Riflessioni (varie) sulle trasformazioni in atto della nostra società

danny

Utente di lunga data
Riflessioni (varie) sulle trasformazioni in atto della nostra società

Uno stralcio di un articolo tratto da Europa Oggi (magazine di impostazione cattolica liberale) su immigrazione:

"Alcuni dei benefici ndr dell'immigrazione) attesi sono dichiarati e li abbiamo esaminati in precedenza (manodopera, contributi pensionistici), evidenziando anche incongruenze e aspetti poco nobili (manodopera da sfruttare).
Altri "benefici" attesi da alcune élites di potere sono meno confessabili. In particolare, la destrutturazione delle società (attraverso l'indebolimento delle identità comunitarie provocato dal "multiculturalismo"), che abbiamo segnalato essere un gravissimo problema, viene considerato un obiettivo auspicabile dai centri di potere che vogliono una società "globalizzata" individualistica e massificata, un insieme di meri consumatori, anziché una società di cittadini consapevoli e solidali, con identità culturali e strutture sociali forti (la stessa destrutturazione viene perseguita con le teorie delgender, la lotta alla famiglia, le politiche antinataliste). In gran parte coincidente è il disegno di favorire l'immigrazione di matrice islamica, pensando con ciò di indebolire il tessuto culturale tradizionale di matrice cattolica e, quindi, la sua incidenza sociale e politica (spesso di ostacolo alle forme di sfruttamento sociale ed economico).
L'incoraggiamento del fenomeno migratorio da parte dei Governi occidentali non è solo una tendenza disorganica, ma un progetto politico attentamente pianificato: è l'applicazione della teoria del replacement ("sostituzione" di ampie fasce di popolazione autoctona, di cui viene scoraggiata la natalità, con popolazione immigrata); teoria formalizzata, ad esempio, dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu (Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations? http://www.un.org/esa/population/publications/migration/migration.htm)."
"le riflessioni sul tema di un insigne politologo Giovanni Sartori, il quale - dopo aver sottolineato la fondamentale differenza tra il benefico "pluralismo" (essenziale in una società aperta) e il distruttivo "multiculturalismo - si chiede "fino a che può la società pluralista può accogliere senza dissolversi "nemici culturali" che la rifiutano. Perché gli immigranti non sono tutti eguali. E l'immigrante di cultura teocratica pone problemi ben diversi dall'immigrante che accetta la separazione tra politica e religione"
"(...) Ancora papa Francesco, nella già citata conferenza stampa, ha ricordato: "Qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso".

Cosa ne pensate di tutto questo, sulla base delle vostre esperienze?
L'intero articolo si può leggere qui:
http://www.europaoggi.it/content/view/1305/28/
 
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spleen

utente ?
Uno stralcio di un articolo tratto da Europa Oggi (magazine di impostazione cattolica liberale) su immigrazione:

