Malattia

Vera

Supermod disturbante
Staff Forum
Ma io non cerco sostegno... dico solo che niente come questa malattia mi prende male. Ognuno ha il suo punto debole, io ho questo. Poi se devo stare vicino a qualcuno che ce l'ha, ovvio che faccio di tutto per non far trasparire, per schermare il più possibile. Ho fatto volontariato sanitario, qualcosa ho imparato in questo campo. Ma la prima reazione è di dolore.
C'è forse qualcuno che rimane indifferente nel sapere che un parente, un amico, un conoscente è malato di cancro?
 

Andromeda4

Utente di lunga data
C'è forse qualcuno che rimane indifferente nel sapere che un parente, un amico, un conoscente è malato di cancro?
Ho sbagliato io a rispondere nel thread mi sa.
Ho detto che MI PRENDE MALE. Non voglio dire "come se lo avessi io". Ma mi prende troppo, mi fa stare veramente male, non ci dormo la notte. Ho dovuto fare un soccorso ed eseguire il protocollo al mio ex amante malato terminale (morto un'ora dopo un ospedale) e il suo viso che chiedeva aiuto senza parlare ce l'ho davanti agli occhi ogni giorno.
Ho soddisfatto la tua curiosità?
 

Marjanna

Utente di lunga data
Ho sbagliato io a rispondere nel thread mi sa.
Ho detto che MI PRENDE MALE. Non voglio dire "come se lo avessi io". Ma mi prende troppo, mi fa stare veramente male, non ci dormo la notte. Ho dovuto fare un soccorso ed eseguire il protocollo al mio ex amante malato terminale (morto un'ora dopo un ospedale) e il suo viso che chiedeva aiuto senza parlare ce l'ho davanti agli occhi ogni giorno.
Ho soddisfatto la tua curiosità?
Ma guarda non credo fosse un’accusa verso di te.
Quello che tu scrivi "mi prende male", a me fa pensare ad una situazione di panico. Che ci si possa pensare ci sta tutta. Arrivare ad uno stato di insonnia non va benissimo, perchè ovviamente poi il tuo fisico ne risente.
Trovo ammirevole chi decide di dedicarsi a livello di volontariato o con professioni inserite in reparti specifici, ma stai attenta, che poi non ti venga una reazione di gelo, se ti troverai ogni giorno a vedere persone con questa malattia.
Prova a capire prima, se hai fatto questa scelta, come gestire "il male che prende" dentro di te. Magari non sei neppure l’unica che prova qualcosa di simile, percui non farti problemi ad esprimerti, anzi può essere che tiri fuori qualcosa di inespresso, che provano altri tuoi colleghi e che non sanno come gestire.
 

Vera

Supermod disturbante
Staff Forum
Ho sbagliato io a rispondere nel thread mi sa.
Ho detto che MI PRENDE MALE. Non voglio dire "come se lo avessi io". Ma mi prende troppo, mi fa stare veramente male, non ci dormo la notte. Ho dovuto fare un soccorso ed eseguire il protocollo al mio ex amante malato terminale (morto un'ora dopo un ospedale) e il suo viso che chiedeva aiuto senza parlare ce l'ho davanti agli occhi ogni giorno.
Ho soddisfatto la tua curiosità?
Forse non è l'unico punto debole. La mia non era curiosità, comunque grazie della risposta.
 

Andromeda4

Utente di lunga data
Ma guarda non credo fosse un’accusa verso di te.
Quello che tu scrivi "mi prende male", a me fa pensare ad una situazione di panico. Che ci si possa pensare ci sta tutta. Arrivare ad uno stato di insonnia non va benissimo, perchè ovviamente poi il tuo fisico ne risente.
Trovo ammirevole chi decide di dedicarsi a livello di volontariato o con professioni inserite in reparti specifici, ma stai attenta, che poi non ti venga una reazione di gelo, se ti troverai ogni giorno a vedere persone con questa malattia.
Prova a capire prima, se hai fatto questa scelta, come gestire "il male che prende" dentro di te. Magari non sei neppure l’unica che prova qualcosa di simile, percui non farti problemi ad esprimerti, anzi può essere che tiri fuori qualcosa di inespresso, che provano altri tuoi colleghi e che non sanno come gestire.
Ora non faccio più volontariato, ho chiuso (mai dire mai nella vita ma ora è così) con un mondo che si era rivelato marcio, più di quanto possa sembrare dall'esterno.
Sto facendo questo corso Oss anche per capire tante cose di me, mettermi alla prova, magari poi scopro che non è per me, vedremo.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Ho sbagliato io a rispondere nel thread mi sa.
Ho detto che MI PRENDE MALE. Non voglio dire "come se lo avessi io". Ma mi prende troppo, mi fa stare veramente male, non ci dormo la notte. Ho dovuto fare un soccorso ed eseguire il protocollo al mio ex amante malato terminale (morto un'ora dopo un ospedale) e il suo viso che chiedeva aiuto senza parlare ce l'ho davanti agli occhi ogni giorno.
Ho soddisfatto la tua curiosità?
Quoto te...ma è più generale il mio discorso.

Per lavoro ho accompagnato alla morte. Persone giovani, persone meno giovani.
Spesso ho accompagnato persone che alla società fanno letteralmente schifo. che non sono volute, men che meno desiderate. Che sono considerate inesistenti, fastidiose.
Per lavoro non potevo curare. Io non sono un medico.
Potevo solo stare lì. Ciò che era ed è in mio controllo è l'empatia, la vicinanza calibrata, la distanza che lascia spazio.

Ho diversi ricordi della morte.
Ma soprattutto ho diversi ricordi della vita.
Ricordi di ricordi, che custodisco gelosamente in una stanza interiore riservata.
Doni preziosi. Che non ho la minima intenzione di lasciare indietro. Neanche in caso di naufragio di me.

La morte mi insegna la vita.
E la vita mi insegna la morte.
Le vedo e le percepisco strettamente connesse, soprattutto in termini di significato profondo.
E so che è qualcosa di antichissimo, ben prima che si iniziasse a teorizzare di Eros e Thanatos.
E tutto sommato, la loro, è una storia vissuta centinaia di migliaia di volte nel corso della storia di ogni vivente.
Ho paura della morte ma so che è la mia più stretta compagna. E so che è anche nella sua ombra che io, le persone che amo, e anche quelle che non amo, chiudiamo gli occhi, in ogni singolo istante di esistenza.

I riti della vita e della morte, sono storicamente, connessi all'essere femmina.
Il momento del parto è uno di quelli - purtroppo è spesso dimenticato - in cui il velo si assottiglia.

La mia decana, ostetrica quasi un secolo fa, ormai vive nei ricordi, mi racconta di parti che raccontati oggi sembrano provenire da un'altra dimensione. Della sua sensazione di vicinanza alla morte...e anche del potere che sentiva scorrerle fra le mani quando accompagnava la vita ad entrare nel mondo. Imparo ad ogni racconto. Ricordo ricordi che non sono miei, ma appartengono alla mia appartenenza.

Sono una persona fortunata. Moltissimo.
Mio padre ha attraversato un linfoma, mia nonna è morta, idem l'altra nonna.
Geneticamente molto probabilmente anche io, mia sorella, mio padre, potremmo ammalarci.
Oppure potremmo morire oggi stesso cadendo da una scala, oppure rimanere paralizzati, oppure un ictus...oppure bere un goccio d'acqua e morire soffocati. Oppure...l'elenco è lunghissimo.

