Danny e dell'incapacità di vedere

ipazia

utente nonconvergente ᴸᴹᴬᴼ 💀
Conosco ragazzi che non sanno chi è il nostro presidente della repubblica.
Ma non sanno nemmeno chi ha scritto i Promessi Sposi.
E si parla di cultura dominante.
La cultura di Instagram.

Capisco l’osservazione, ma qui c’è un salto logico abbastanza comune.

Il fatto che alcuni ragazzi non conoscano il Presidente della Repubblica o Manzoni non descrive di per sé una “cultura dominante”. Descrive piuttosto lacune di conoscenza, che sono un’altra cosa.

La cultura dominante non è la diffusione di nozioni o di riferimenti scolastici, né il livello di informazione generale. È l’insieme delle cornici di significato attraverso cui si interpretano il mondo, le relazioni, il valore del tempo, dell’identità, del successo.

Fra l'altro instagram è ancora un riferimento per molti adolescenti, ma non è più un punto unico o stabile come poteva sembrare qualche anno fa.
Oggi i riferimenti sono più frammentati e veloci: Instagram convive con TikTok, YouTube, e micro-ambienti digitali che cambiano rapidamente per tendenze, gruppi e fasce d’età.

Anche dentro la stessa piattaforma i linguaggi e gli interessi si spostano molto più velocemente di prima.

Quindi più che una “cultura di Instagram” stabile, oggi c’è una circolazione rapida di micro-culture digitali, con riferimenti meno duraturi e meno condivisi in modo uniforme.

Poi, ti dico, io conosco anche adulti della mia età che non sanno chi è il presidente o chi ha scritto i promessi sposi.
La non conoscenza è uno degli elementi ancora stabili nella frammentazione culturale, paradossalmente!
 

ologramma

Utente di lunga data
Idem.
Uovo sbattuto e marsala.
L'alcol che bevevamo da bambini oggi farebbe inorridire.
Uovo si sbattuto ma con lo zucchero ,quando sollevando il cucchiaino scriveva era pronto per gustarlo
 

cipolino

Utente di lunga data
In realtà è da molti anni che i genitori sono preoccupati sull'uso eccessivo dei cellulari da parte dei figli, ne parlano, si confrontano.
Poi non so che dire, io sarò fortunata, ma sono circondata da persone che hanno figli e hanno fatto una gran fatica per educarli, con esiti fortunatamente buoni. I figli dei miei amici sono tutti bravi ragazzi.
Come è sempre stato: la maggior parte dei ragazzi sono bravi ragazzi e la maggior parte delle persone sono brave persone, però fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce...
 

ologramma

Utente di lunga data
Mia nonna faceva anche le patate fritte con l'uovo al burro sciolto sopra.
Quante ne ho mangiate per cena.
Io le patate con pastella fritte nell'olio di semi ancora ne mangio quando le fa mia moglie
 

Brunetta

Utente di lunga data

cipolino

Utente di lunga data
Capisco la lettura, ma secondo me ridurre tutto a una strategia intenzionale di promozione dell’individualismo come chiave esplicativa unica non regge del tutto.

Quello che osserviamo è più probabilmente il risultato di una combinazione di fattori: trasformazioni economiche, vincoli di bilancio, cambiamenti nei modelli di welfare, evoluzione del lavoro e mutamenti culturali profondi nelle aspettative individuali.

L’individualismo è sicuramente dentro questo quadro, ma usarlo come causa principale rischia di semplificare processi molto più intrecciati e spesso contraddittori. E soprattutto non è solo un fattore negativo: ha anche permesso maggiore consapevolezza individuale, più capacità di mettere in discussione ruoli dati per scontati e meno dipendenza da modelli sociali rigidi.

In molti casi non c’è una “regia” dall’alto che promuove un modello unico, ma un adattamento progressivo a condizioni cambiate, che produce effetti ambivalenti e non sempre intenzionali.

Anche il “divide et impera” applicato alla società contemporanea mi sembra una lettura troppo lineare: presuppone una direzione unica e coerente, mentre molte dinamiche nascono dall’interazione tra sistemi complessi che non controlla davvero nessuno in modo centralizzato.