"Alcuni dei benefici ndr dell'immigrazione) attesi sono dichiarati e li abbiamo esaminati in precedenza (manodopera, contributi pensionistici), evidenziando anche incongruenze e aspetti poco nobili (manodopera da sfruttare).
Altri "benefici" attesi da alcune élites di potere sono meno confessabili. In particolare, la destrutturazione delle società (attraverso l'indebolimento delle identità comunitarie provocato dal "multiculturalismo"), che abbiamo segnalato essere un gravissimo problema, viene considerato un obiettivo auspicabile dai centri di potere che vogliono una società "globalizzata" individualistica e massificata, un insieme di meri consumatori, anziché una società di cittadini consapevoli e solidali, con identità culturali e strutture sociali forti (la stessa destrutturazione viene perseguita con le teorie delgender, la lotta alla famiglia, le politiche antinataliste). In gran parte coincidente è il disegno di favorire l'immigrazione di matrice islamica, pensando con ciò di indebolire il tessuto culturale tradizionale di matrice cattolica e, quindi, la sua incidenza sociale e politica (spesso di ostacolo alle forme di sfruttamento sociale ed economico).
L'incoraggiamento del fenomeno migratorio da parte dei Governi occidentali non è solo una tendenza disorganica, ma un progetto politico attentamente pianificato: è l'applicazione della teoria del replacement ("sostituzione" di ampie fasce di popolazione autoctona, di cui viene scoraggiata la natalità, con popolazione immigrata); teoria formalizzata, ad esempio, dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu (Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations? http://www.un.org/esa/population/publications/migration/migration.htm)."
"le riflessioni sul tema di un insigne politologo Giovanni Sartori, il quale - dopo aver sottolineato la fondamentale differenza tra il benefico "pluralismo" (essenziale in una società aperta) e il distruttivo "multiculturalismo - si chiede "fino a che può la società pluralista può accogliere senza dissolversi "nemici culturali" che la rifiutano. Perché gli immigranti non sono tutti eguali. E l'immigrante di cultura teocratica pone problemi ben diversi dall'immigrante che accetta la separazione tra politica e religione"
"(...) Ancora papa Francesco, nella già citata conferenza stampa, ha ricordato: "Qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso".

Cosa ne pensate di tutto questo, sulla base delle vostre esperienze?
L'intero articolo si può leggere qui:
http://www.europaoggi.it/content/view/1305/28/
Quello che ho già scritto altre volte, che siamo dentro un gigantesco esperimento sociale del quale nessuno conosce gli esiti e che viene governato da sinistra e da destra non secondo i principi di autorevolezza, autodeterminazione e prudenza che sarebbero doverosi ma secondo i principi del più sfrenato liberismo.
Quando eventualmente la reazione modello Germania anni 30 si verificherà, cioe quando quasta situazione presumibilmente a causa di una forte crisi economica produrrà tensioni interne (guerra tra poveri) tali da degenerare, capiremo che la storia spesso si ripete, mai uguale, spesso però simile e che spostare grandi masse umane senza produrre e pianificare sviluppo economico globalmente diffuso è da stolti.

Poi resta la faccenda della differenza tra individui e cultura. Se è pur vero che gli individui sono tutti uguali e hanno pari dignità, col cazzo che sta cosa vale per le culture che sono un prodotto storico locale e sono tutte diverse.
E col cazzo che culture diverse coesistono in assenza di valori e di regole accettate universali e comuni.
Di sto passo ci saranno solo ghetti ed enclavi ed il presunto egualitarismo nelle opportunità tanto caro a sinistra andrà a farsi friggere per la stoltezza nell' aver sostenuto non i diritti da diffondere come valore e concetto quanto il mischiamento come utopico strumento unificante. Se la globalizzazione è un fenomeno inarrestabile chiediamoci per piacere perchè le elites economiche non lo vogliono governare.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Quello che ho già scritto altre volte, che siamo dentro un gigantesco esperimento sociale del quale nessuno conosce gli esiti e che viene governato da sinistra e da destra non secondo i principi di autorevolezza, autodeterminazione e prudenza che sarebbero doverosi ma secondo i principi del più sfrenato liberismo.
Quando eventualmente la reazione modello Germania anni 30 si verificherà, cioe quando quasta situazione presumibilmente a causa di una forte crisi economica produrrà tensioni interne (guerra tra poveri) tali da degenerare, capiremo che la storia spesso si ripete, mai uguale, spesso però simile e che spostare grandi masse umane senza produrre e pianificare sviluppo economico globalmente diffuso è da stolti.

