“Un avo” nobile è facile, scopavano e figliavano come ricci, i rami laterali si moltiplicavano, il figlio della servotta diventava cugino di qualcuno, il nipote del fattore trovava una pergamena ingiallita, e dopo tre generazioni tutti a lucidarsi il quarto di nobiltà come fosse l’argenteria buona.
Il punto però non era “avere un avo”. Il punto era trasmettere un titolo, quindi terre, quindi rendite.
La nobiltà era una cosa molto semplice: possedevi terreni, altri li coltivavano, e tu incassavi senza fare un cazzo, o meglio: tu facevi la guerra e crepavi in prima linea, in cambio non facevi altro.
Oggi quelli che hanno conservato qualcosa fanno più o meno sempre le stesse cose: vino, cavalli, cani, agriturismi con le travi a vista. Quelli svegli hanno fatto immobiliare. Il trust Pamphilj, l’unico di cui abbia mai visto i bilanci, ha un patrimonio immobiliare da circa tre miliardi. Quelli scemi, invece, nel tempo si sono mangiati tutto tra cause, cugini, manutenzioni impossibili e figlie da sistemare.
Poi c’è il grande rimosso del Sud Italia.
L’aristocrazia meridionale ha una responsabilità storica enorme nella nascita della criminalità organizzata. La picciotteria, quella che poi diventa primissima mafia e primissima ’ndrangheta, era spesso il braccio operativo di nobili che stavano nei palazzi di Napoli o Palermo e amministravano latifondi a distanza. Quelli che dovevano controllare terre, affitti, contadini e bestiame sono passati dal rubare tre polli a fare i sensali, gli intermediari, gli uomini d’ordine. E a forza di fare il lavoro sporco per conto di altri hanno capito che potevano tenersi pure il tavolo.
Quanto ai titoli, i sistemi giuridici sono diversi.
Nelle monarchie costituzionali, Inghilterra, Nord Europa e compagnia, la nobiltà continua a essere riconosciuta dentro convenzioni mai davvero morte. Nelle repubbliche normali, tipo Francia o Svizzera, i titoli possono sopravvivere come elementi storici, genealogici, sociali, talvolta riconosciuti in base a trattati e regole specifiche. Nelle repubbliche di stampo socialista come la nostra, invece, la nobiltà è stata spazzata via politicamente, salvo enclavi e ordinamenti particolari.
Poi ci sono Vaticano, San Marino, lo SMOM, e tutta quella zona grigia dove il diritto internazionale e la voglia umana di mettersi una croce sul petto continuano a fare il loro giro.
La cosa importante però è un’altra: il riscatto vero delle terre non esiste quasi più. Dove si può ancora fare qualcosa, spesso passa da lasciti, enti ecclesiastici, ordini religiosi, fondazioni, vecchie proprietà rimaste sospese come polvere sui mobili. Ne ho seguite parecchie di queste faccende. Roba più da catasto, archivi e notai che da ballo in maschera.
Per questo mi fa ridere
@hammer, siciliano, intrappolato tra lo Stato sopra e Cosa Nostra sotto, che dice “comandiamo noi” come se non venisse dalla patria dello squacchio, come lo chiamano a Catania. Ma vabbè, porello. Lui ha come titolo di studio il pollice opponibile, tocca capirlo.
La nobiltà italiana oggi fa ridere solo a chi non capisce come funziona davvero questo Paese.
Perché in Italia non c’è una vera economia di mercato. Ci sono patrimoni. Immobili, rendite, eredità, famiglie, terreni, quote, palazzi, fondazioni, partecipazioni, roba vecchia che continua a produrre effetti nuovi anche solo a tenere ferme le cose. È per questo che non si fa una patrimoniale seria. È per questo che spesso conviene fiscalmente ereditare piuttosto che lavorare. È per questo che pensare che la nobiltà italiana, per quanto decaduta, miserabile o ridotta a vendere bottiglie col blasone sull’etichetta, non abbia ancora un impatto sulla vita quotidiana, è roba da figlio illegittimo di Barbara D’Urso.
Detto questo, senza fare la ruota: lasciare decine di migliaia di euro agli uffici araldici ha senso solo in due casi.
O recuperi beni materiali o ottieni un miglioramento reale nella vita di relazione.
Il resto è cosplay con la parcella. Salata.
Anche perché di nobili sfondati, senza soldi, pronti a farti sposare la figlia e magari passarti un titolo purché tu contribuisca a mantenere l’intonaco della villa di famiglia, ne trovi quanti ne vuoi.
Mio zio lo ha fatto perché ci teneva davvero. Sapeva un sacco di cose, molte trasmessegli da suo padre, e dal mio trisnonno e ci ha lavorato per vent’anni. Io e i miei cugini, tutto sommato, siamo contenti di sapere di appartenere a una famiglia che fa danni in giro da almeno ottocento anni.
Poi magari un giorno, se avrò un milione e mezzo da buttare, il palazzo di famiglia al paese me lo ricompro.
Ma questa è un’altra storia.