Secondo me si ritorna sempre al solito nodo problematico: l'assenza di simboli e di capacità di simbolizzare, di cui parlavo anche a proposito della pornografia.
Ciò che oggi è assottigliato fino allo spessore di una velina (non a caso, eh), è la capacità di attribuire spessore simbolico alle esperienze che si fanno nel reale. Non si raccontano più delle storie, non ci sono narrazioni che sosotengano i vissuti del reale, il desiderio si incarna nelle cose senza passaggi intermedi. Prendo la droga non perché ho un vissuto disagevole, non perché ho dei problemi, ma perché mi piace, punto. Non mi interessano i perché: nessun perché. Mi piace, lo prendo e in mezzo non c'è nulla...
Nel reale, una bambina di sette anni, ma anche prima, prova già piacere sessuale. Ho ricordi vivi di questa mia esperienza. E immagino ne abbiate anche voi. Le prime erezioni in un maschio sono intorno ai cinque anni. Magari ve le ricordate pure.
Cosa può far pensare che sia immaginabile un rapporto sessuale con un corpo desiderante in modo naturale e assolutamente inconsapevole? Solo l'assenza di una narrazione, cioè della storia SIMBOLICA di quel corpo.
Questo discorso vale anche per l'articolo riportato da Stermy. C'è un cortocircuito che collega immediatamente l'immaginario al reale, il desiderio alla cosa. Il simbolo di quella cosa è muto. I corpi sono muti.
E' evidente che questo discende dall'abitudine al consumo e alla tecnologia, che regala illusorie sensazioni di onnipotenza. Finché non ci libereremo degli oggetti ludici della tecnologia e non recupereremo la capacità di raccontare storie, di narrare, di fare in modo che le cose reali raccontino una storia, avremo sempre più malati in giro.