Poi resta la faccenda della differenza tra individui e cultura. Se è pur vero che gli individui sono tutti uguali e hanno pari dignità, col cazzo che sta cosa vale per le culture che sono un prodotto storico locale e sono tutte diverse.
E col cazzo che culture diverse coesistono in assenza di valori e di regole accettate universali e comuni.
Di sto passo ci saranno solo ghetti ed enclavi ed il presunto egualitarismo nelle opportunità tanto caro a sinistra andrà a farsi friggere per la stoltezza nell' aver sostenuto non i diritti da diffondere come valore e concetto quanto il mischiamento come utopico strumento unificante. Se la globalizzazione è un fenomeno inarrestabile chiediamoci per piacere perchè le elites economiche non lo vogliono governare.
Ma non si sa mai dove si va a finire.
Pensa a vent'anni fa...cosa avresti previsto della politica, della tecnica, del mondo, della tua vita?
Io niente :D questo è il bello!
 

spleen

utente ?
Ma non si sa mai dove si va a finire. Pensa a vent'anni fa...cosa avresti previsto della politica, della tecnica, del mondo, della tua vita? Io niente :D questo è il bello!
Vabbè, allora invece di mettere pannelli fotovoltaici torniamo pure al carbone......
Sai che c'è secondo me?
Che la politica ha smesso di pensare a cosa vogliamo diventare, ha calato definitivamente la braghe all' economia che è l' unica cosa che ha del potere concreto e che soprattutto con attendismo aspetta di essere sommersa dai problemi prima di occuparsene.
Una vaga idea del mio futuro l' avevo, soprattutto sapevo cosa volevo e cosa non volevo.
 
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Brunetta

Utente di lunga data
Vabbè, allora invece di mettere pannelli fotovoltaici torniamo pure al carbone......
Sai che c'è secondo me?
Che la politica ha smesso di pensare a cosa vogliamo diventare, ha calato definitivamente la braghe all' economia che è l' unica cosa che ha del potere concreto e che soprattutto con attendismo aspetta di essere sommersa dai problemi prima di occuparsene.
Una vaga idea del mio futuro l' avevo, soprattutto sapevo cosa volevo e cosa non volevo.
Io idee ne avevo. Non ne ho imbroccata una.
Seriamente, hai ragione, la politica ha abbandonato ogni ambizione di visione del futuro, obbligata a inseguire il consenso su una agenda che cambia di giorno in giorno.
 

brenin

Utente
Staff Forum
Quello che ho già scritto altre volte, che siamo dentro un gigantesco esperimento sociale del quale nessuno conosce gli esiti e che viene governato da sinistra e da destra non secondo i principi di autorevolezza, autodeterminazione e prudenza che sarebbero doverosi ma secondo i principi del più sfrenato liberismo.
Quando eventualmente la reazione modello Germania anni 30 si verificherà, cioe quando quasta situazione presumibilmente a causa di una forte crisi economica produrrà tensioni interne (guerra tra poveri) tali da degenerare, capiremo che la storia spesso si ripete, mai uguale, spesso però simile e che spostare grandi masse umane senza produrre e pianificare sviluppo economico globalmente diffuso è da stolti.

Poi resta la faccenda della differenza tra individui e cultura. Se è pur vero che gli individui sono tutti uguali e hanno pari dignità, col cazzo che sta cosa vale per le culture che sono un prodotto storico locale e sono tutte diverse.
E col cazzo che culture diverse coesistono in assenza di valori e di regole accettate universali e comuni.
Di sto passo ci saranno solo ghetti ed enclavi ed il presunto egualitarismo nelle opportunità tanto caro a sinistra andrà a farsi friggere per la stoltezza nell' aver sostenuto non i diritti da diffondere come valore e concetto quanto il mischiamento come utopico strumento unificante. Se la globalizzazione è un fenomeno inarrestabile chiediamoci per piacere perchè le elites economiche non lo vogliono governare.
Concordo pienamente. In merito al grassetto... l'esperienza francese ( leggasi banlieu delle grandi città ) non ha insegnato proprio niente, ed in effetti - purtroppo - i tragici risultati non hanno tardato a manifetarsi. Gli accesi sostenitori della " liberté,fraternité,egalité " - pur in presenza di un'escalation di segnali preoccupanti, hanno preferito " sorvolare " con comportamenti addirittura al limite dell'autolesionismo pur di non affrontare o quantomeno limitare l'insorgere e la conseguente propagazione dell'estremismo islamico. Per cui c'è da chiedersi a chi convenga e perchè e quali ( forti ) interessi economici sostengono tutto ciò. Sulla politica ed i politicanti europei meglio lasciar perdere; tempo fa scrissi in merito ad un ipotetico blocco navale da effettuarsi congiuntamente ( a livello europeo ) per impedire gli sbarchi selvaggi, unitamente ad aiuti diretti in loco alle nazioni colpite da questo fenomeno che andrà ad assumere aspetti ancor più tragici nel prossimo futuro in mancanza di decisi e mirati interventi.
 