Tutto questo per dire...resto sempre molto stranita di fronte alla dimenticanza della morte. E al concentrarsi sul sintomo (questa o quella malattia)
Di fronte al considerarla come qualcosa di estraneo alla vita. Di fronte al non osservare e con meraviglia la stretta connessione fra la vita e la morte, i cicli che si ripetono....trovo veramente stupefacente che in un contesto sociale in cui si ricerca spasmodicamente il controllo e la stabilità si tenda ad evitare l'unica cosa veramente stabile e sicura: moriremo. Tutti. Chi più soffrendo chi meno.
E' una costante di ogni vita apparsa in terra e ci connette con tutti i regni dei viventi...e anche dei non viventi, che se non muoiono comunque scompaiono.

E onestamente io la trovo invece assolutamente rassicurante.
Mi rimanda a chi sono, alla mia umanità, al mio essere un insignificante esperimento evolutivo.
Mi rimanda che per fortuna, non siamo speciali.
Ma siamo invece capaci di inventarci la nostra specialità.

Mi rassicura e mi rilassa il pensiero per cui io e una formica abbiamo in comune il fatto che moriremo.
Mi piace essere parte.

E penso che rifiutarlo....non sia un buon affare.

Credo che la dimenticanza peggiore del genere umano, sia la sua mortalità.
 

CIRCE74

Utente di lunga data
Quoto te...ma è più generale il mio discorso.

Per lavoro ho accompagnato alla morte. Persone giovani, persone meno giovani.
Spesso ho accompagnato persone che alla società fanno letteralmente schifo. che non sono volute, men che meno desiderate. Che sono considerate inesistenti, fastidiose.
Per lavoro non potevo curare. Io non sono un medico.
Potevo solo stare lì. Ciò che era ed è in mio controllo è l'empatia, la vicinanza calibrata, la distanza che lascia spazio.

Ho diversi ricordi della morte.
Ma soprattutto ho diversi ricordi della vita.
Ricordi di ricordi, che custodisco gelosamente in una stanza interiore riservata.
Doni preziosi. Che non ho la minima intenzione di lasciare indietro. Neanche in caso di naufragio di me.

La morte mi insegna la vita.
E la vita mi insegna la morte.
Le vedo e le percepisco strettamente connesse, soprattutto in termini di significato profondo.
E so che è qualcosa di antichissimo, ben prima che si iniziasse a teorizzare di Eros e Thanatos.
E tutto sommato, la loro, è una storia vissuta centinaia di migliaia di volte nel corso della storia di ogni vivente.
Ho paura della morte ma so che è la mia più stretta compagna. E so che è anche nella sua ombra che io, le persone che amo, e anche quelle che non amo, chiudiamo gli occhi, in ogni singolo istante di esistenza.

I riti della vita e della morte, sono storicamente, connessi all'essere femmina.
Il momento del parto è uno di quelli - purtroppo è spesso dimenticato - in cui il velo si assottiglia.

La mia decana, ostetrica quasi un secolo fa, ormai vive nei ricordi, mi racconta di parti che raccontati oggi sembrano provenire da un'altra dimensione. Della sua sensazione di vicinanza alla morte...e anche del potere che sentiva scorrerle fra le mani quando accompagnava la vita ad entrare nel mondo. Imparo ad ogni racconto. Ricordo ricordi che non sono miei, ma appartengono alla mia appartenenza.

Sono una persona fortunata. Moltissimo.
Mio padre ha attraversato un linfoma, mia nonna è morta, idem l'altra nonna.
Geneticamente molto probabilmente anche io, mia sorella, mio padre, potremmo ammalarci.
Oppure potremmo morire oggi stesso cadendo da una scala, oppure rimanere paralizzati, oppure un ictus...oppure bere un goccio d'acqua e morire soffocati. Oppure...l'elenco è lunghissimo.

Tutto questo per dire...resto sempre molto stranita di fronte alla dimenticanza della morte. E al concentrarsi sul sintomo (questa o quella malattia)
Di fronte al considerarla come qualcosa di estraneo alla vita. Di fronte al non osservare e con meraviglia la stretta connessione fra la vita e la morte, i cicli che si ripetono....trovo veramente stupefacente che in un contesto sociale in cui si ricerca spasmodicamente il controllo e la stabilità si tenda ad evitare l'unica cosa veramente stabile e sicura: moriremo. Tutti. Chi più soffrendo chi meno.
E' una costante di ogni vita apparsa in terra e ci connette con tutti i regni dei viventi...e anche dei non viventi, che se non muoiono comunque scompaiono.

E onestamente io la trovo invece assolutamente rassicurante.
Mi rimanda a chi sono, alla mia umanità, al mio essere un insignificante esperimento evolutivo.
Mi rimanda che per fortuna, non siamo speciali.
Ma siamo invece capaci di inventarci la nostra specialità.

Mi rassicura e mi rilassa il pensiero per cui io e una formica abbiamo in comune il fatto che moriremo.
Mi piace essere parte.

E penso che rifiutarlo....non sia un buon affare.

Credo che la dimenticanza peggiore del genere umano, sia la sua mortalità.
Solo esistendo la morte la vita ha un senso...ho sempre sentito dire che durante il parto la morte passa sopra la testa della partoriente per 7 volte...penso anche io che in quel momento la vita e la morte si toccano pericolosamente...sono sensazioni fortissime che stranamente scompaiono e si dimenticano nel momento che tutto finisce...esattamente come non ricordiamo la nostra di nascita...il nascituro soffre molto più della mamma, sono dolori che tutti noi abbiamo provato, i più forti in assoluto rispetto a quelli che potremmo provare durante tutta la vita...eppure vengono dimenticati...
Spesso mi metto a pensare come sarebbe la mia vita se fosse infinita e stranamente l'unica sensazione che provo non è di sollievo bensì di pesantezza...sarebbe una prospettiva che mi stanca solo a pensarla...tutti i nostri progetti sarebbero vanificati senza la morte, per assurdo il non morire porterebbe la vita ad essere inutile e invivibile.
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Solo esistendo la morte la vita ha un senso...ho sempre sentito dire che durante il parto la morte passa sopra la testa della partoriente per 7 volte...penso anche io che in quel momento la vita e la morte si toccano pericolosamente...sono sensazioni fortissime che stranamente scompaiono e si dimenticano nel momento che tutto finisce...esattamente come non ricordiamo la nostra di nascita...il nascituro soffre molto più della mamma, sono dolori che tutti noi abbiamo provato, i più forti in assoluto rispetto a quelli che potremmo provare durante tutta la vita...eppure vengono dimenticati...
Spesso mi metto a pensare come sarebbe la mia vita se fosse infinita e stranamente l'unica sensazione che provo non è di sollievo bensì di pesantezza...sarebbe una prospettiva che mi stanca solo a pensarla...tutti i nostri progetti sarebbero vanificati senza la morte, per assurdo il non morire porterebbe la vita ad essere inutile e invivibile.
Perchè pericolosamente?
Io, ma è la mia visione, userei meravigliosamente.
E' un attimo di infinito.

Noi viviamo in un mondo in cui partorire è presentato in modo romantico quasi. E' diventato strano il dolore. (non che sia auspicabile...ma da qui a strano..)
Dai racconti della mia decana, il parto non era romantico.
Era vita intensissima. E morte e vita. Sangue. Dolore. Forza. Soprattutto.

La mia decana mi racconta episodi spaventosi ed al contempo ridicolissimi....la partoriente che sgridava chi intorno a lei chiacchierava in attesa del momento del parto, fra una doglia (mica anestesie eh) e l'altra. E alcune di queste donne le ho incontrate...e ancora a distanza di decenni ricordano la decana, nelle sue diverse vesti durante il loro parto.

