Ok, lasciamo stare!
Quando parlo di “non essere cieco” non intendo mettersi a sospettare o fare il detective. Intendo stare dentro la relazione in modo attivo, non passivo. Non si tratta di reagire a ogni singolo segnale – uno torna più tardi o è più silenzioso e questo, da solo, non significa nulla – ma di accorgersi quando qualcosa cambia in modo continuativo.
La differenza sta tutta lì: non nel cercare conferme, ma nel non ignorare ciò che si percepisce. Essere “non ciechi” significa notare un cambiamento senza costruirci subito sopra una storia, e portarlo nella relazione in modo diretto, senza accuse. Tipo: “ti sento più distante ultimamente, è una mia impressione o sta succedendo qualcosa?”.
A quel punto non si tratta di interrogare, ma di vedere cosa succede nella comunicazione: se c’è apertura, coerenza nel tempo, disponibilità a stare nel confronto. È questo che orienta la comprensione, non la ricerca di prove.
In sostanza è "ascoltare" se la relazione sta funzionando ancora in modo reciproco.
Toccare la qualità della relazione mentre la vivi.
Il rischio non è diventare paranoici, ma fare l’opposto: raccontarsi che va tutto bene anche quando qualcosa, dentro, segnala che non è più così.