Brunetta

Utente di lunga data
Concordo pienamente. In merito al grassetto... l'esperienza francese ( leggasi banlieu delle grandi città ) non ha insegnato proprio niente, ed in effetti - purtroppo - i tragici risultati non hanno tardato a manifetarsi. Gli accesi sostenitori della " liberté,fraternité,egalité " - pur in presenza di un'escalation di segnali preoccupanti, hanno preferito " sorvolare " con comportamenti addirittura al limite dell'autolesionismo pur di non affrontare o quantomeno limitare l'insorgere e la conseguente propagazione dell'estremismo islamico. Per cui c'è da chiedersi a chi convenga e perchè e quali ( forti ) interessi economici sostengono tutto ciò. Sulla politica ed i politicanti europei meglio lasciar perdere; tempo fa scrissi in merito ad un ipotetico blocco navale da effettuarsi congiuntamente ( a livello europeo ) per impedire gli sbarchi selvaggi, unitamente ad aiuti diretti in loco alle nazioni colpite da questo fenomeno che andrà ad assumere aspetti ancor più tragici nel prossimo futuro in mancanza di decisi e mirati interventi.
Le banlieu hanno dimostrato che vi è una impostazione ingiusta secondo la quale in una società che si basa appunto sui principi di uguaglianza a parole nei fatti ha cittadini meno uguali degli altri.
Questa è una cosa diffusa perché sappiamo bene che l'ascensore sociale si è fermato e che chi appartiene alle classi sociali inferiori può pure studiare, ma non potrà raggiungere i livelli superiori. Però sotto vi sono tutti quelli di seconda generazione che fanno ancora più fatica e raccolgono gli scarichi di coloro che stanno nella condizione di stessa emarginazione e non hanno nemmeno le capacità personali per elevarsi individualmente.
Questo è valido negli States degli anni sessanta, così come è valido ora. È il meccanismo del razzismo che non vale neanche la pena di dire a chi è funzionale.

Comunque numericamente coloro che aderiscono al terrorismo sono irrilevanti, anche se, ovviamente, il terrorismo è in sé il mezzo per chi è minoritario.
Se pensiamo al terrorismo nostro degli anni settanta e ottanta, che era numericamente più diffuso, chi potrebbe dire che fosse l'espressione di una intera classe sociale o di un gruppo locale?
Eppure questo viene fatto automaticamente nei confronti degli islamici.
Milioni di persone vengono considerati terroristi o potenziali tali per un numero esiguo di "militanti" quando oltretutto i militanti colpiscono in modo ancor più violento altri islamici.
Eppure all'epoca del nostro terrorismo almeno dopo l'uccisione di Guido Rossa non fu più possibile guardare agli operai come potenziali terroristi. Oltretutto sappiamo bene che non erano operai la maggior parte dei terroristi.
 

danny

Utente di lunga data
Il terrorismo islamico non è l'unico rischio.
A Parigi, l'anno scorso, dopo gli attentati, tutto era blindato.
Militari col mitra per le strade, perquisizioni per entrare nei negozi, code ovunque per i controlli.
Stiamo progressivamente cambiando, anche nel valore attribuito alla libertà.
La paura ti spinge a limitarti e a invocare limitazioni.
Non è una novità, nella storia dell'Europa.
 