Lo trovo veramente affascinante.

Ormai è provato scientificamente che dolore e piacere sono strettamente connessi.
Togli uno e scompare pure l'altro.
Che è poi il motivo per cui del parto resta un ricordo del dolore che messo in bilancia viene spostato nel piacere della nuova vita e soprattutto della cura.

Salvo i casi in cui questo equilibrio non viene ristabilito...si diceva la chimica, in altro 3d.
Ricordo il marito disperato di una amica chiamarmi di notte, subito dopo il parto di lei, che era andata in crisi psicotica. E ci era rimasta per parecchio tempo. Equilibri sballati che esplodono sottoposti a stress.

Onestamente non penso sia quantificabile il dolore...soprattutto non penso sia eliminabile.
Ognuno vive il suo dolore come assoluto.
La relativizzazione del dolore è frutto di meta-cognizione.
L'astrazione del dolore è frutto di meta- cognizione.

Nel regno animale non è raro vedere animali feriti attaccare a caso, o fuggire...guardavo il mio micio, che ha un linfoma, stare male e lui stava lì. Fermo e immobile. Facendo le fusa con la saliva che colava dalla bocca. Stava soffrendo e parecchio. Il suo stare fermo era una difesa. Una tensione. E la si vedeva tutta...la si sentiva...ogni singolo muscolo teso nella gestione.

Mio padre uguale. Lo vedevo soffrire e vedevo la tensione di quel dolore.
Lo guardavo camminare e impiegare dieci volte più tempo di quello che avrebbe impiegato. Vedevo la rabbia e la paura.

In entrambi i casi, e negli altri, sentivo la mia impotenza scuotermi nel profondo. Richiamarmi a me. Alle mie paure profonde, ai miei tabù. Alla mia essenza.

Onestamente non vedo grossa differenza...i viventi soffrono. Il loro dolore è immenso nel momento in cui accade.
In ogni organismo si attivano bilanciamenti al dolore.

I masochisti questo lo sanno bene.
Schiaffo. Dolore. Endorfine. Piacere.

Ma lo sappiamo tutti. Lo sperimentiamo tutti.

Non dimentichiamo. Semplicemente mentre noi viviamo una esperienza siamo totalmente immersi nell'esperienza che stiamo vivendo.
I ricordi però sono ben più numerosi di quell'esperienza. Quindi l'esperienza viene ri-bilanciata in un equilibrio dinamico.
Ogni età, fra l'altro, scrive i ricordi in un codice relativo a quell'età. Che è il motivo per cui in altre età non sappiamo ritrovare quell'esperienza immagazzinata.
Non è che non c'è. Non è che è dimenticata.

E' semplicemente archiviata in un codice di cui non abbiamo la chiave.
Accediamo semplicemente ai ricordi "universali" (nel senso del codice di scrittura del ricordo) di ogni età.

E guarda un po'...in situazioni di forte stress come per magia riappaiono ricordi che non si credeva di avere.

A me la morte piace.
Mi piace osservarla, e per certi versi attenderla.
Ho qualche problema con la noia :D...il pensiero della morte mi sostiene nella gestione della noia.

Adesso onestamente mi spiacerebbe morire, sono in un momento della vita in cui sono presa da quello che sto vivendo e non desidererei interrompere le esperienze che sto facendo.
In altri momenti avrei vissuto la morte come una liberazione.

Non riesco neanche ad immaginare una vita eterna se poi esente dal dolore mi terrorizza.
Quindi non riesco ad agganciare nessuna sensazione a riguardo...mi è proprio inimmaginabile e indesiderabile.
Per me e per tutti.

Quando ho avuto la fortuna di poter salutare, sono stata profondamente grata dell'esserci.
E del poter osservare la vita scivolare via.
Mi fa una infinita tenerezza. Mi commuove.
E ricordo alcuni "sono stanco/sono stanca" che chiedevano fondamentalmente una sorta di "permesso" al lasciarsi andare.
E' tutta roba che tengo stretta stretta e in cui mi raccolgo, in un abbraccio. Caldo.
 
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ologramma

Utente di lunga data
Perchè pericolosamente?
Io, ma è la mia visione, userei meravigliosamente.
E' un attimo di infinito.

Noi viviamo in un mondo in cui partorire è presentato in modo romantico quasi. E' diventato strano il dolore. (non che sia auspicabile...ma da qui a strano..)
Dai racconti della mia decana, il parto non era romantico.
Era vita intensissima. E morte e vita. Sangue. Dolore. Forza. Soprattutto.

La mia decana mi racconta episodi spaventosi ed al contempo ridicolissimi....la partoriente che sgridava chi intorno a lei chiacchierava in attesa del momento del parto, fra una doglia (mica anestesie eh) e l'altra. E alcune di queste donne le ho incontrate...e ancora a distanza di decenni ricordano la decana, nelle sue diverse vesti durante il loro parto.

Lo trovo veramente affascinante.

Ormai è provato scientificamente che dolore e piacere sono strettamente connessi.
Togli uno e scompare pure l'altro.
Che è poi il motivo per cui del parto resta un ricordo del dolore che messo in bilancia viene spostato nel piacere della nuova vita e soprattutto della cura.

Salvo i casi in cui questo equilibrio non viene ristabilito...si diceva la chimica, in altro 3d.
Ricordo il marito disperato di una amica chiamarmi di notte, subito dopo il parto di lei, che era andata in crisi psicotica. E ci era rimasta per parecchio tempo. Equilibri sballati che esplodono sottoposti a stress.

Onestamente non penso sia quantificabile il dolore...soprattutto non penso sia eliminabile.
Ognuno vive il suo dolore come assoluto.
La relativizzazione del dolore è frutto di meta-cognizione.
L'astrazione del dolore è frutto di meta- cognizione.

Nel regno animale non è raro vedere animali feriti attaccare a caso, o fuggire...guardavo il mio micio, che ha un linfoma, stare male e lui stava lì. Fermo e immobile. Facendo le fusa con la saliva che colava dalla bocca. Stava soffrendo e parecchio. Il suo stare fermo era una difesa. Una tensione. E la si vedeva tutta...la si sentiva...ogni singolo muscolo teso nella gestione.

Mio padre uguale. Lo vedevo soffrire e vedevo la tensione di quel dolore.
Lo guardavo camminare e impiegare dieci volte più tempo di quello che avrebbe impiegato. Vedevo la rabbia e la paura.

In entrambi i casi, e negli altri, sentivo la mia impotenza scuotermi nel profondo. Richiamarmi a me. Alle mie paure profonde, ai miei tabù. Alla mia essenza.

Onestamente non vedo grossa differenza...i viventi soffrono. Il loro dolore è immenso nel momento in cui accade.
In ogni organismo si attivano bilanciamenti al dolore.

I masochisti questo lo sanno bene.
Schiaffo. Dolore. Endorfine. Piacere.

Ma lo sappiamo tutti. Lo sperimentiamo tutti.

Non dimentichiamo. Semplicemente mentre noi viviamo una esperienza siamo totalmente immersi nell'esperienza che stiamo vivendo.
I ricordi però sono ben più numerosi di quell'esperienza. Quindi l'esperienza viene ri-bilanciata in un equilibrio dinamico.
Ogni età, fra l'altro, scrive i ricordi in un codice relativo a quell'età. Che è il motivo per cui in altre età non sappiamo ritrovare quell'esperienza immagazzinata.
Non è che non c'è. Non è che è dimenticata.

E' semplicemente archiviata in un codice di cui non abbiamo la chiave.
Accediamo semplicemente ai ricordi "universali" (nel senso del codice di scrittura del ricordo) di ogni età.

