporre in unità successive.
Ad esempio alla scuola dell’infanzia o primaria, guidando un compagno-robot a seguire istruzioni per spostarsi da un punto a un altro.
Tipo “fai due passi avanti, gira a destra, tre passi avanti…”
Quindi è come il "dai la cera, togli la cera" di karate kid, uno fa una cosa che apparentemente non c'entra nulla e di punto in bianco diventa campione di karate. Non mi ha mai convinto del tutto come procedimento
 

Brunetta

Utente di lunga data
Una sana via di mezzo no eh? O un link buttato lì e chi vuol capire capisce, o un papiro
Ma il link del coding rimandava a Wikipedia. Niente di complicato.
La riflessione di PAONE è una sintesi, semplificatrice, del punto di vista sulla scuola.
Perché una posizione “filosofica“ l’abbiamo tutti, spesso non l’abbiamo consapevole.
È legittimo pensare che “viviamo (come sistema politico ed economico) nel migliore dei mondi possibili“. Di conseguenza desidereremo la scuola più efficiente per avere persone per attuare nel modo più efficiente quel modello.
È ugualmente legittimo pensare che la società e i sistemi economici e quelli politici che li legittimano, possano e debbano essere modificati e quindi penseremo come migliore una scuola che presenta modelli diversi e dia gli strumenti culturali per poter avere un atteggiamento critico.
E vale anche per altri modelli.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Ma il link del coding rimandava a Wikipedia. Niente di complicato.
La riflessione di PAONE è una sintesi, semplificatrice, del punto di vista sulla scuola.
Perché una posizione “filosofica“ l’abbiamo tutti, spesso non l’abbiamo consapevole.
È legittimo pensare che “viviamo (come sistema politico ed economico) nel migliore dei mondi possibili“. Di conseguenza desidereremo la scuola più efficiente per avere persone per attuare nel modo più efficiente quel modello.
È ugualmente legittimo pensare che la società e i sistemi economici e quelli politici che li legittimano, possano e debbano essere modificati e quindi penseremo come migliore una scuola che presenta modelli diversi e dia gli strumenti culturali per poter avere un atteggiamento critico.
E vale anche per altri modelli.
Certo, io ho solo detto che, secondo me, piuttosto che fare tot ore di francese (o in generale una seconda lingua straniera), o ventilare un ritorno del latino alle medie (tema del thread), per quando nobile, considerando lo zero dell'informatica mi pare poco adeguato ai tempi.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Quindi è come il "dai la cera, togli la cera" di karate kid, uno fa una cosa che apparentemente non c'entra nulla e di punto in bianco diventa campione di karate. Non mi ha mai convinto del tutto come procedimento
No. Non hai capito, probabilmente, per semplificare, ho detto male io.
Per evitarlo avevo messo il link.
Accidenti vediamo se riesco a spiegarmi, restando breve.
Gli apprendimenti dei bambini passano attraverso attività (perché i bambini arrivano molto gradualmente alla astrazione e quindi alle teorie) che fanno sperimentare ciò che POI verrà sistematizzato come teoria.
L’uso degli strumenti informatici è intuitivo perché è così che sono strutturate le interfacce amichevoli. Quindi non è più necessario insegnare come usare un pc.
Quindi ciò che va insegnato è la logica che c’è dietro il funzionamento della programmazione informatica. Non per creare programmatori, ma per creare una competenza logica utile in molti settori.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Certo, io ho solo detto che, secondo me, piuttosto che fare tot ore di francese (o in generale una seconda lingua straniera), o ventilare un ritorno del latino alle medie (tema del thread), per quando nobile, considerando lo zero dell'informatica mi pare poco adeguato ai tempi.
Quindi ritieni formativo adeguarsi ai tempi.
In altre parole una formazione che fa adeguare all’esistente.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
No. Non hai capito, probabilmente, per semplificare, ho detto male io.
Per evitarlo avevo messo il link.
Accidenti vediamo se riesco a spiegarmi, restando breve.
Gli apprendimenti dei bambini passano attraverso attività (perché i bambini arrivano molto gradualmente alla astrazione e quindi alle teorie) che fanno sperimentare ciò che POI verrà sistematizzato come teoria.
L’uso degli strumenti informatici è intuitivo perché è così che sono strutturate le interfacce amichevoli. Quindi non è più necessario insegnare come usare un pc.
Quindi ciò che va insegnato è la logica che c’è dietro il funzionamento della programmazione informatica. Non per creare programmatori, ma per creare una competenza logica utile in molti settori.
Tu dici? allora perchè finora ogni volta che sono da un medico (per fortuna ne vedo pochi) puntualmente non capisce come scrivere una cazzo di ricetta col suo pc e mi viene l'istinto di prenderglielo di mano e di scriverla io dal nervoso? L'analfabetismo in questo senso ha le dimensioni di una piaga sociale. Certo per riconoscerlo occorre avere almeno qualche competenza in più, se no sembra solo uno che ha ragione a non sapere cosa fare di fronte ad un oggetto misterioso e maligno.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Quindi ritieni formativo adeguarsi ai tempi.
In altre parole una formazione che fa adeguare all’esistente.
Un minimo si, oppure hanno sbagliato a introdurre quel minimo di informatica che teoricamente compare in certi programmi. E' anche piacevole e stimolante studiare qualcosa che ha attinenza con la realtà di tutti i giorni
 