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brenin

Utente
Staff Forum
Il terrorismo islamico non è l'unico rischio.
A Parigi, l'anno scorso, dopo gli attentati, tutto era blindato.
Militari col mitra per le strade, perquisizioni per entrare nei negozi, code ovunque per i controlli.
Stiamo progressivamente cambiando, anche nel valore attribuito alla libertà.
La paura ti spinge a limitarti e a invocare limitazioni.
Non è una novità, nella storia dell'Europa.
Parto da Parigi.... su diverse stragi effettuate nella capitale gli organismi preposti alla sicurezza nazionale hanno commesso gaffes a dir poco incoerenti ed incomprensibili, su una di esse hanno addirittura messo il segreto di stato,per cui il discorso si farebbe molto lungo e complicato ( a Nizza il Tir che poi falciò decine di persone la notte del 14 luglio superò diversi posto di blocco prima di accedere sul lungomare, ed ancora a tutt'oggi le responsabilità dell'accaduto vengono continuamente rimpallate tra la polizia locale e la polizia nazionale... ). Nel caso francese è evidente la completa dissintonia tra le varie strutture statali ( incluso la magistratura ) , incompetenza e superficialità che poi hanno portato a tutte le note e tragiche vicissitudini.
La paura.... spinge a mostrare più attenzione e cautela, nei limiti del possibile, non la vedo come propulsore per porre limitazioni ad un qualcosa ( o qualcuno ) che non conosciamo e tantomeno possiamo prevederne le mosse: quello che si chiede ( o che io vorrei ) è che i Servizi facciano il loro lavoro coadiuvati da magistrati " energicamente premurosi " qualora i riscontri probatori assumano contorni sempre più pericolosi ( o potensialmente tali ) per la sicurezza nazionale.
 

brenin

Utente
Staff Forum
Le banlieu hanno dimostrato che vi è una impostazione ingiusta secondo la quale in una società che si basa appunto sui principi di uguaglianza a parole nei fatti ha cittadini meno uguali degli altri.
Questa è una cosa diffusa perché sappiamo bene che l'ascensore sociale si è fermato e che chi appartiene alle classi sociali inferiori può pure studiare, ma non potrà raggiungere i livelli superiori. Però sotto vi sono tutti quelli di seconda generazione che fanno ancora più fatica e raccolgono gli scarichi di coloro che stanno nella condizione di stessa emarginazione e non hanno nemmeno le capacità personali per elevarsi individualmente.
Questo è valido negli States degli anni sessanta, così come è valido ora. È il meccanismo del razzismo che non vale neanche la pena di dire a chi è funzionale.

Comunque numericamente coloro che aderiscono al terrorismo sono irrilevanti, anche se, ovviamente, il terrorismo è in sé il mezzo per chi è minoritario.
Se pensiamo al terrorismo nostro degli anni settanta e ottanta, che era numericamente più diffuso, chi potrebbe dire che fosse l'espressione di una intera classe sociale o di un gruppo locale?
Eppure questo viene fatto automaticamente nei confronti degli islamici.
Milioni di persone vengono considerati terroristi o potenziali tali per un numero esiguo di "militanti" quando oltretutto i militanti colpiscono in modo ancor più violento altri islamici.
Eppure all'epoca del nostro terrorismo almeno dopo l'uccisione di Guido Rossa non fu più possibile guardare agli operai come potenziali terroristi. Oltretutto sappiamo bene che non erano operai la maggior parte dei terroristi.
Il terrorismo degli anni di piombo non aveva nulla a che fare con la base operaia, ne tantomeno ne era l'espressione; si trattava di gruppi armati che "lottavano" contro precisi obiettivi che rappresentavano - nella loro folle ideologia - lo Stato da abbattere ( escludo ovviamente Piazza Fontana e Piazza della Loggia, solo per citarne alcuni, a mio avviso casi al di fuori del contesto a cui accennavamo ). Quello che differenzia, secondo me, i due tipi di terrorismo , è che dall'avvento dell'Isis le forme eversive islamiche - una volta prevalentemente focalizzate su Israele - hanno iniziato ad operare colpendo obiettivi " non strategici " solo ed unicamente per scatenare il panico e minare le "sicurezze" occidentali, reclutando adepti di ogni ceto sociale, indottrinandoli per poi portarli a commettere barbarie inomminabili.
 