E guarda un po'...in situazioni di forte stress come per magia riappaiono ricordi che non si credeva di avere.

A me la morte piace.
Mi piace osservarla, e per certi versi attenderla.
Ho qualche problema con la noia :D...il pensiero della morte mi sostiene nella gestione della noia.

Adesso onestamente mi spiacerebbe morire, sono in un momento della vita in cui sono presa da quello che sto vivendo e non desidererei interrompere le esperienze che sto facendo.
In altri momenti avrei vissuto la morte come una liberazione.

Non riesco neanche ad immaginare una vita eterna se poi esente dal dolore mi terrorizza.
Quindi non riesco ad agganciare nessuna sensazione a riguardo...mi è proprio inimmaginabile e indesiderabile.
Per me e per tutti.

Quando ho avuto la fortuna di poter salutare, sono stata profondamente grata dell'esserci.
E del poter osservare la vita scivolare via.
Mi fa una infinita tenerezza. Mi commuove.
E ricordo alcuni "sono stanco/sono stanca" che chiedevano fondamentalmente una sorta di "permesso" al lasciarsi andare.
E' tutta roba che tengo stretta stretta e in cui mi raccolgo, in un abbraccio. Caldo.
[/QUOT
non leggo tutto perchè lo sai , estrapolo qualche cosa del tuo discorso .
A me la morte piace , a me mette tristezza perchè anche se è ineluttabile che avvenga , desidererei che avvenga senza sofferenza , dato che ne ho vista molta nella mia vita .
Questa settimana sono scomparsi due persone che consoco da una vita , lei salutata la sera e durante la notte morta di infarto , ieri un amico più grande di me stava bene , il fratello mio coetaneo mi ha detto che si è preso un virus della polmonite e avuto complicanze è morto , funerali lunedì.
Non la morte a me proprio non piace
 

bravagiulia75

Utente di lunga data
Quoto te...ma è più generale il mio discorso.

Per lavoro ho accompagnato alla morte. Persone giovani, persone meno giovani.
Spesso ho accompagnato persone che alla società fanno letteralmente schifo. che non sono volute, men che meno desiderate. Che sono considerate inesistenti, fastidiose.
Per lavoro non potevo curare. Io non sono un medico.
Potevo solo stare lì. Ciò che era ed è in mio controllo è l'empatia, la vicinanza calibrata, la distanza che lascia spazio.

Ho diversi ricordi della morte.
Ma soprattutto ho diversi ricordi della vita.
Ricordi di ricordi, che custodisco gelosamente in una stanza interiore riservata.
Doni preziosi. Che non ho la minima intenzione di lasciare indietro. Neanche in caso di naufragio di me.

La morte mi insegna la vita.
E la vita mi insegna la morte.
Le vedo e le percepisco strettamente connesse, soprattutto in termini di significato profondo.
E so che è qualcosa di antichissimo, ben prima che si iniziasse a teorizzare di Eros e Thanatos.
E tutto sommato, la loro, è una storia vissuta centinaia di migliaia di volte nel corso della storia di ogni vivente.
Ho paura della morte ma so che è la mia più stretta compagna. E so che è anche nella sua ombra che io, le persone che amo, e anche quelle che non amo, chiudiamo gli occhi, in ogni singolo istante di esistenza.

I riti della vita e della morte, sono storicamente, connessi all'essere femmina.
Il momento del parto è uno di quelli - purtroppo è spesso dimenticato - in cui il velo si assottiglia.

La mia decana, ostetrica quasi un secolo fa, ormai vive nei ricordi, mi racconta di parti che raccontati oggi sembrano provenire da un'altra dimensione. Della sua sensazione di vicinanza alla morte...e anche del potere che sentiva scorrerle fra le mani quando accompagnava la vita ad entrare nel mondo. Imparo ad ogni racconto. Ricordo ricordi che non sono miei, ma appartengono alla mia appartenenza.

Sono una persona fortunata. Moltissimo.
Mio padre ha attraversato un linfoma, mia nonna è morta, idem l'altra nonna.
Geneticamente molto probabilmente anche io, mia sorella, mio padre, potremmo ammalarci.
Oppure potremmo morire oggi stesso cadendo da una scala, oppure rimanere paralizzati, oppure un ictus...oppure bere un goccio d'acqua e morire soffocati. Oppure...l'elenco è lunghissimo.

Tutto questo per dire...resto sempre molto stranita di fronte alla dimenticanza della morte. E al concentrarsi sul sintomo (questa o quella malattia)
Di fronte al considerarla come qualcosa di estraneo alla vita. Di fronte al non osservare e con meraviglia la stretta connessione fra la vita e la morte, i cicli che si ripetono....trovo veramente stupefacente che in un contesto sociale in cui si ricerca spasmodicamente il controllo e la stabilità si tenda ad evitare l'unica cosa veramente stabile e sicura: moriremo. Tutti. Chi più soffrendo chi meno.
E' una costante di ogni vita apparsa in terra e ci connette con tutti i regni dei viventi...e anche dei non viventi, che se non muoiono comunque scompaiono.

E onestamente io la trovo invece assolutamente rassicurante.
Mi rimanda a chi sono, alla mia umanità, al mio essere un insignificante esperimento evolutivo.
Mi rimanda che per fortuna, non siamo speciali.
Ma siamo invece capaci di inventarci la nostra specialità.

Mi rassicura e mi rilassa il pensiero per cui io e una formica abbiamo in comune il fatto che moriremo.
Mi piace essere parte.

E penso che rifiutarlo....non sia un buon affare.

Credo che la dimenticanza peggiore del genere umano, sia la sua mortalità.
Grazie per il tuo intervento...
Hai ampliato la mia visione di morte...
Ma resto ferma sul mio pensiero...sulla mia concezione di trapasso...
Ho visto mia madre spegnersi...ogni giorno era sempre più vicina all aldilà...
Ogni mattina si svegliava piangendo...
La malattia le ha portato oltre che ovviamente dolore fisico anche la mancanza di autonomia...
La perdita del linguaggio..
La perdita della sua identità...
Una grande donna ritornata una bimba...
Si è spenta una mattina tra me e mia sorella .
Un esperienza che non dimenticherò mai..
Ma spero che i miei figli non la debbano mai vivere...
E come se mi avessero strappato il cuore dal petto...
Scusa non riesco a continuare...mi fermo qua..
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
non leggo tutto perchè lo sai , estrapolo qualche cosa del tuo discorso .
A me la morte piace , a me mette tristezza perchè anche se è ineluttabile che avvenga , desidererei che avvenga senza sofferenza , dato che ne ho vista molta nella mia vita .
Questa settimana sono scomparsi due persone che consoco da una vita , lei salutata la sera e durante la notte morta di infarto , ieri un amico più grande di me stava bene , il fratello mio coetaneo mi ha detto che si è preso un virus della polmonite e avuto complicanze è morto , funerali lunedì.
Non la morte a me proprio non piace
Viviamo in un epoca tutto sommato fortunata. :)
La sofferenza e il dolore, rispetto anche soltanto a pochi decenni fa è ridotta, di molto.

Fortunatamente non è azzerata.
Spero di non essere al mondo quando verrà azzerata.

Capisco il dolore della morte, del vedersi portar via le persone care.
So che è mio.

Ma quando ne ho avuto l'opportunità ho sempre osservato con attenzione il viso di chi muore...quasi sempre l'ho visto distendersi.
In particolare ho visto distendersi i visi di chi soffriva. Per varie malattie.

Ho sempre reso grazia per quella distensione.