Per questo mi sembra più utile leggere questi fenomeni come esito di più forze che agiscono insieme, non sempre coerenti tra loro. Se invece li si legge solo come perdita rispetto a un passato più ordinato e coeso, il rischio è che la spiegazione scivoli facilmente in una narrazione nostalgica più che analitica.
Ovviamente la mia era una lettura semplificata: un riassunto del riassunto di un riassunto!

Certamente i processi sociali si sviluppano in modo graduale, a meno che non si tratti di tensioni che esplodono in una rivoluzione.

Sicuramente all'inizio non c'è grande consapevolezza né intenzionalità nei processi sociali ma un adattamento graduale lungo le linee di minor resistenza.

Chiaramente la disgregazione sociale non è stata decisa a priori a tavolino ma è stata innescata dai cambiamenti indotti dalla meccanizzazione e dall'automazione nell'industria e nell'agricoltura, nonché dalla terziarizzazione.

Però è altrettanto vero che ad un certo punto, quando inizia a dissolversi un po' di nebbia nella casualità delle dinamiche, qualcuno coglie dei princìpi che può usare a proprio beneficio e, secondo me, siamo ben oltre quel punto.

Io vedo abbastanza chiaramente il punto di svolta negli anni 90 con il berlusconismo, in cui sono stati messi in lotta tra di loro i poveri (e, sia chiaro, anch'io sono un povero!), per dividerli.
I grimaldelli per riuscirci sono stati proprio "felicità individuale" e "meritocrazia": chi può dirsi, in buona fede, contrario a due princìpi di base cosi semplici e buoni?
 

perplesso

Administrator
Staff Forum
E ci sono insegnanti che dopo 20 anni non hanno ancora capito che i programmi non esistono e di conseguenza non riescono ad utilizzare una superiorità di competenza anche linguistica (e non la sanno usare perchè semplicemente non ce l'hanno) per stabilire confini e posizionarsi rispetto ai genitori.

La scuola è spaventosa da questo punto di vista.

E non che lo sia diventata.
Semplicemente un tempo il ruolo di insegnante andava paro paro a quello del prete e a quello del medico.
Oggi il ruolo da solo non basta più per avere autorevolezza.
quindi il programma è come Slash
 

Skorpio

Utente di lunga data
Io ho 37 anni e un figlio.
Le mie amiche hanno più figli e sono mie coetanee.
Abbiamo storie genitoriali diverse. Io ti potrei dire che la generazione peggiore l ho vista nella fascia dei miei perché è quello che ho vissuto io.
Loro magari no ma il punto è come sono madri loro.
Le vedo, le vivo.
E ci sono eccome i progetti.
Non ne dubito

Io ho citato la parola "progetto" nel mio post di oggi pomeriggio delle 15.07

Riporto questo mio citare perché temo che quando si scrive "progetto" non gli si sta dando lo stesso significato

Io ho parlato di progetto parlando di qualcosa che era responsabile delle distrazioni sui figli, in particolare nel mio nucleo familiare

Anche tu lo intendi così?
 

Skorpio

Utente di lunga data
Capisco il senso del tuo ragionamento, ma secondo me il punto critico sta proprio nel modo in cui si legge l’oggi.

Perché da un lato dici che non esiste una strada giusta o sbagliata e che ognuno trova la propria, ma dall’altro costruisci una lettura molto netta del presente come tempo di disimpegno, assenza di progetto e perdita di direzione rispetto a un passato implicito più strutturato.

Il punto è che questa chiave di lettura regge solo dentro una prospettiva ancora lineare dei processi sociali e relazionali. Una prospettiva che fino a una decina di anni fa poteva ancora funzionare in modo relativamente efficace: ruoli più stabili, traiettorie più prevedibili, contesti più continui.

Oggi questa linearità non regge più allo stesso modo. Non perché siano “venuti meno i progetti”, ma perché sono venute meno le condizioni che rendevano quei progetti leggibili come lineari, coerenti e stabili nel tempo.

Dentro una lettura di tipo processuale, molte delle categorie che usi — “assenza di progetto”, “disimpegno”, “mancanza di obiettivi” — diventano meno descrittive e più valutative. Presuppongono infatti un modello unico e stabile di riferimento, rispetto al quale il presente risulterebbe deficitario.