danny

Utente di lunga data
Parto da Parigi.... su diverse stragi effettuate nella capitale gli organismi preposti alla sicurezza nazionale hanno commesso gaffes a dir poco incoerenti ed incomprensibili, su una di esse hanno addirittura messo il segreto di stato,per cui il discorso si farebbe molto lungo e complicato ( a Nizza il Tir che poi falciò decine di persone la notte del 14 luglio superò diversi posto di blocco prima di accedere sul lungomare, ed ancora a tutt'oggi le responsabilità dell'accaduto vengono continuamente rimpallate tra la polizia locale e la polizia nazionale... ). Nel caso francese è evidente la completa dissintonia tra le varie strutture statali ( incluso la magistratura ) , incompetenza e superficialità che poi hanno portato a tutte le note e tragiche vicissitudini.
La paura.... spinge a mostrare più attenzione e cautela, nei limiti del possibile, non la vedo come propulsore per porre limitazioni ad un qualcosa ( o qualcuno ) che non conosciamo e tantomeno possiamo prevederne le mosse: quello che si chiede ( o che io vorrei ) è che i Servizi facciano il loro lavoro coadiuvati da magistrati " energicamente premurosi " qualora i riscontri probatori assumano contorni sempre più pericolosi ( o potensialmente tali ) per la sicurezza nazionale.
Siamo gli stessi di prima di Genova 2001 o dell'attentato alle Torri Gemelle?
Quanto siamo cambiati?
Quanto siamo disponibili a cambiare ancora?
 

Brunetta

Utente di lunga data
Il terrorismo degli anni di piombo non aveva nulla a che fare con la base operaia, ne tantomeno ne era l'espressione; si trattava di gruppi armati che "lottavano" contro precisi obiettivi che rappresentavano - nella loro folle ideologia - lo Stato da abbattere ( escludo ovviamente Piazza Fontana e Piazza della Loggia, solo per citarne alcuni, a mio avviso casi al di fuori del contesto a cui accennavamo ). Quello che differenzia, secondo me, i due tipi di terrorismo , è che dall'avvento dell'Isis le forme eversive islamiche - una volta prevalentemente focalizzate su Israele - hanno iniziato ad operare colpendo obiettivi " non strategici " solo ed unicamente per scatenare il panico e minare le "sicurezze" occidentali, reclutando adepti di ogni ceto sociale, indottrinandoli per poi portarli a commettere barbarie inomminabili.
Non hai letto quello che ho scritto.

E ovviamente parlavo del terrorismo di BR e c, non del terrorismo "di stato".
 

brenin

Utente
Staff Forum
Non hai letto quello che ho scritto.

E ovviamente parlavo del terrorismo di BR e c, non del terrorismo "di stato".
Leggo sempre attentamente quello che scrivi.... :)

Giusva Fioravanti, tanto per citarne uno, era forse un terrorista di " stato " secondo te ?
 

brenin

Utente
Staff Forum
Siamo gli stessi di prima di Genova 2001 o dell'attentato alle Torri Gemelle?
Quanto siamo cambiati?
Quanto siamo disponibili a cambiare ancora?
No, non siamo gli stessi, penso si sia cambiati ponendo una maggiore attenzione a particolari destinazioni/mete turustiche, ma un week end a Parigi continuerò a farlo mentre non andrò in paesi musulmani. Fermo restando che c'è sempre la componente "fatalità" che gioca la sua parte (alla quale - aggiungo io - sarebbe meglio non incrementare la sua incidenza... ).
 