Poi...il mio dolore è il mio.
Mi sembrerebbe un segno di disprezzo aggrapparmi al mio dolore per non lasciare andare chi ha da andare.
Tendo a sublimarlo, il dolore, nel saluto.

In pandemia la mia paura più grande era esattamente questa.
Non poter salutare.
Sapendo che era egoismo puro.

Ma è la mia esperienza di Vita e di Morte.
Vale per me. :)
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Grazie per il tuo intervento...
Hai ampliato la mia visione di morte...
Ma resto ferma sul mio pensiero...sulla mia concezione di trapasso...
Ho visto mia madre spegnersi...ogni giorno era sempre più vicina all aldilà...
Ogni mattina si svegliava piangendo...
La malattia le ha portato oltre che ovviamente dolore fisico anche la mancanza di autonomia...
La perdita del linguaggio..
La perdita della sua identità...
Una grande donna ritornata una bimba...
Si è spenta una mattina tra me e mia sorella .
Un esperienza che non dimenticherò mai..
Ma spero che i miei figli non la debbano mai vivere...
E come se mi avessero strappato il cuore dal petto...
Scusa non riesco a continuare...mi fermo qua..
Prego :)

La mia intenzione non è far cambiare idea a nessuno, in particolare su tematiche come queste che sono profondamente legate alle credenze.
La mia è stata una condivisione.

Io non credo esista un aldilà, non credo esista un trapasso.
E anche questo probabilmente mi permette la mia visione. Che è mia.
Legata alle mie esperienze, al mio modo del dolore, alla mia elaborazione del mondo e della vita.

Io mi auguro di poterci essere alla morte dei miei cari.
Mi auguro quella che io considero una fortuna: esserci e vegliare il loro spegnersi.
Salutare. Accogliere il loro dolore, la loro paura, la distensione.
E tenerli in me.
Come ho fatto con chi ho avuto l'onore di vegliare.

Pensa...la mia sensazione è sempre stata che il petto si allargasse e il cuore diventasse più capiente.
Che poi...per me è pancia, quasi utero. Non cuore. E' precisissima la collocazione di quelle sensazioni in me.
Un parto al contrario.

Mi dispiace che per te il dolore sia così cocente. Ancora.
Ho visto anche il mio ex vivere l'esperienza di dolore che descrivi.

Eppure, la mia esperienza...non ho dimenticato le chiacchierate con chi gli è morto...le confidenze, i bilanci, la stanchezza, la sofferenza.
La stanchezza soprattutto. La consapevolezza che quel era fatto, era fatto.
Uno degli ultimi giorni mi aveva chiamata vicina vicina, gli piaceva il calore, aveva sempre freddo. E quando io mi ero messa lì cercando di non far male mi aveva sussurrato "non ce la faccio più...", ricordo che gli avevo risposto sussurrando "vai se sei stanco". Mi aveva sorriso e io lo stesso in risposta. Gli volevo bene.

Questa è una esperienza che ho vissuto più volte.

Ma so che dipende dal mio modo di vivere.
E riguarda solo ed esclusivamente me.
 

bravagiulia75

Utente di lunga data
Prego :)

La mia intenzione non è far cambiare idea a nessuno, in particolare su tematiche come queste che sono profondamente legate alle credenze.
La mia è stata una condivisione.

Io non credo esista un aldilà, non credo esista un trapasso.
E anche questo probabilmente mi permette la mia visione. Che è mia.
Legata alle mie esperienze, al mio modo del dolore, alla mia elaborazione del mondo e della vita.

Io mi auguro di poterci essere alla morte dei miei cari.
Mi auguro quella che io considero una fortuna: esserci e vegliare il loro spegnersi.
Salutare. Accogliere il loro dolore, la loro paura, la distensione.
E tenerli in me.
Come ho fatto con chi ho avuto l'onore di vegliare.

Pensa...la mia sensazione è sempre stata che il petto si allargasse e il cuore diventasse più capiente.
Che poi...per me è pancia, quasi utero. Non cuore. E' precisissima la collocazione di quelle sensazioni in me.
Un parto al contrario.

Mi dispiace che per te il dolore sia così cocente. Ancora.
Ho visto anche il mio ex vivere l'esperienza di dolore che descrivi.

Eppure, la mia esperienza...non ho dimenticato le chiacchierate con chi gli è morto...le confidenze, i bilanci, la stanchezza, la sofferenza.
La stanchezza soprattutto. La consapevolezza che quel era fatto, era fatto.
Uno degli ultimi giorni mi aveva chiamata vicina vicina, gli piaceva il calore, aveva sempre freddo. E quando io mi ero messa lì cercando di non far male mi aveva sussurrato "non ce la faccio più...", ricordo che gli avevo risposto sussurrando "vai se sei stanco". Mi aveva sorriso e io lo stesso in risposta. Gli volevo bene.

Questa è una esperienza che ho vissuto più volte.

Ma so che dipende dal mio modo di vivere.
E riguarda solo ed esclusivamente me.
Sei unica ..
E l ho capito che non volevi fare cambiare idea...
Anzi...
Il tuo intervento è stato colto come un supporto...un aiuto ..al dolore...

Io sono per...stai soffrendo ..stai morendo...
Ti accorcio il calvario...
Con mia madre ho valutato di farlo....
Ma mio padre e mia sorella non l avrebbero salutata...
Quindi ho ho aspettato...
Per fortuna solo qualche giorno
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Sei unica ..
E l ho capito che non volevi fare cambiare idea...
Anzi...
Il tuo intervento è stato colto come un supporto...un aiuto ..al dolore...
Grazie...

Io sono per...stai soffrendo ..stai morendo...
Ti accorcio il calvario...
Con mia madre ho valutato di farlo....
Ma mio padre e mia sorella non l avrebbero salutata...
Quindi ho ho aspettato...
Per fortuna solo qualche giorno
Comprendo bene quello che hai scritto qui.

Credo sia tanto complesso distinguere il proprio dolore da quello dell'altro.
Credo serva tanto spazio.
Credo che il nutrire quello spazio di distinzione sia un atto d'Amore. :)
 

CIRCE74

Utente di lunga data
Perchè pericolosamente?
Io, ma è la mia visione, userei meravigliosamente.
E' un attimo di infinito.

Noi viviamo in un mondo in cui partorire è presentato in modo romantico quasi. E' diventato strano il dolore. (non che sia auspicabile...ma da qui a strano..)
Dai racconti della mia decana, il parto non era romantico.
Era vita intensissima. E morte e vita. Sangue. Dolore. Forza. Soprattutto.

La mia decana mi racconta episodi spaventosi ed al contempo ridicolissimi....la partoriente che sgridava chi intorno a lei chiacchierava in attesa del momento del parto, fra una doglia (mica anestesie eh) e l'altra. E alcune di queste donne le ho incontrate...e ancora a distanza di decenni ricordano la decana, nelle sue diverse vesti durante il loro parto.

Lo trovo veramente affascinante.

Ormai è provato scientificamente che dolore e piacere sono strettamente connessi.
Togli uno e scompare pure l'altro.
Che è poi il motivo per cui del parto resta un ricordo del dolore che messo in bilancia viene spostato nel piacere della nuova vita e soprattutto della cura.

Salvo i casi in cui questo equilibrio non viene ristabilito...si diceva la chimica, in altro 3d.
Ricordo il marito disperato di una amica chiamarmi di notte, subito dopo il parto di lei, che era andata in crisi psicotica. E ci era rimasta per parecchio tempo. Equilibri sballati che esplodono sottoposti a stress.

