I numeri non ti danno ragione. Ci sono le eccezioni e c'è la normalità.
La normalità e fare e volere figli, e a buon bisogno scartare o tradire chi quei figli non li vuole. perchè restare con qualcuno che non vuole figli ti azzoppa. Anche metaforicamente.
Essere genitori è fatica. Fatica vera, quotidiana, fisica, mentale, organizzativa. Ti cambia le giornate, il sonno, la casa, il corpo, il tempo, perfino il modo in cui guardi il frigorifero alle sette di sera.
Ma se ti distrugge, nella maggior parte dei casi non è la maternità in sé ad averti distrutta. È che sei entrata in quella cosa scambiando lo stress per fatica e l’ansia per responsabilità.
Sono due partite diverse.
E se sei una persona ansiosa, chiudere il conto con l’orologio biologico spesso ti dà più pace che lasciarlo aperto. Perché almeno quella domanda prende corpo e diventa una persona, un bambino che cresce mentre il resto del mondo si rincoglionisce dietro a cani, gatti, serie tv e in generale tutto quello che è metafora dell'eterno presente.
Poi evitiamo il minestrone.
Io, che un’esperienza l’ho avuta, posso dirti com’è averla e mi ricordo com’era non averla. Ho entrambi i piani nella testa. Prima e dopo. Posso confrontarli.
Se tu quell’esperienza non l’hai avuta, puoi raccontarmi benissimo cosa ha prodotto in te la sua assenza. Quello sì. E lì ti ascolto. Ma non mi puoi spiegare com’è averla fatta, perché non lo sai.
Io non so cosa si prova a perdere un bambino. Non lo so, non lo voglio sapere, e se me lo racconti sto zitto e ascolto con rispetto. Ma non mi metto nei tuoi panni per fare il bravo essere umano da salotto. Ci sono dolori davanti ai quali la cosa più decente è non simulare partecipazione competente.
Mi tengo stretto il miscuglio di fortuna, scelte, caso, biologia e decisioni prese prima di me che mi ha portato dove sono, con mia figlia viva, presente, reale, nel mio mondo.
E da lì parlo.
Non da una superiorità morale.
Da un prima e un dopo che conosco. E mi godo il mio star meglio.