Brunetta

Utente di lunga data
Leggo sempre attentamente quello che scrivi.... :)

Giusva Fioravanti, tanto per citarne uno, era forse un terrorista di " stato " secondo te ?
Lui ha sempre negato la sua responsabilità per la strage di Bologna proprio perché, se lo fosse stato, sarebbe stato manovrato e questo lo rifiutava per posizione ideologica. Le sentenze dicono che così è stato.

Quello che mi interessava era il rapporto numerico tra popolazione e terroristi che non consente di definire le popolazioni (siano gli operai, gli studenti, i militanti di destra o di sinistra, gli islamici) in base a una partecipazione esigua al terrorismo.
Benché negli anni settanta tra i giovani, fino all' assassinio di Moro, vi fosse una diffusa indulgenza nei confronti dei "compagni che sbagliano".
 

Brunetta

Utente di lunga data
Siamo gli stessi di prima di Genova 2001 o dell'attentato alle Torri Gemelle?
Quanto siamo cambiati?
Quanto siamo disponibili a cambiare ancora?
Io non sono cambiata per niente. Sono andata negli USA dopo.

E lì tra l'altro ho visto che le immagini date dai media erano molto parziali.
Ho visto donne con il burqa muoversi tranquillamente, in spazi e su mezzi che da noi sono normalmente molto più controllati, nella assoluta tranquillità di tutti.
 

danny

Utente di lunga data
No, non siamo gli stessi, penso si sia cambiati ponendo una maggiore attenzione a particolari destinazioni/mete turustiche, ma un week end a Parigi continuerò a farlo mentre non andrò in paesi musulmani. Fermo restando che c'è sempre la componente "fatalità" che gioca la sua parte (alla quale - aggiungo io - sarebbe meglio non incrementare la sua incidenza... ).
Siamo cambiati tantissimo "dentro", nel nostro carattere.
Più diffidenti, meno inclini all'associazionismo, più dispersi, più disillusi, meno aperti, meno solidali, più fatalisti.
Una manifestazione come quella del 2001 oggi sarebbe impensabile, soprattutto con quegli slogan di allora.
Nel frattempo la globalizzazione ha visto accrescere il suo impatto nella nostra vita: tutto quello che c'è ora nella nostra vita, dalla banane all'Esselunga alle giacche di Zara ai medicinali si basa sulla fiducia nelle relazioni globali, sulla sicurezza e sull'economicità delle grandi navi cargo, sull'apertura delle frontiere...
 

danny

Utente di lunga data
Io non sono cambiata per niente. Sono andata negli USA dopo.

E lì tra l'altro ho visto che le immagini date dai media erano molto parziali.
Ho visto donne con il burqa muoversi tranquillamente, in spazi e su mezzi che da noi sono normalmente molto più controllati, nella assoluta tranquillità di tutti.
L'ho visto anche a Londra quest'inverno. Sono capitato in quartieri che sembrava di essere in Iran.
Ho visto però anche su Tower Bridge transitare un furgone bianco con delle persone nascoste dentro che urlavano e picchiavano contro le lamiere.
L'ho visto fare in coda nel traffico sul ponte, nell'indifferenza di tutti. Io camminavo sul marciapiede, la cosa mi ha stupito. Da noi non sarebbe passato inosservato.
Ho visto un allarme bomba al museo di Storia Naturale a dicembre. Noi uscivamo dalla metro e tranquillamente siamo finiti nell'area interdetta per assenza di controlli. Siamo usciti dai cordoni spinti dalla polizia che aveva bloccato tutta l'area. Tranne noi 3.
Mi era sembrata una città molto rilassata, rispetto a Parigi.
Il mio commento, a dicembre, che era una città impreparata di fronte a un eventuale terrorismo.
 