Onestamente non penso sia quantificabile il dolore...soprattutto non penso sia eliminabile.
Ognuno vive il suo dolore come assoluto.
La relativizzazione del dolore è frutto di meta-cognizione.
L'astrazione del dolore è frutto di meta- cognizione.

Nel regno animale non è raro vedere animali feriti attaccare a caso, o fuggire...guardavo il mio micio, che ha un linfoma, stare male e lui stava lì. Fermo e immobile. Facendo le fusa con la saliva che colava dalla bocca. Stava soffrendo e parecchio. Il suo stare fermo era una difesa. Una tensione. E la si vedeva tutta...la si sentiva...ogni singolo muscolo teso nella gestione.

Mio padre uguale. Lo vedevo soffrire e vedevo la tensione di quel dolore.
Lo guardavo camminare e impiegare dieci volte più tempo di quello che avrebbe impiegato. Vedevo la rabbia e la paura.

In entrambi i casi, e negli altri, sentivo la mia impotenza scuotermi nel profondo. Richiamarmi a me. Alle mie paure profonde, ai miei tabù. Alla mia essenza.

Onestamente non vedo grossa differenza...i viventi soffrono. Il loro dolore è immenso nel momento in cui accade.
In ogni organismo si attivano bilanciamenti al dolore.

I masochisti questo lo sanno bene.
Schiaffo. Dolore. Endorfine. Piacere.

Ma lo sappiamo tutti. Lo sperimentiamo tutti.

Non dimentichiamo. Semplicemente mentre noi viviamo una esperienza siamo totalmente immersi nell'esperienza che stiamo vivendo.
I ricordi però sono ben più numerosi di quell'esperienza. Quindi l'esperienza viene ri-bilanciata in un equilibrio dinamico.
Ogni età, fra l'altro, scrive i ricordi in un codice relativo a quell'età. Che è il motivo per cui in altre età non sappiamo ritrovare quell'esperienza immagazzinata.
Non è che non c'è. Non è che è dimenticata.

E' semplicemente archiviata in un codice di cui non abbiamo la chiave.
Accediamo semplicemente ai ricordi "universali" (nel senso del codice di scrittura del ricordo) di ogni età.

E guarda un po'...in situazioni di forte stress come per magia riappaiono ricordi che non si credeva di avere.

A me la morte piace.
Mi piace osservarla, e per certi versi attenderla.
Ho qualche problema con la noia :D...il pensiero della morte mi sostiene nella gestione della noia.

Adesso onestamente mi spiacerebbe morire, sono in un momento della vita in cui sono presa da quello che sto vivendo e non desidererei interrompere le esperienze che sto facendo.
In altri momenti avrei vissuto la morte come una liberazione.

Non riesco neanche ad immaginare una vita eterna se poi esente dal dolore mi terrorizza.
Quindi non riesco ad agganciare nessuna sensazione a riguardo...mi è proprio inimmaginabile e indesiderabile.
Per me e per tutti.

Quando ho avuto la fortuna di poter salutare, sono stata profondamente grata dell'esserci.
E del poter osservare la vita scivolare via.
Mi fa una infinita tenerezza. Mi commuove.
E ricordo alcuni "sono stanco/sono stanca" che chiedevano fondamentalmente una sorta di "permesso" al lasciarsi andare.
E' tutta roba che tengo stretta stretta e in cui mi raccolgo, in un abbraccio. Caldo.
Sapevo che avresti fatto un appunto sulla parola "pericolosamente"....intendevo dire che durante il parto la morte e la vita sono così vicine che quasi si sfiorano...ho notato anche io questa divergenza tra il parto romantico che ci viene spesso propinato e la realtà che invece viene vissuta... è la situazione più cruda, sporca e brutta da vedersi che una donna può affrontare ma che viene ripulita immediatamente nel momento che ti posano sul ventre il tuo bambino e te lo puoi finalmente vedere, toccare e soprattutto controllare(sai che la prima cosa che mi è venuto spontaneo fare è guardare ad entrambe le mani e i piedi...non mi chiedere il perché, non lo so).
Riguardo ai dolori fisici che si provano partorendo io non ho mai voluto l'anestesia in primis come già detto perché ho terrore degli aghi e poi anche perché mi incuriosiva provare questi dolori atroci che più volte mi erano stati descritti...riuscire a superarli è stata per me una sfida superata che mi ha fatto credere di più in me stessa...il superarli mi ha resa più forte ...non so se per tutte è così...
Per quanto riguarda la morte anche a me piace poco il fatto che ci porta via delle persone a cui teniamo... effettivamente se ci mettiamo a pensare non è la nostra morte che ci spaventa (non possiamo avere paura di qualcosa che non conosciamo) ma quella dei nostri cari oppure abbiamo paura di morire per il fatto che questo ci porterebbe nell'impossibilità di continuare a vivere con le nostre persone ...ma fa parte delle nostre vite e prima o poi tutti dovremo incontrarla o l'abbiamo comunque già incrociata per persone a cui volevamo bene...e lei vince su tutto...
 

Foglia

utente viva e vegeta
Perchè pericolosamente?
Io, ma è la mia visione, userei meravigliosamente.
E' un attimo di infinito.

Noi viviamo in un mondo in cui partorire è presentato in modo romantico quasi. E' diventato strano il dolore. (non che sia auspicabile...ma da qui a strano..)
Dai racconti della mia decana, il parto non era romantico.
Era vita intensissima. E morte e vita. Sangue. Dolore. Forza. Soprattutto.

La mia decana mi racconta episodi spaventosi ed al contempo ridicolissimi....la partoriente che sgridava chi intorno a lei chiacchierava in attesa del momento del parto, fra una doglia (mica anestesie eh) e l'altra. E alcune di queste donne le ho incontrate...e ancora a distanza di decenni ricordano la decana, nelle sue diverse vesti durante il loro parto.

Lo trovo veramente affascinante.

Ormai è provato scientificamente che dolore e piacere sono strettamente connessi.
Togli uno e scompare pure l'altro.
Che è poi il motivo per cui del parto resta un ricordo del dolore che messo in bilancia viene spostato nel piacere della nuova vita e soprattutto della cura.

Salvo i casi in cui questo equilibrio non viene ristabilito...si diceva la chimica, in altro 3d.
Ricordo il marito disperato di una amica chiamarmi di notte, subito dopo il parto di lei, che era andata in crisi psicotica. E ci era rimasta per parecchio tempo. Equilibri sballati che esplodono sottoposti a stress.

Onestamente non penso sia quantificabile il dolore...soprattutto non penso sia eliminabile.
Ognuno vive il suo dolore come assoluto.
La relativizzazione del dolore è frutto di meta-cognizione.
L'astrazione del dolore è frutto di meta- cognizione.

Nel regno animale non è raro vedere animali feriti attaccare a caso, o fuggire...guardavo il mio micio, che ha un linfoma, stare male e lui stava lì. Fermo e immobile. Facendo le fusa con la saliva che colava dalla bocca. Stava soffrendo e parecchio. Il suo stare fermo era una difesa. Una tensione. E la si vedeva tutta...la si sentiva...ogni singolo muscolo teso nella gestione.

Mio padre uguale. Lo vedevo soffrire e vedevo la tensione di quel dolore.
Lo guardavo camminare e impiegare dieci volte più tempo di quello che avrebbe impiegato. Vedevo la rabbia e la paura.

In entrambi i casi, e negli altri, sentivo la mia impotenza scuotermi nel profondo. Richiamarmi a me. Alle mie paure profonde, ai miei tabù. Alla mia essenza.

Onestamente non vedo grossa differenza...i viventi soffrono. Il loro dolore è immenso nel momento in cui accade.
In ogni organismo si attivano bilanciamenti al dolore.