Ma se cambiano le condizioni, cambia anche ciò che possiamo osservare. Quello che oggi appare come assenza è spesso frammentazione, adattamento continuo, gestione di vincoli e discontinuità. Non meno progettualità, ma progettualità meno lineare e meno garantita.

E un elemento che spesso viene rimosso in questo confronto è che molte delle dinamiche oggi lette come “disimpegno” o “assenza” nel passato erano semplicemente più difficili da vedere. Le strutture sociali più rigide tendevano a contenere, normalizzare o rendere invisibili certe fragilità relazionali, anche a costo di una loro mancata elaborazione.

In questo senso, la maggiore visibilità di oggi non coincide necessariamente con un peggioramento, ma con una minore capacità del contesto sociale di nascondere o assorbire ciò che prima veniva ricondotto a normalità.

Questa emersione ha un aspetto positivo che mi piace moltissimo: rende più leggibili dinamiche che in passato restavano invisibili o, più spesso, normalizzate, o ancora sepolte nei segreti di famiglia che restavano in eredità, e permette una maggiore consapevolezza dei processi relazionali e apre la possibilità di elaborarli esplicitamente invece di lasciarli semplicemente sullo sfondo.
La lettura è un punto di vista, e non esiste quello giusto e quello sbagliato, per me

Mi sei venuta in mente l'altro giorno quando su Instagram scorreva un reel dove la Sardone si incazzava con una col velo e le diceva che era una schiava che doveva andare a giro col velo. E quella gli urlava e le rispondeva che lei era libera proprio perché portava il velo.

Scrivesti qualcosa di simile, chissà quanti anni fa, parlando di una tua amica o conoscente

La lettura è una opzione

E la mia chiave di lettura secondo me regge, nella misura in cui poi arriva il riscontro dei fatti, a partire dal giudizio dei figli, che, come efficacemente hai evidenziato oggi, è il più implacabile e temibile banco di prova per un genitore.

In 2 parole.. "Tutto quello che conta" al di là delle più ampie e interessanti considerazioni che si possano fare
 
Ultima modifica:

Arcistufo

Papero Talvolta Posseduto
Sono iperprotettivi per non avere responsabilità.
Il solito punto di vista della pozzanghera che giudica il mare.
Ma porco il clero tutto, me compreso: sei una cazzo di maestra elementare in pensione che ha esercitato nel buco di culo più pieno di complessati dell'intera Europa, con tre video di Galimberti che manco capisci fino in fondo, tranne quando si alliscia gli insegnanti come te per fare community e ascolti.
Voi insegnanti siete stati il bastone del regime e avete fabbricato servi per tutta la vita, e adesso vi lamentate perché quei servi hanno fatto figli che hanno capito il trucco perché sono più svegli dei genitori?
 

ipazia

utente nonconvergente ᴸᴹᴬᴼ 💀
La lettura è un punto di vista, e non esiste quello giusto e quello sbagliato, per me

Mi sei venuta in mente l'altro giorno quando su Instagram scorreva un reel dove la Sardone si incazzava con una col velo e le diceva che era una schiava che doveva andare a giro col velo. E quella gli urlava e le rispondeva che lei era libera proprio perché portava il velo.

Scrivesti qualcosa di simile, chissà quanti anni fa, parlando di una tua amica o conoscente

La lettura è una opzione

E la mia chiave di lettura secondo me regge, nella misura in cui poi arriva il riscontro dei fatti, a partire dal giudizio dei figli, che, come efficacemente hai evidenziato oggi, è il più implacabile e temibile banco di prova per un genitore.

In 2 parole.. "Tutto quello che conta" al di là delle più ampie e interessanti considerazioni che si possano fare
Sono d’accordo: ogni lettura è un punto di vista.

Il punto resta dichiarare con quali parametri stiamo leggendo la realtà. I parametri ci sono sempre: non esplicitarli significa solo usarli implicitamente - rendendo opaca la comunicazione -.

Lo stesso fenomeno può essere letto da prospettive diverse (come la questione del velo, non nell’esempio della Sardone). Il problema nasce quando una di queste viene assunta come chiave unica di interpretazione.

Il mio intervento sui miei genitori, un controesempio, proprio perché la mia esperienza è fuori standard, è un pessimo parametro di generalizzazione. Non può funzionare come criterio interpretativo generale.