brenin

Utente
Staff Forum
Siamo cambiati tantissimo "dentro", nel nostro carattere.
Più diffidenti, meno inclini all'associazionismo, più dispersi, più disillusi, meno aperti, meno solidali, più fatalisti.
Una manifestazione come quella del 2001 oggi sarebbe impensabile, soprattutto con quegli slogan di allora.
Nel frattempo la globalizzazione ha visto accrescere il suo impatto nella nostra vita: tutto quello che c'è ora nella nostra vita, dalla banane all'Esselunga alle giacche di Zara ai medicinali si basa sulla fiducia nelle relazioni globali, sulla sicurezza e sull'economicità delle grandi navi cargo, sull'apertura delle frontiere...
Penso che la globalizzazione abbia causato anche un indebolimento della solidarietà collettiva, comunque essa sia intesa. Il nesso tra globalizzazione e solidarietà è persino banale: l' accrescimento delle esigenze di competitività e di flessibilità delle imprese, dei mercati finanziari, del lavoro, delle tecnologie, entrano in conflitto con la conservazione dei principi di solidarietà che danno forma e sostanza al contratto sociale sul quale è fondato lo stato sociale del dopoguerra.

La prima ragione è che i meccanismi di protezione sociale dipendono dalla direzione delle scelte politiche dei singoli Stati nella distribuzione delle risorse, ma l' autonomia della sfera politica non è più possibile dal momento in cui i paesi sono economicamente interdipendenti. Il benessere di una nazione non è più regolabile solo sulla base di un confronto tra le parti sociali interno ai singoli paesi, ma dipende piuttosto dalla loro capacità competitiva e dal loro peso nella scena internazionale.

Un ulteriore questione che evidenzia il legame tra la globalizzazione e la solidarietà consiste nell' aumento della flessibilità dei fattori economici. . Questo avviene concretamente nell' esportazione dei posti di lavoro dove i costi e le condizioni sono più convenienti, nel produrre e distribuire in luoghi diversi del mondo per avere le migliori condizioni fiscali, nel vivere nei posti "migliori" ma pagando le tasse dove più conviene. I protagonisti della crescita economica minano l' autorità dello Stato pretendendo le sue prestazioni ma rifiutandogli le tasse; in questo modo i ricchi diventano contribuenti virtuali e seppelliscono in modo legale, ma illegittimo,il bene comune democratico al quale pure si appellano.

Tutto ciò avviene nella cornice di una globalità irreversibile, di una società mondiale in cui le garanzie di ordine territorial-statale e le regole di una politica legittimata dal pubblico consenso perdono il loro carattere vincolante. Quanto più i rapporti tra gli attori transnazionali si rafforzano e si intrecciano tanto più viene messa in discussione l' autorita degli Stati, per cui si assiste ad una politicizzazione della società mondiale attraverso un depotenziamento della politica nazional-statale.

L' insieme di queste trasformazioni si manifesta in sostanza in un indebolimento della solidarietà collettiva, comunque essa sia intesa, considerando che la dislocazione dei capitali e delle iniziative produttive nelle aree del sud del mondo dove risultano più redditizie, in ragione del più basso costo del lavoro e dei più bassi livelli di protezione sociale, accresce sia l' instabilità che l' insicurezza dell' occupazione di segmenti più o meno ampi di popolazione, poichè distrugge il lavoro all' interno dei paesi d' origine nei settori esposti alla concorrenza.

Di conseguenza, nonostante la crescita della ricchezza prodotta dall' aumento degli scambi, la povertà e la disegualianze all' interno di questi paesi tendono e tenderanno ad ampliarsi per l' aumento della disoccupazione, e quindi degli squilibri di reddito in assenza di un qualche sistema di “welfare”.
 
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