I masochisti questo lo sanno bene.
Schiaffo. Dolore. Endorfine. Piacere.

Ma lo sappiamo tutti. Lo sperimentiamo tutti.

Non dimentichiamo. Semplicemente mentre noi viviamo una esperienza siamo totalmente immersi nell'esperienza che stiamo vivendo.
I ricordi però sono ben più numerosi di quell'esperienza. Quindi l'esperienza viene ri-bilanciata in un equilibrio dinamico.
Ogni età, fra l'altro, scrive i ricordi in un codice relativo a quell'età. Che è il motivo per cui in altre età non sappiamo ritrovare quell'esperienza immagazzinata.
Non è che non c'è. Non è che è dimenticata.

E' semplicemente archiviata in un codice di cui non abbiamo la chiave.
Accediamo semplicemente ai ricordi "universali" (nel senso del codice di scrittura del ricordo) di ogni età.

E guarda un po'...in situazioni di forte stress come per magia riappaiono ricordi che non si credeva di avere.

A me la morte piace.
Mi piace osservarla, e per certi versi attenderla.
Ho qualche problema con la noia :D...il pensiero della morte mi sostiene nella gestione della noia.

Adesso onestamente mi spiacerebbe morire, sono in un momento della vita in cui sono presa da quello che sto vivendo e non desidererei interrompere le esperienze che sto facendo.
In altri momenti avrei vissuto la morte come una liberazione.

Non riesco neanche ad immaginare una vita eterna se poi esente dal dolore mi terrorizza.
Quindi non riesco ad agganciare nessuna sensazione a riguardo...mi è proprio inimmaginabile e indesiderabile.
Per me e per tutti.

Quando ho avuto la fortuna di poter salutare, sono stata profondamente grata dell'esserci.
E del poter osservare la vita scivolare via.
Mi fa una infinita tenerezza. Mi commuove.
E ricordo alcuni "sono stanco/sono stanca" che chiedevano fondamentalmente una sorta di "permesso" al lasciarsi andare.
E' tutta roba che tengo stretta stretta e in cui mi raccolgo, in un abbraccio. Caldo.
Non credo che con la morte "passi" ciò che ci addolora ;) , o che l'abbandono del corpo ci faccia entrare in uno stato di atarassia, ecco :)
Ti parlo da persona estremamente razionale, che però grossomodo a vent'anni ha avuto una telefonata dalla nonna morta da tre giorni :) E... sì, esiste una possibilità su non so quanti milioni che la telefonata sia avvenuta per un qualche "contatto " , la archiviai anch'io, all'epoca, come "un caso ".
Con l'età ho cambiato idea ;)
 

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Sapevo che avresti fatto un appunto sulla parola "pericolosamente"....intendevo dire che durante il parto la morte e la vita sono così vicine che quasi si sfiorano...ho notato anche io questa divergenza tra il parto romantico che ci viene spesso propinato e la realtà che invece viene vissuta... è la situazione più cruda, sporca e brutta da vedersi che una donna può affrontare ma che viene ripulita immediatamente nel momento che ti posano sul ventre il tuo bambino e te lo puoi finalmente vedere, toccare e soprattutto controllare(sai che la prima cosa che mi è venuto spontaneo fare è guardare ad entrambe le mani e i piedi...non mi chiedere il perché, non lo so).
Riguardo ai dolori fisici che si provano partorendo io non ho mai voluto l'anestesia in primis come già detto perché ho terrore degli aghi e poi anche perché mi incuriosiva provare questi dolori atroci che più volte mi erano stati descritti...riuscire a superarli è stata per me una sfida superata che mi ha fatto credere di più in me stessa...il superarli mi ha resa più forte ...non so se per tutte è così...
Per quanto riguarda la morte anche a me piace poco il fatto che ci porta via delle persone a cui teniamo... effettivamente se ci mettiamo a pensare non è la nostra morte che ci spaventa (non possiamo avere paura di qualcosa che non conosciamo) ma quella dei nostri cari oppure abbiamo paura di morire per il fatto che questo ci porterebbe nell'impossibilità di continuare a vivere con le nostre persone ...ma fa parte delle nostre vite e prima o poi tutti dovremo incontrarla o l'abbiamo comunque già incrociata per persone a cui volevamo bene...e lei vince su tutto...
Questa è una rappresentazione che mi ha sempre sollecitato parecchie riflessioni...e oggi mi sembra ancora più attuale di quando è stata prodotta


Le mani e i piedi, contare le dita, sono sempre state le prime cose che si sono guardate per vedere se il bimbo era sano, dopo ovviamente i parametri vitali.

Quando ascolto i racconti della decana, ed è questo che mi colpisce e che ritrovo nel video, è la "caduta" della centralità di chi partorisce...il dibattito sulla obiezione e sull'aborto, attualissimi, riguardano anche questo.
Nel video è sottolineato in maniera magistrale..."imparerà tutto quello che deve sapere sulla nascita una volta tornata a casa"..."potrebbe sentire un senso di depressione del tutto irrazionale...ci sono tanti calmanti per lei..."

La nascita e la morte sono da sempre il fulcro, degli individui e della società...la medicalizzazione di entrambi porta con se parecchie conseguenze.
Dio è sempre stata una risposta "for dummies". L'autostrada di una spiritualità che necessità di consapevolezza di sè, della propria posizione etc etc.

L'attraversare la nascita e la morte fornisce quegli strumenti e quelle competenze che tu identifichi nel grassetto.
Non era solo cultura il festeggiamento della nascita e il "premio" alla partoriente.
Cultura è stato il premiarla di più se la nascita era di un maschio.

Ma fa molto ridere anche nel video la risposta a questa domanda...."è troppo presto per cominciare ad imporgli dei ruoli" :D

Il punto è che la nascita e la morte sono "misteri".
Lo sono ancora adesso, anche se la medicalizzazione tende a sottolinearne la parte tecnica.
Creando fra l'altro non pochi conflitti...pensa rispetto alla morte, quante morti ritardiamo per medicalizzazione creando poi il conflitto con il tolgo la vita oppure no?
La scuola dei favorevoli sottolinea il fatto che, semplificando, siccome la medicina crea condizioni innaturali, è alla medicina il compito di risolvere quelle condizioni.
Idem per l'aborto, eh...

Noi abbiamo la convinzione che tutto sia progresso, e soprattutto che sia lineare e in una tendenza assolutamente migliorativa. Io non sono convinta che sia davvero così.
C'è comunque un prezzo.

La paura della morte è fondamentalmente paura del mistero, dell'ignoto.
Che è la paura più atavica...da quando abbiamo iniziato come specie a riunirci in gruppo stringendoci perchè intorno era buio ed eravamo circondati da predatori. Buio davvero, non quello che noi chiamiamo buio. ;)

Mi fermo sulle parole perchè descrivono molto di chi le usa...io meraviglioso e tu pericoloso.
Io esser parte e tu Vince su tutto.

Se ci pensi, già questo uso indica le diverse credenze su cui facciamo affidamento io e te.

Poi, nel concreto...finiamo comunque entrambi tremanti e doloranti osservando la nostra impotenza di fronte ai grandi misteri della vita e della morte. :)

Credo sia la risposta, poi a fare la differenza...a me, per esempio, vien spontaneamente e naturalmente di inginocchiarmi meravigliata di fronte ad una potenza che mi affascina e che so non avere gli strumenti e le competenze e le possibilità di comprendere. E nella mente mi balenano immagini antiche, che non so bene neanche da dove vengano.
Un po' come quando mi coglie il desiderio di certi ambienti naturali, con una malinconia e una mancanza che non so spiegarmi, perchè non conosco di persona quegli ambienti...eppure le sensazioni che sperimento quando quelle immagini mi attraversano riguardano il ricordo.
 

spleen

utente ?
Prego :)

La mia intenzione non è far cambiare idea a nessuno, in particolare su tematiche come queste che sono profondamente legate alle credenze.
La mia è stata una condivisione.