Il giudizio dei figli può essere un elemento rilevante, ma il fatto stesso di attribuirgli quel peso è un prodotto storico, quindi non neutro.

Il suo ruolo oggi è diverso rispetto a qualche decennio fa, quando l’autorità genitoriale lo rendeva quantomeno marginale. ( i bambini erano più inquadrati, cit.)
Oggi è un parametro possibile proprio perché è cambiato il modo di leggere le relazioni familiari e gli individui.

Per questo i parametri, o vengono esplicitati, oppure agiscono comunque in modo implicito.

Non cambiano solo i fenomeni. Cambiano le categorie con cui li osserviamo e i criteri con cui li valutiamo.

Oggi è sempre più visibile il racconto di distanze dai genitori come forma di tutela personale.

Non è detto che il fenomeno sia aumentato: è certo che è più dicibile.

Non necessariamente famiglie peggiori, ma minore capacità sociale di nascondere o assorbire le contraddizioni.

Per molto tempo la realtà è stata letta in modo lineare: causa, effetto, conferma. Un modello coerente con una società più stabile e normalizzante.

Oggi questo schema regge sempre meno perché forza il presente dentro categorie del passato.

Per questo continuo a preferire una lettura per processi. (e non per chiavi, come si usava qualche decennio fa).


Comunque...questi giovani....così infantili e persi in un mondo tutto loro!!

Mi è capitato questo short dei Green Day nei primi anni '90.

Fa sorridere pensare che quelli che allora erano il simbolo del "dove andremo a finire" oggi vengano spesso raccontati con nostalgia.

A naso direi che non è il presente che peggiora sempre, ma che il passato migliora ogni volta che lo guardiamo da lontano. (e ovviamente a casa propria ognuno è il top dei top!) ;)

 

feather

Utente tardo
Mi è capitato questo short dei Green Day nei primi anni '90.

Fa sorridere pensare che quelli che allora erano il simbolo del "dove andremo a finire" oggi vengano spesso raccontati con nostalgia
Nostalgia insomma.. sarà pure bravo sul palco ma non sarà membro del Mensa a breve credo..
 

ipazia

utente nonconvergente ᴸᴹᴬᴼ 💀
Nostalgia insomma.. sarà pure bravo sul palco ma non sarà membro del Mensa a breve credo..
Secondo me il punto non è il valore “intellettuale” del cantante. (che non conosco personalmente, ma dubito fosse interessato all'accesso al mensa viste le sue scelte)

La nostalgia è un’emozione particolare perché non riguarda solo il passato, ma il modo in cui lo ricostruiamo oggi. Non è mai una fotografia: è una rielaborazione che tende a rendere il passato più coerente di quanto fosse, e spesso anche più emotivamente “pieno” di quanto sia stato davvero.

E questo si vede bene nelle relazioni che non si riescono a chiudere: non restano nel passato, ma continuano a essere riscritte nel presente. Più che finite, restano aperte come schema. La domanda è: si cerca l’altro o una versione idealizzata di sé, insieme alle emozioni di allora?

Se allarghiamo lo sguardo, lo stesso accade sul piano sociale. Le categorie con cui leggiamo il presente spesso funzionano così: schemi del passato che restano attivi e vengono riutilizzati per giudicare tutto ciò che arriva dopo.

È qui che nasce la lettura “oggi inadeguato a ieri” (Platone lo faceva già): non è una descrizione neutra, ma il confronto continuo con un passato semplificato e idealizzato, anche sul piano emotivo.

Con il tempo non si idealizzano solo i fatti, ma anche le emozioni: che vengono ricordate come più intense, più piene, più autentiche di quanto fossero.

Da qui il meccanismo difensivo: proteggere il sé che ha vissuto quel passato, mantenendone la coerenza attraverso il confronto svalutante con l’oggi. E spesso lo si difende attaccando ciò che sembra metterlo a rischio.

Ed è anche uno schema tipico di una fase della vita: quando il proprio riferimento si è formato altrove, il cambiamento tende a essere letto come perdita, se non come minaccia. (dormiente l'ha rappresentato bene!:D)

Una lettura per processi serve proprio a questo: evitare che il passato diventi uno schema fisso. Perché quando lo fissi, non lo capisci più — lo difendi, con quel che ne consegue.
 
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