Brunetta

Utente di lunga data
Tu dici? allora perchè finora ogni volta che sono da un medico (per fortuna ne vedo pochi) puntualmente non capisce come scrivere una cazzo di ricetta col suo pc e mi viene l'istinto di prenderglielo di mano e di scriverla io dal nervoso? L'analfabetismo in questo senso ha le dimensioni di una piaga sociale. Certo per riconoscerlo occorre avere almeno qualche competenza in più, se no sembra solo uno che ha ragione a non sapere cosa fare di fronte ad un oggetto misterioso e maligno.
Ma questo indica solo la tua mancanza di comprensione e di pazienza 😊
 

Brunetta

Utente di lunga data
Un minimo si, oppure hanno sbagliato a introdurre quel minimo di informatica che teoricamente compare in certi programmi. E' anche piacevole e stimolante studiare qualcosa che ha attinenza con la realtà di tutti i giorni
Veramente è una cosa diversa di cui dicevo.
Hai letto Rosario Paone?
Ha fatto una sintesi di volumi sulla pedagogia e la filosofia della scuola.
Nessuno ha mai pensato a una scuola avulsa dalla realtà, qualsiasi sia la sua filosofia di vita.
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Ma questo indica solo la tua mancanza di comprensione e di pazienza 😊
Sono fin troppo paziente, perchè se mentre il medico non riesce a scrivere la suddetta ricetta si forma una coda di pazienti dietro di me, e invece di visitarne 10 ne visita 5 nello stesso tempo, solo perchè è un analfabeta funzionale in ambito tecnologico, si capisce facilmente che è un problema di un certo rilievo
 

ParmaLetale

Utente cornasubente per diritto divino
Veramente è una cosa diversa di cui dicevo.
Hai letto Rosario Paone?
Ha fatto una sintesi di volumi sulla pedagogia e la filosofia della scuola.
Nessuno ha mai pensato a una scuola avulsa dalla realtà, qualsiasi sia la sua filosofia di vita.
Appena ho un attimo leggo..
 

danny

Utente di lunga data
Un minimo si, oppure hanno sbagliato a introdurre quel minimo di informatica che teoricamente compare in certi programmi. E' anche piacevole e stimolante studiare qualcosa che ha attinenza con la realtà di tutti i giorni
Sì, però...
Secondo me se uno non sa usare uno strumento con un'interfaccia user friendly è semplicemente una persona mentalmente pigra o refrattaria.
Per imparare a usare correttamente uno strumento informatico ci sono informazioni on line, video tutorial, per la maggior parte dei programmi basta un minimo di volontà e di capacità mentali per migliorare l'interazione quando richiesta.
L'insegnamento a scuola dovrebbe favorire una conoscenza più tecnica e specialista, che non credo sia materia adatta a un liceo classico o scientifico perché dovrebbe formare competenze che vanno al di là del semplice utilizzo e quindi da utilizzare in ambiti più specifici.
Diciamo che contro la pigrizia mentale delle persone che non sanno nemmeno aggiornare un sistema operativo o capire come funziona una daw o un qualsiasi software specifico c'è poco da fare.
Sono pigri, e restano tali qualsiasi corso intraprendano.
O semplicemente refrattari alla tecnologia.
Ho sentito persone che si ritenevano superiori perché non usavano normalmente mail, social, etc perché snobbavano le innovazioni tecnologiche, anteponendo la superiorità della conoscenza classica all'uso della tecnologia del quotidiano, ovvero mescolando pere con mele.
Certo, se poi fai errori banalissimi nel lavoro, e chiedi sempre aiuto a qualcun altro, la vantata superiorità del classico non ti rende migliore, ma solo obsoleto. Ma non è un problema che deve risolvere la scuola.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Sono fin troppo paziente, perchè se mentre il medico non riesce a scrivere la suddetta ricetta si forma una coda di pazienti dietro di me, e invece di visitarne 10 ne visita 5 nello stesso tempo, solo perchè è un analfabeta funzionale in ambito tecnologico, si capisce facilmente che è un problema di un certo rilievo
L’ho messa sul ridere.
Chi ha rapporti con il settore pubblico, come la sanità o la scuola, DEVE usare siti e programmi predisposti. Spesso sono proposte scelte in base ai criteri del pubblico, cioè per gara e obbligatoriamente quello che costa meno.
Queste interfacce sono prevalentemente lente e farraginose.
 
Top