Io non credo esista un aldilà, non credo esista un trapasso.
E anche questo probabilmente mi permette la mia visione. Che è mia.
Legata alle mie esperienze, al mio modo del dolore, alla mia elaborazione del mondo e della vita.

Io mi auguro di poterci essere alla morte dei miei cari.
Mi auguro quella che io considero una fortuna: esserci e vegliare il loro spegnersi.
Salutare. Accogliere il loro dolore, la loro paura, la distensione.
E tenerli in me.
Come ho fatto con chi ho avuto l'onore di vegliare.

Pensa...la mia sensazione è sempre stata che il petto si allargasse e il cuore diventasse più capiente.
Che poi...per me è pancia, quasi utero. Non cuore. E' precisissima la collocazione di quelle sensazioni in me.
Un parto al contrario.

Mi dispiace che per te il dolore sia così cocente. Ancora.
Ho visto anche il mio ex vivere l'esperienza di dolore che descrivi.

Eppure, la mia esperienza...non ho dimenticato le chiacchierate con chi gli è morto...le confidenze, i bilanci, la stanchezza, la sofferenza.
La stanchezza soprattutto. La consapevolezza che quel era fatto, era fatto.
Uno degli ultimi giorni mi aveva chiamata vicina vicina, gli piaceva il calore, aveva sempre freddo. E quando io mi ero messa lì cercando di non far male mi aveva sussurrato "non ce la faccio più...", ricordo che gli avevo risposto sussurrando "vai se sei stanco". Mi aveva sorriso e io lo stesso in risposta. Gli volevo bene.

Questa è una esperienza che ho vissuto più volte.

Ma so che dipende dal mio modo di vivere.
E riguarda solo ed esclusivamente me.
Quello che mi chiedo leggendovi, a volte: ma voi non siete mai state felici, non avete mai provato la gioia, la serenità? :)

Ultimamente ho temuto di morire e la cosa è durata mesi, impotenza, dolore, preoccupazione e un bilancio, un continuo bilancio sì. Mi dava serenità il fatto di essere stato felice, di aver fatto l’amore con una dea, di aver passato giornate luminose nella mia famiglia di origine , con i miei, con mio fratello, nel mio lavoro, quando le cose si sono concatenate come in un puzzle.
Quando ho riso, cantato, giocato a nascondino con i miei figli piccoli.

Perché questo è la vita, è anche quel poco di buono che ci riserva, ed il ricordo anche solo magari di una felicità di una serenità, talvolta è sufficiente.

Ho visto andare mio papà e mia mamma, uno dopo l’altro, non ho potuto salutarli nel loro ultimo respiro, ma ogni volta che entro nel posto dove vivevano li vedo lì seduti, lui a guardare la tv, lei a preparare la cena, li sento chiedermi come va, sento mia mamma che mi chiede se ho mangiato, il babbo chiedermi del lavoro, e mi prende uno struggente blocco all’anima, perché questo è il destino di tutti, la consapevolezza che i nostri giorni sono contati. Nel dolore, e per fortuna qualche volta anche nella gioia, sia essa di un attimo o di anni….
 
Ultima modifica:

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Quello che mi chiedo leggendovi, a volte: ma voi non siete mai state felici, non avete mai provato la gioia, la serenità? :)

Ultimamente ho temuto di morire e la cosa è durata mesi, impotenza, dolore, preoccupazione e un bilancio, un continuo bilancio sì. Mi dava serenità il fatto di essere stato felice, di aver fatto l’amore con una dea, di aver passato giornate luminose nella mia famiglia di origine , con i miei, con mio fratello, nel mio lavoro, quando le cose si sono concatenate come in un puzzle.
Quando ho riso, cantato, giocato a nascondino con i miei figli piccoli.

Perché questo è la vita, è anche quel poco di buono che ci riserva, ed il ricordo anche solo magari di una felicità di una serenità, talvolta è sufficiente.

Ho visto andare mio papà e mia mamma, uno dopo l’altro, non ho potuto salutarli nel loro ultimo respiro, ma ogni volta che entro nel posto dove vivevano li vedo lì seduti, lui a guardare la tv, lei a preparare la cena, li sento chiedermi come va, sento mia mamma che mi chiede se ho mangiato, il babbo chiedermi del lavoro, e mi prende uno struggente blocco all’anima, perché questo è il destino di tutti, la consapevolezza che i nostri giorni sono contati. Nel dolore, e per fortuna qualche volta anche nella gioia, sia essa di un attimo o di anni….
Che domanda interessante!
Come mai ti è venuta in mente leggendo?

Per quanto mi riguarda, per risponderti, non ho mai avuto il miraggio del raggiungimento della felicità e men che meno la ricerca della felicità mi ha contraddistinta nella mia vita. Onestamente non mi è mai interessata, ora ancora meno, la felicità, mi è sempre sembrata, fin da bambina, uno slogan.

Soprattutto non l'ho mai sperimentata "fuori" di me e dipendente da qualcosa di esterno a me.
Che il "fuori" fosse raggiungimento di traguardi, soddisfazione di desideri o bisogni...il mondo in buona sostanza.
Troppo rumore, troppa confusione.

Ho sperimentato la Pace...a volte.

“Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un oceano di silenzio
sempre in calma”


Mi piace il silenzio, la calma, il respiro lento.
La solitudine e il Vuoto. :)

Senza questo per me non esiste gioia e neppure serenità. Non esiste Pace...e soffro.

"...Perchè le gioie del più profondo affetto o dei più lievi aneliti del cuore sono solo l'ombra della luce..."

Forse è uno dei motivi per cui, nonostante la paura, mi è spontaneo inginocchiarmi di fronte al ciclo di Vita/Morte/Vita...non riesco proprio a percepirli separati, che l'uno tolga all'altro, che siano la rappresentazione di una qualche o qualunque forma della perdita.

E potrei andare lungamente OT sulla Presenza nell'Assenza...:)
 
Ultima modifica:

ipazia

Utente disorientante (ma anche disorientata)
Non credo che con la morte "passi" ciò che ci addolora ;) , o che l'abbandono del corpo ci faccia entrare in uno stato di atarassia, ecco :)
Ti parlo da persona estremamente razionale, che però grossomodo a vent'anni ha avuto una telefonata dalla nonna morta da tre giorni :) E... sì, esiste una possibilità su non so quanti milioni che la telefonata sia avvenuta per un qualche "contatto " , la archiviai anch'io, all'epoca, come "un caso ".
Con l'età ho cambiato idea ;)
Entriamo nelle credenze così :)
Roba altamente personale e declinabile in modo soggettivo.

Io rilevo semplicemente che a prescindere dalla credenza, in un modo o nell'altro, la speranza che si ripone nella Morte sia una forma della Pace, che questa pace sia il paradiso (e il sistema premi-punizioni in questa vita in vista del premio finale) piuttosto che uno stato di elevazione dell'anima, piuttosto che la ripetizione di vita, piuttosto che l'assenza e il ricadere nella trasformazione fisica...

E trovo questo interessante.
Il comun denominatore è che la Morte sia rappresentata come speranza di .... in alternativa al dolore della perdita.

Mi è sufficiente.

Il resto è emozioni. E narrazione.
A ognuno la sua. ;)
 
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