Scusate, ma qui delle due l’una.
O
@hammer ha elementi concreti per dire “ho un figlio in giro”, e allora se ne discute seriamente, con fatti, date, nessi causali e responsabilità.
Oppure – e al momento è quello che emerge – siamo davanti a una storia piena di buchi, incongruenze e suggestioni retroattive, cucite insieme trent’anni dopo a colpi di sensazioni, somiglianze immaginate e racconti di terza mano.
Perché così com’è, non è una vicenda, è un romanzo interiore.
Una sequenza di forse, potrebbe, mi sembra, una volta mi dissero, chissà se.
Il tutto condito da:
– nessuna certezza
– nessun contatto
– nessuna prova
– nessuna azione possibile
Ma con un carico emotivo trattato come se fosse una diagnosi clinica.
Se togliamo il pathos, resta questo: una relazione finita, una voce riportata da un’amica, zero riscontri e quarant’anni di silenzio. Fine.
Il resto è rimuginazione, non responsabilità paterna.
E attenzione: non è nemmeno colpa di nessuno.
È solo che, a forza di guardarsi dentro, si rischia di scambiare un dubbio irrisolto per una verità nascosta, e una fantasia mai verificata per un destino mancato.
O si dice: “so che esiste un figlio”
oppure si ammette che siamo davanti a uno psicodramma esistenziale perfettamente autosufficiente, che non chiede soluzioni ma solo di essere contemplato.
Entrambe le posizioni sono legittime.
Ma mescolarle no.