Ah si, in effetti quando la situazione collassa bisogna assumere uno dei 2 ruoli. Ma è pur sempre una maschera, spesso di convenienza. A volte ci si traveste da servo per metterla in quel posto ad altri padroni più facilmente, poi ci sono quelli che sono arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti (cit. Frankie hi-nrg mc...) e così via
È proprio questo il punto: non sono ruoli diversi, sono sfumature di grigio tra servo e padrone.
La maschera esiste, certo. Uno può fare il dimesso per fregarti meglio, può fingersi gregario mentre aspetta il momento giusto, può leccare sopra e mordere sotto, può fare il gradasso coi deboli e lo zerbino coi potenti. Ma non stiamo parlando di categorie nuove. Stiamo parlando sempre della stessa scala, solo percorsa con più o meno vigliaccheria, più o meno furbizia, più o meno struttura.
Chi è servo al cento per cento non riesce fisicamente a reggere un ruolo da padrone. Non perché sia necessariamente stupido, ma perché va in ansia appena esonda dai confini che qualcun altro gli ha assegnato. Il gregario vuole che la responsabilità delle sue azioni venga incarnata da un altro. Ha bisogno che qualcuno gli dica dove stare, cosa fare, fin dove può arrivare. Se manca quella cornice, si blocca. Non agisce: aspetta autorizzazione.
All’opposto, chi è padrone al cento per cento preferisce sempre essere forte che essere furbo. Che non vuol dire essere cretino. Vuol dire che dentro di lui la furbizia da sottoscala, quella del chiagni e fotti, stride. La può usare se serve, ma gli fa schifo. Perché il padrone vero non vuole soltanto vincere: vuole vincere restando intero.
Poi, parliamoci chiaro, noi italiani siamo stati allevati per secoli a diffidare del potere. Dal dopo Roma in poi, il padrone è quasi sempre stato qualcuno che passava, prendeva, rapinava, tassava, prometteva ordine e poi veniva sostituito da un altro che faceva la stessa cosa con un accento diverso. Questa roba ce la portiamo nelle ossa. Il chiagni e fotti non è solo un difetto morale: è una strategia storica di sopravvivenza.
Anche l’evasione fiscale, prima ancora che convenienza economica, è un riflesso culturale: la diffidenza atavica verso il potente di turno. Lo Stato non è percepito come casa comune, ma come esattore straniero con il timbro. E allora la gente sottrae, nasconde, trattiene, ricicla nel circuito reale. Poi possiamo farci sopra tutte le lezioncine civiche del mondo, ma quella è la radice. E in certi periodi, piaccia o no, è stata pure una forma di salvezza dell’economia concreta: soldi tolti alle inefficienze del Leviatano e ributtati nella mano invisibile, nel commercio, nel favore, nella bottega, nella famiglia, nel lavoro vero.
Ma senza allargarla troppo, il punto resta umano.
Molta dell'infelicità che ho visto in vita mia nasce dal fatto che la gente non trova la propria natura e passa la vita a fare compromessi, raccontandosi che quel compromesso sia saggezza. Il servo si racconta che resistere sia forza. Il padrone mancato si racconta che aspettare sia prudenza. Il debole si racconta che non scegliere sia profondità. E intanto passano gli anni, la carne si spegne, i desideri marciscono e uno finisce a difendere la gabbia che non ha avuto il coraggio di rompere.
Per inciso, quanta gente conosco convinta che la forza stia nel resistere. Cazzata cosmica. La forza è agire. La resistenza è la misura del servo, non del padrone. Il servo resiste perché non può fare altro. Il padrone cambia il campo, rompe il tavolo, sposta la partita, paga il prezzo e si prende la responsabilità.
Non è un caso che le religioni, che sono la migliore cartina di tornasole dei sistemi di controllo sociale per menti semplici ma non stupide, abbiano addestrato per secoli i maschi a essere pecorelle obbedienti verso il sistema e piccoli tiranni in casa. Fuori chini il capo, dentro sfoghi la frustrazione su moglie e figli. Una geometria perfetta della meschinità: servi davanti al potere, padroncini davanti a chi non può difendersi.
Ecco perché non credo troppo alle maschere come spiegazione finale. La maschera viene dopo. Prima c’è la struttura.
Non saremmo così meschini se non ci fosse stato un lunghissimo addestramento a considerare la meschinità una forma di intelligenza.